ECM e formazione obbligatoria per gli psicologi: la posizione del CPPP

Fin dal flash mob organizzato davanti all’ordine degli psicologi del Piemonte nel settembre 2012, abbiamo lanciato l’allarme sull’obbligo di formazione continua sancito per legge e sulla possibile deriva verso il modello ECM. Questo anche contro le invettive di chi ora grida allo scandalo contro la sbagliata, è bene dirlo, posizione assunta dal CNOP rispetto alla questione.

Pensiamo che il sistema ECM sia un sistema di formazione superato, che possa inasprire quel fenomeno che fin dai suoi esordi il Coordinamento ha denominato “cannibalismo professionale”, per cui i professionisti già affermati si mantengono in qualità di formatori a spese dei più giovani.

Ci chiediamo: gli FCP di cui tanto si parla in contrapposizione agli ECM sarebbero stati una reale alternativa o sarebbero stati l’ennesima gallina dalle uova d’oro per differenti gruppi di potere?

Chicken laying golden eggs

Ricordiamo infatti il paradosso rappresentato dalla differenza fra l’iter formativo e lavorativo dei formati (i colleghi anagraficamente più giovani), e quello dei formatori (i colleghi più anziani). I primi sono spesso in una posizione di forza in quanto a percorso formativo ed esperienze professionali internazionali di eccellenza ma sono chiusi fuori dal sistema lavorativo nazionale. Allo stesso tempo i secondi lavorano, guadagnano e comandano con la pretesa di formare coloro che sono sovente più preparati di loro.

in-castigo

Per questo motivo, pur consapevoli dell’esistenza di una legge nazionale che obbliga il professionista ad un aggiornamento professionale continuo, ci siamo a suo tempo fermamente battuti contro la modifica all’articolo 5 del nostro codice deontologico. Questo è stato fatto come chiaro messaggio politico a tutela della categoria, in particolare  verso le fasce più giovani e più in difficoltà.

Pensiamo sia giunta l’ora di un sistema formativo che fondi le sue basi sul valore dell’esperienza pratica, della condivisione delle competenze, della cooperazione tra colleghi.

Una formazione sostenibile, garantita dagli Ordini regionali e dal CNOP, finanziata con i fondi di cui queste istituzioni già dispongono e senza oneri aggiuntivi da parte degli iscritti. Proponiamo, inoltre, di affiancare alle tradizionali lezioni frontali momenti di intervisione e scambio di competenze, riconosciuti come credito formativo. Pensiamo quindi, come scritto nel nostro programma elettorale, all’istituzione di una sorta di banca-ore presso l’Ordine, che renda possibile a ciascun formando di entrare in gioco anche come formatore.

Concludiamo chiedendo al CNOP di pronunciarsi a breve contro il sistema ECM e a favore dell’interesse dei propri iscritti.

Trasformazioni, cambiamenti e crisi identitaria: una fotografia

Negli ultimi anni profonde modificazioni nella società hanno comportato una marcata ridefinizione, in un processo ancora pienamente in atto, della pratica psicologica non solo in ambito clinico. Nel mondo psicoanalitico, per esempio, al lungo trattamento tradizionale a 4 o 5 sedute alla settimana sono subentrate molteplici forme di psicoterapia, con setting che prevedono minor durata, frequenza più bassa e obiettivi più direttamente volti alla cura del disagio e più attenti alle condizioni di vita reale delle persone. Parallelamente, al modello unico di matrice freudiana sono subentrate molteplici teorie psicologiche e psicopatologiche correlate da altrettante pratiche, in un continuo dibattito a volte stimolante a volte disorientante.

In ambito non clinico si è assistito ad un proliferare di nuovi campi di applicazione: psicologia ospedaliera, psicooncologia, psicologia dell’emergenza, etnopsicologia ecc. Si sono progressivamente diffusi setting alternativi allo “studio”, più adatti all’intervento tempestivo e disponibili capillarmente sul territorio, come gli sportelli d’ascolto. Sono sorte nuove figure professionali a cavallo tra la psicologia e altro: gli psicologi come educatori, come orientatori, come precettori, come affidatari o consulenti. E insieme a tutto questo, da varie aree limitrofe coma la filosofia, l’antropologia, la sociologia sono nate professionalità ancora poco definite, che si presentano a vario titolo come “consulenti”, “trainer”, “coacher” o altro.

Infine, si assiste ad un proliferare di luoghi e pratiche non psicologiche volte anch’esse alla riduzione del disagio e alla promozione del benessere: tecniche di meditazione e rilassamento, danza terapia, gruppi di discussione, disegno o scrittura creativa ecc. ecc. ecc.

Allo stesso tempo, insieme alla professione è cambiata anche la domanda: un progressivo allargamento democratico dell’utenza ha creato la necessità di una presa in carico più flessibile e differenziata, con l’ausilio di competenze che esulano dal campo strettamente psicologico — pensiamo alle esigenze dei diversi migranti, per fare solo un esempio. Inoltre si è modificata la tipologia del disagio manifesto, con al centro insicurezza identitaria, mancanza di punti di riferimento, dominanza di disturbi narcisistici, difficoltà nell’esercizio della genitorialità, problemi legati alle condizioni reali di vita e soprattutto di lavoro.

Anche gli psicologi sono coinvolti negli stessi processi trasformativi, e non solo in quanto professionisti ma anche come persone. Al di là di una minoranza professionalmente radicata ed economicamente tutelata, in grado di incarnare la figura dello psicologo per com’è ancora rappresentata dall’immaginario collettivo (il professionista, spesso confuso con il medico, che siede nel suo studio ricevendo uno dopo l’altro i suoi pazienti), vive una popolazione variopinta di psicologi allo sbando, con vite disperse in mille lavori dai confini poco chiari, con tempistiche lavorative poco prevedibili e guadagni assai incerti, preda di una profonda crisi identitaria sia dal punto di vista professionale che personale. L’aumento dei disturbi narcisistici e delle identità evanescenti riguarda, purtroppo, anche noi.

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La confusione rispetto al ruolo della psicologia e alle caratteristiche specifiche che dovrebbero distinguerla dalle professioni limitrofe è massima non solo nell’opinione pubblica (anche persone di livello culturