7 aprile: Giornata europea a difesa dei Sistemi Nazionali Sanitari

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“La dimensione relazionale è centrale nel rapporto di cura, e coinvolge il paziente come persona all’interno delle proprie reti familiari e sociali. Per questo serve un approccio multidisciplinare, in stretta sinergia con l’ambito di intervento sociale”
Manifesto 7 Aprile della Rete Sostenibilità e Salute

Il 7 Aprile, in tutta Europa, si terrà una mobilitazione europea contro la commercializzazione della salute. Alcuni psicologi del settore pubblico e privato che aderiscono a tale mobilitazione si interrogano e interrogano la propria comunità professionale anche alla luce della recente pubblicazione del Decreto sui nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) in Gazzetta che sancisce il diritto dei cittadini all’assistenza psicologica come norma dello Stato che rischia di rimanere una dichiarazione giusta nelle intenzioni ma senza consistenza.

Laddove le politiche professionali sono riuscite a sperimentare forme di collaborazione con i medici si è potuto osservare un incontrovertibile miglioramento della presa in carico delle forme di crisi dei cittadini ed una riduzione della spesa pubblica. Non è forse il tempo di riconoscere che anche noi psicologi possiamo e dobbiamo portare il proprio contributo nell’ambito della salute pubblica? Non dobbiamo forse occuparci anche noi di questo bene comune? Come mai è difficile ritrovarci ai tavoli di sanità pubblica con gli altri operatori della salute, in particolare i medici, per portare il nostro contributo rispetto alla dimensione relazionale e di significato della sofferenza. Crediamo non abbia valore?

La sofferenza che la crisi economica impone ai cittadini e alle istituzioni che dovrebbero farsene carico non può essere affrontata senza uno sguardo scettico verso un paradigma neoliberista che, privatizzando e mercificando la salute mentale, relega sempre più il contributo della nostra comunità professionale nel libero mercato. È così vero che la privatizzazione ha favorito l’assunzione delle giovani generazioni? E se le assunzioni sono avvenute, a quali condizioni si lavora oggi nell’ambito sanitario privato?

Può essere difficile combattere per la salute pubblica, settore da cui ci siamo esclusi come professionisti, relegandoci nella giungla delle cooperative e del privato sociale. Ma in qualità di cittadini salvaguardare il sistema sanitario nazionale è in primis un gesto verso la comunità tutta oltre che verso noi stessi. È auspicabile che la psicologia entri di diritto all’interno di un sistema sanitario universalistico che sia realmente attento ai bisogni della cittadinanza. Quanto costa, oggi, comprarsi un pezzo di salute?

Come professionisti siamo portatori di un sapere realmente utile per tutta la collettività, il nostro lavoro è stato sancito come diritto per chi dovrebbe beneficiarne. Ne siamo consapevoli? Quanto siamo pronti a ribadire l’importanza di adottare una visione olistica dell’uomo, dell’importanza della relazione al di fuori del nostro studio? Quanto vorremmo che tutti possano beneficiare del frutto di quello che sappiamo funzionare e dei nostri strumenti?
L’occasione di questa mobilitazione europea ci offre il pretesto per riflettere su quale direzione di sviluppo il nostro operato quotidiano stia favorendo. La possibilità di riflettere ed incontrarsi per discutere e costruire un fronte comune di lavoro sono le basi per la costruzione di una consapevolezza che non sia solo individuale ma collettiva.

Per info e sottoscrizioni : sportelloconnessioni@gmail.com

Primi Aderenti:

Leopoldo Grosso
David Ruben Barbaglia
Matteo Bessone
Guido Leonti
Marcella Cernicchiaro
Maria Teresa Fenoglio
Simone Martino
Stella Brancato
Stefano Berta
Pietro Sarasso
Chiara Tarantino
Marco Sassoon
Mara Mazzocchi
Alice Decker
Enrica Locati
Manuel Sedda
Nicoletta Chiaracane
Francesca Monoli
Francesca Malandrone
Sara Bondoli
Alessandro Livelli
Giulia Lorenzi
Simona Lucà
Marina Panato
Enrica Sarotto
Giuseppina Maila Scimemi
Gianna Sgaramella
Giulia Tirelli
Federica Torrente
Enrico Todesco
Giulia Bondone
Paolo Rabajoli
Giorgia Reiser
Viola Galleano
Dario Fieni
Caterina Laria
Massimo Campisi
Bianca Casella

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Trasformazioni, cambiamenti e crisi identitaria: una fotografia

Negli ultimi anni profonde modificazioni nella società hanno comportato una marcata ridefinizione, in un processo ancora pienamente in atto, della pratica psicologica non solo in ambito clinico. Nel mondo psicoanalitico, per esempio, al lungo trattamento tradizionale a 4 o 5 sedute alla settimana sono subentrate molteplici forme di psicoterapia, con setting che prevedono minor durata, frequenza più bassa e obiettivi più direttamente volti alla cura del disagio e più attenti alle condizioni di vita reale delle persone. Parallelamente, al modello unico di matrice freudiana sono subentrate molteplici teorie psicologiche e psicopatologiche correlate da altrettante pratiche, in un continuo dibattito a volte stimolante a volte disorientante.

In ambito non clinico si è assistito ad un proliferare di nuovi campi di applicazione: psicologia ospedaliera, psicooncologia, psicologia dell’emergenza, etnopsicologia ecc. Si sono progressivamente diffusi setting alternativi allo “studio”, più adatti all’intervento tempestivo e disponibili capillarmente sul territorio, come gli sportelli d’ascolto. Sono sorte nuove figure professionali a cavallo tra la psicologia e altro: gli psicologi come educatori, come orientatori, come precettori, come affidatari o consulenti. E insieme a tutto questo, da varie aree limitrofe coma la filosofia, l’antropologia, la sociologia sono nate professionalità ancora poco definite, che si presentano a vario titolo come “consulenti”, “trainer”, “coacher” o altro.

Infine, si assiste ad un proliferare di luoghi e pratiche non psicologiche volte anch’esse alla riduzione del disagio e alla promozione del benessere: tecniche di meditazione e rilassamento, danza terapia, gruppi di discussione, disegno o scrittura creativa ecc. ecc. ecc.

Allo stesso tempo, insieme alla professione è cambiata anche la domanda: un progressivo allargamento democratico dell’utenza ha creato la necessità di una presa in carico più flessibile e differenziata, con l’ausilio di competenze che esulano dal campo strettamente psicologico — pensiamo alle esigenze dei diversi migranti, per fare solo un esempio. Inoltre si è modificata la tipologia del disagio manifesto, con al centro insicurezza identitaria, mancanza di punti di riferimento, dominanza di disturbi narcisistici, difficoltà nell’esercizio della genitorialità, problemi legati alle condizioni reali di vita e soprattutto di lavoro.

Anche gli psicologi sono coinvolti negli stessi processi trasformativi, e non solo in quanto professionisti ma anche come persone. Al di là di una minoranza professionalmente radicata ed economicamente tutelata, in grado di incarnare la figura dello psicologo per com’è ancora rappresentata dall’immaginario collettivo (il professionista, spesso confuso con il medico, che siede nel suo studio ricevendo uno dopo l’altro i suoi pazienti), vive una popolazione variopinta di psicologi allo sbando, con vite disperse in mille lavori dai confini poco chiari, con tempistiche lavorative poco prevedibili e guadagni assai incerti, preda di una profonda crisi identitaria sia dal punto di vista professionale che personale. L’aumento dei disturbi narcisistici e delle identità evanescenti riguarda, purtroppo, anche noi.

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La confusione rispetto al ruolo della psicologia e alle caratteristiche specifiche che dovrebbero distinguerla dalle professioni limitrofe è massima non solo nell’opinione pubblica (anche persone di livello culturale medio-alto e addirittura professionisti a noi affini per lo più non sono in grado di distinguere lo psicologo dallo psichiatra o dal neurologo, figuriamoci poi dallo psicoterapeuta o dallo psicoanalista!) ma anche all’interno della nostra categoria professionale.

Al problema identitario oggi si cerca di dare risposta in termini definitori, cercando di individuare dall’esterno un insieme di strani indicatori detti “atti tipici” che contribuiscano a classificare lo psicologo come tale, distinguendolo e difendendolo dall’emergere delle nuove figure professionali non regolamentate, in un clima paranoide di guerra tra poveri e nella comune crisi di identità.

Con ciò non si intende prendere posizione contro una doverosa tutela nell’esercizio di professioni delicate come la nostra, che devono richiedere lunghi anni di studio e apprendistato. Si vuole solo richiamare l’attenzione sull’ampiezza e profondità del problema, che per essere affrontato adeguatamente senza cadere in uno sgomitare selvaggio da una parte e nella difesa miope dell’orticello dall’altra richiede ben altro che un formale atto definitorio, ma sollecita un’urgente riflessione da parte della categoria tutta.

Da dove deriva la forza centrifuga che sta scompaginando la psicologia, e come intervenire?

Nel porci la domanda sullo stato e sul futuro della psicologia, non dimentichiamo affatto che essa non è l’unica vittima, che il disfacimento ha portata globale. Però noi siamo psicologi e viviamo la crisi prima di tutto come tali. Perciò cerchiamo di riprendere il governo della nave operando da questa postazione.

Quindi, ricominciamo da qui.

Formazione universitaria

Il primo e fatale fallimento nella costruzione di un senso identitario emerge già nel percorso di studi universitario, che si caratterizza più come un risultato di compromesso tra discipline e potentati diversi che per una vera e propria finalità formativa, sicché l’intero impianto di studi appare molto simile ad un casalingo DSM IV: un risultato politico, un assemblaggio di conoscenze privo dello spirito vivificante di un progetto teorico. La disarticolazione oggettiva del percorso di studi produce nel sentire soggettivo dell’allievo insicurezza, confusione e scarso senso di competenza.

Provate a chiedere ad un neolaureato in psicologia quale è la percezione di sé in quanto psicologo e come valuta le conoscenze e competenze sviluppate. Otterrete risposte disorientate e smarrite, sature di un’incertezza molto lontana da quel superiore “sapere di non sapere” che anima la scienza.

Da molte parti si lamenta il fatto che l’università “sia lontana” dal mondo lavorativo, e potremmo pensare che proprio per questo motivo fallisca il suo mandato formativo.

Ma siamo sicuri che l’Università debba essere una specie di ufficio di collocamento? Che la formazione universitaria debba coincidere con l’apprendimento di una specifica professione? Che i programmi debbano cambiare continuamente in risposta alle varie esigenze del mercato? Perché, allora, continuare a chiamarla “università” distinguendola dalle molteplici proposte di formazione tecnica?

Se pensiamo l’università come centro di attività scientifica e come luogo di approfondimento teorico in cui l’individuo possa sviluppare una riflessione che sia libera, vivace, critica e soprattutto personale, è implicito che essa debba mantenere una relativa indipendenza rispetto dalle richieste concrete del mondo lavorativo. Al tempo stesso, però, dovrebbe assumere una posizione interessata e competente rispetto alle reali esigenze dei professionisti che concorre a formare, conoscere bene le pratiche, i bisogni e gli strumenti più utilizzati sul campo, promuovendo l’apprendimento e la diffusione delle metodologie scientificamente più validate e riconosciute dalla comunità scientifica internazionale.

Ma anche l’università oggi (e non solo la facoltà di psicologia) sembra attraversare una grande crisi di senso, con perdita di obiettivi e poca chiarezza circa il proprio mandato, sospesa tra colonialismi territoriali, burocratizzazione delle procedure, lotte intestine e controverse richieste professionalizzanti da parte di studenti di provenienza sempre più composita e con obiettivi sempre più divergenti.

Mentre ci auguriamo che anche in quella sede venga avvertita l’urgenza di un ampio lavoro di riflessione e di ripresa di progettualità, è fuori discussione che una parte consistente delle conoscenze trasmesse oggi risulta antiquata, alienata rispetto agli attuali dibattiti scientifici e bisognosa di aggiornamento.

Formazione post-universitaria

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Fin dai suoi esordi il Coordinamento ha denunciato il preoccupante fenomeno denominato “cannibalismo professionale”, per cui i professionisti già affermati si mantengono in qualità di formatori a spese delle generazioni dei più giovani che, pur non potendo godere delle stesse possibilità di radicamento, realizzazione professionale e guadagno, sono costretti ad un’onerosa formazione che ormai si è configurata come continua. Già, il risultato del referendum parla chiaro: ci siamo autocondannati ad “adottare i nostri formatori a vita”. Questi i motivi esterni, ai quali però fanno riscontro importanti spinte interne, che hanno di nuovo a che fare con il tentativo di contrastare un pericoloso senso di crisi identitaria. Mi riferisco all’illusione che “un titolo in più” possa garantire migliori prospettive per uscire dalla mortifera empasse lavorativa, per trovare finalmente una collocazione e con essa la tanto sospirata identità professionale. E invece nella maggior parte dei casi non è così, e l’ambita meta si sposta progressivamente in avanti.

Dopo un po’, quando il neopsicologo si è ormai scontrato con le sue misere possibilità di inserimento lavorativo, spesso decide di iscriversi ad una scuola di psicoterapia. In ciò ha anche buon gioco la confusione, presente prima di tutto all’interno della nostra categoria, tra l’essere psicologo, l’occuparsi di clinica e il praticare la psicoterapia. Tale fraintendimento ha come conseguenza il fatto che solo una parte degli allievi specializzandi ha un reale interesse per l’esercizio della professione psicoterapica, mentre lavorerebbe molto più volentieri come consulente in un asilo nido, in uno sportello d’ascolto, in un servizio di pronto intervento o nella psicologia ospedaliera ecc.

Ma della disperazione degli uni si avvantaggiano gli altri, e così assistiamo ad un continuo proliferare di Scuole di specializzazione dai requisiti scientifici sbrigativamente accertati, le quali, consentendo di risparmiare in ore di supervisione e omettendo di richiedere un’approfondita analisi personale, producono annualmente una pletora di titoli svuotati di valore, ma equivalenti sul mercato a quelli ottenuti in modo più serio. Come in un percorso guidato, buona parte degli psicologi si sottopone ad altri 4 lunghi anni di studio e apprendistato, anni difficili in cui divide con fatica il suo tempo tra scuola, tirocinio e lavoro, e in cui deve subire ancora una volta l’umiliazione — lui, adulto e professionista abilitato — di ricorrere all’aiuto economico della famiglia. Alla fine del calvario, diventa finalmente psicoterapeuta, spesso senza sapere bene perché e in ogni caso senza poter migliorare di una virgola le proprie possibilità di occupazione.

Insieme al business delle Scuole di psicoterapia, si moltiplicano le offerte formative in tutti i settori della psicologia, in un’intricata rete di corsi e sedicenti “master” che varia in modo imperscrutabile dalla serietà alla truffa.

Ambito lavorativo

Negli ultimi anni la psicologia nelle ASL, attanagliata da una progressiva riduzione delle risorse economiche disponibili, sempre più frustrata dalla succube dipendenza dalla psichiatria e preda della miopia tipica delle questioni di casta, ha perso progressivamente lustro, dignità e capacità di incidenza. Per un certo periodo ha saputo mascherare la penosa situazione ricorrendo al lavoro non pagato di torme di tirocinanti, specializzandi e volontari, che hanno mandato avanti i vari servizi per obbligo formativo o nella speranza sempre più vana di una ricompensa.

Ma tutto questo sta volgendo al termine. Tutti stiamo assistendo al grande BUM delle ASL.

E nel frattempo, in un mondo lavorativo sempre più caotico ed impoverito, ciascuno  cerca di organizzarsi secondo le linee a lui accessibili per potere e relazioni, tutti ugualmente volti verso l’unica luce del “privato sociale”. Si tratta di un processo già parzialmente in atto, ma che prevedibilmente subirà una forte propulsione nel prossimo futuro.

Lasciate a sé stesse, le profonde trasformazioni in corso potrebbero avere conseguenze molto gravi, soprattutto per l’utenza, ma anche per gli sviluppi della professione nel prossimo futuro. Immaginiamo solo per un attimo di ritrovare a livello clinico la mostruosa, ridondante e svilita proliferazione che ha avuto luogo a livello formativo, in un pullulare selvaggio di “centri clinici” autoproclamatisi tali, centrati sull’erogazione di interventi psicologici e psicoterapie non supervisionate e a basso costo, con la pretesa di rappresentare appendici, o peggio ancora sostituti, del sistema sanitario in crisi.

Il problema è serio: un flusso di domande dalle ASL in bancarotta da una parte, una torma di psicologi disorientati e impoveriti dall’altra, e i soliti potenti con le loro schiere di intriganti, affaristi, opportunisti e sgomitarori nel mezzo.

Ma spostiamo il fuoco al di fuori dell’ambito “strettamente” e “tradizionalmente” clinico. Partendo nuovamente da una presa d’atto della situazione esistente, vediamo che sul mercato del lavoro gli psicologi hanno assunto ruoli in buona parte inediti per i nostri predecessori, figurando come consulenti, educatori, orientatori ecc.

L’urgente situazione in cui si trovano i colleghi assunti da anni come educatori in strutture pubbliche e privato-sociali, che dal 1 gennaio 2014 si troveranno senza lavoro a causa della non congruità del titolo di psicologo rispetto alle direttive regionali, deve destare l’attenzione di tutta la categoria. Infatti, se da qui in avanti non assumeremo una posizione più incisiva e propositiva presenziando tutti i tavoli decisionali che interessano la professione, dovremo aspettarci di essere esclusi da molti altri ambiti lavorativi.

Solo uscendo dal letargo e assumendo un ruolo più attivo la psicologia potrà sottrarsi alla stretta che, schiacciandola tra la psichiatria e l’educativa, le ha progressivamente sottratto ogni campo d’azione.

Laura Fachin

EMERGENZA PSICOLOGO

emergenza lavoro

MOLTI COLLEGHI PSICOLOGI, MOLTI DI QUELLI CHE DA ANNI DEFINIAMO I “DIVERSAMENTE PSICOLOGI”, STANNO PERDENDO O RISCHIANO DI PERDERE IL PROPRIO LAVORO. IL CPPP È DA SEMPRE IN PRIMA FILA PER PROMUOVERE E CREARE DIBATTITO E RETE SUI TEMI DELLA TUTELA DELLA PROFESSIONE PSICOLOGICA E SULLE NUOVE FORME CHE ESSA HA ASSUNTO. QUESTA VOLTA PARLEREMO DI QUEGLI PSICOLOGI CHE, PER NECESSITA’ O PER SCELTA, HANNO ASSUNTO RUOLI LAVORATIVI IN AMBITO SOCIO-ASSISTENZIALE, IN PRIMO LUOGO COME EDUCATORI.

NON TUTTI SANNO CHE IN PIEMONTE MOLTI COLLEGHI ASSUNTI COME EDUCATORI STANNO PERDENDO IL PROPRIO POSTO DI LAVORO. LA CAUSA DI TUTTO CIÒ È L’ANNOSO PROBLEMA DEI TITOLI (leggi articolo per maggiori dettagli), CHE RISCHIA DI LASCIARE A CASA MOLTI PSICOLOGI IMPIEGATI DA ANNI IN COOPERATIVE O ALTRI ENTI CONVENZIONATI.

QUELLO CHE ORA CI PREME NON È DISCUTERE SULL’OPPORTUNITÀ O MENO DI CONSIDERARE LA QUALIFICA DI PSICOLOGO COME ADATTA A SVOLGERE IL RUOLO DI EDUCATORE, VOGLIAMO IN PRIMO LUOGO DIFENDERE TUTTI I COLLEGHI LAVORATORI CHE RISCHIANO DI PERDERE IL PROPRIO POSTO DI LAVORO DA UN GIORNO ALL’ALTRO. PRETENDIAMO CHE LA QUESTIONE VENGA TRATTATA IN MODO ADEGUATO E NON SBRIGATIVO E CHE TUTTE LE PERSONE COINVOLTE VENGANO RISPETTATE IN QUANTO LAVORATORI E, SOPRATTUTTO, ESSERI UMANI.

DI SEGUITO È RIPORTATO UNA SINTESI DI UN INCONTRO CHE ALCUNI COORDINATI HANNO AVUTO CON LA DIRETTRICE CLINICA DI ALCUNE STRUTTURE SOCIO-SANITARIE. 

ABBIAMO ELABORATO UN QUESTIONARIO ANONIMO, DA DIFFONDERE IL PIÙ POSSIBILE, SULLA PRESENZA DI PSICOLOGI NELLE STRUTTURE PIEMONTESI. SE HAI DEI DATI UTILI,  TI PREGHIAMO DI COMPILARLO E DI DIVULGARLO A TUA VOLTA. IN QUESTO MODO CI PERMETTERAI DI AVERE QUALCHE DATO INDICATIVO PER POTER DESCRIVERE IN MODO PIÙ ESAUSTIVO LA SITUAZIONE E PER POTER SOLLECITARE A GRAN VOCE LE AUTORITÀ COMPETENTI.

https://docs.google.com/forms/d/1RZdj5pIkeagHZ30hGe2hT6_3Qu9eBI2aBrDX3R2A2HU/viewform?sid=53fa0327bf5d28dd&token=QtdAdT4BAAA.GKvtghAtDlJ9qK5ntm6esg.7YfZrN6IQPIlY4G9V2IpaQ

VI RICORDIAMO, INFINE, L’APERITIVO DEI COORDINATI MERCOLEDì 15 MAGGIO ALLE 20.30 AL ROUGH IN VIA PRINCIPE TOMMASO 3 TORINO (San Salvario).

SINTESI INCONTRO TRA IL CPPP ED UNA DIRETTRICE DI DIVERSE STRUTTURE SOCIO-SANITARIE.

Oggetto: La nuova legge sulle qualifiche professionali nelle strutture residenziali per minori (vedi DGR 2012, che definisce la qualifica abilitante alla professione di educatore, ma anche DGR 2009 sull’equipollenza dei titoli “educatore interfacoltà” e “tecnico della riabilitazione psichiatrica”, con esclusione dello psicologo), e i controlli sempre più pressanti sul rispetto della normativa in Piemonte, stanno mettendo a rischio il posto di lavoro di molti nostri colleghi psicologi e creando una vera e propria emergenza occupazionale. L’attuazione della normativa, prevista entro la fine del 2013, sta spingendo gli enti al licenziamento di molti collaboratori psicologi stabilmente integrati nei servizi dove prestano il proprio lavoro, con la conseguenza di distruggere intere equipe e provocare danni gravissimi sia agli utenti che alle strutture ospitanti. Tutto questo sembra innestarsi in un generale orientamento alla medicalizzazione e tecnicizzazione della cura e della riabilitazione, che rischia di modificare profondamente il significato e le pratiche dell’intervento terapeutico.

Discussione: La dottoressa, psicologa e psicoterapeuta, è coordinatrice di diverse strutture  (alcune per minori con diagnosi psichiatrica, altre nell’area della disabilità). Da sempre l’ente che dirige, ha centrato l’intervento terapeutico e riabilitativo sulla creazione di relazioni significative tra utenti, operatori e strutture d’accoglienza, con particolare attenzione alla riflessione e discussione sulle dinamiche relazionali in atto. Questo tipo di sensibilità e di concezione dell’intervento riabilitativo ha fatto sì che nelle assunzioni fossero privilegiati operatori con il titolo di psicologo, così negli anni si sono create intere equipe costituite quasi esclusivamente da nostri colleghi, inquadrati come educatori professionali.

La nuova normativa sull’accreditamento delle strutture per minori (DGR 2012) e le pressioni da parte della vigilanza della ASL minacciano di provocare uno stravolgimento totale dell’assetto di cura, che in questo caso implicherebbe la sostituzione quasi totale dei dipendenti.

La dott.ssa ha preso contatti con il CPPP per cercare di elaborare insieme a noi una strategia di intervento per contrastare due effetti preoccupanti:

1)      il licenziamento coatto di collaboratori stimati per il loro lavoro e integrati da anni nei vari servizi

2)      la crescente “medicalizzazione” e “tecnicizzazione” degli interventi terapeutici nelle comunità, segnata dall’aumento esponenziale di figure professionali  provenienti direttamente dall’ambito medico o formatisi sotto la facoltà di medicina (psichiatri, neuropsichiatri, infermieri, tecnici della riabilitazione psichiatrica, educatori interfacoltà e oss) a scapito di psicologi e psicoterapeuti.

Per ottenere qualcosa, commenta, è necessario concertare un’azione che coinvolga più strutture, cercando di individuare quali altre Società o Cooperative si sentono danneggiate dai cambiamenti in corso.

Riferiamo alcune “voci” che ci sono arrivate su una sorta di “sanatoria” prevista dalla Regione: visto che il numero di educatori laureati dall’Interfacoltà non è sufficiente a coprire il fabbisogno di operatori di comunità, si prevede di stabilire l’equipollenza di questo titolo con quello di “educatore professionale”. Dalla “sanatoria”, però, verrebbero esclusi gli psicologi.

Ci poniamo alcune domande alle quali, sulla base delle nostre conoscenze attuali,  non sappiamo dare risposta: Come è stato stabilito il numero delle ore lavorative delle varie figure professionali per ciascuna tipologia di struttura? In quale tavolo si è deciso? Chi ha partecipato? Le comunità minori sono state riorganizzate dal DGR 2012, ma anche prima c’erano delle direttive, e questo per ogni tipologia di servizio. Perché il controllo è scattato solo ora? Cosa succedeva prima?

Sappiamo che oggi le strutture pubbliche o in appalto hanno controlli molto meno stringenti rispetto al privato-sociale accreditato, coincidendo nel primo caso il ruolo di controllore e quello di controllato. Inoltre, ci rendiamo conto con preoccupazione che si sta andando verso una riduzione degli interventi preventivi o che implicano cospicui investimenti sul lungo periodo, e che il futuro sembra prevedere solo strutture per la gestione dell’urgenza: una sorta di succursali del pronto soccorso per degenze di breve periodo e poi… tutti a casa. Per questo tipo di “cura”, certo, la figura dello psicologo è superflua…

Si discute dell’inquadramento salariale degli psicologi-operatori rispetto alle altre figure educative: non c’è differenza di contratto, tutti sono inquadrati allo stesso livello in quanto laureati.

Si fa notare che la manovra di riorganizzazione del personale in base ai titoli in questo caso ha un importante aspetto sindacale, perché lavoratori integrati, che svolgono da anni le loro funzioni con la stima e l’apprezzamento dei datori di lavoro da un giorno all’altro vengono privati di ogni diritto e licenziati. Per questo è necessario pensare ad un coinvolgimento delle varie forze sindacali. Sappiamo, ad es., che in alcune strutture di pertinenza della ASL TO 3 il problema è stato risolto ricollocando il personale privo di titolo richiesto (psicologi per lo più) in servizi lontani e difficilmente raggiungibili, costringendo buona parte delle persone a chiedere il licenziamento. Questo, si fa notare, non è nient’altro che mobbing.

Riguardo all’aspetto sindacale del problema, sarebbe importante avere dei dati sui tipi di contratto che gli psicologi hanno all’interno degli enti dove lavorano: quanti hanno il tempo indeterminato? Quanti il tempo determinato o altri tipi di contratto precario? In particolare: quanti lavorano come “finti consulenti” con partita iva? Se il numero dei contratti a tempo indeterminato fosse alto, forse sarebbe più facile ottenere un sostegno attivo da parte dei sindacati.

Il CPPP condivide entrambe le preoccupazioni della dott.ssa: sia per l’emergenza lavorativa che colpirà tanti colleghi e per la rocambolesca riorganizzazione di tanti servizi, sia per gli scenari futuri di tecnicizzazione selvaggia della cura. Comprendiamo anche il senso di frustrazione e umiliazione dei tanti psicologi licenziati o a rischio di licenziamento, con la motivazione che per il lavoro che hanno svolto finora sono più qualificate figure professionali che, nel migliore dei casi, hanno alle spalle la metà della loro formazione universitaria.

Al tempo stesso, però, riteniamo fondamentale intrecciare azioni volte a rispondere all’emergenza del momento con altri interventi di lungo raggio volti ad assicurare, nelle varie strutture, una presenza significativa di psicologi e psicoterapeuti che esercitino la professione per la quale si sono formati. Innanzitutto sarebbero necessarie operazioni di controllo che garantiscano che, dov’è previsto (ad es. 38 ore nelle CTM e nelle CRP), lo psicologo/psicoterapeuta ci sia davvero e che eserciti la sua professione (per intenderci: che non sia impiegato come operatore nei turni). Inoltre, sarebbe necessario capire quale iter e quali forze hanno contribuito alla formulazione delle direttive vigenti per trasformarle.

Piano d’azione:       

1)      Raccogliere dati sulla presenza effettiva degli psicologi nelle cooperative e negli altri enti del privato-sociale. Per rendere la raccolta dati il più veloce ed efficace possibile, si è pensato di formulare un brevissimo questionario da somministrare usando tutti i contatti disponibili, in cui si chiede allo psicologo-operatore:

—    nome dell’ente e del servizio in cui lavora

—    tipologia del servizio

—    com’è composta la sua equipe o gruppo di lavoro

—    quanti colleghi-operatori sono laureati in psicologia

—    quanti laureati in psicologia sono impiegati davvero come psicologi

2)      Al più presto, dati alla mano, ci presenteremo alla riunione dell’Ordine, e chiederemo un incontro per discutere del problema.

3)      Prendere contatti con i giornali

4)      Prendere contatti con i sindacati

5)      Sondare il terreno per capire se altre cooperative o enti sarebbero disposti a collaborare in un’azione comune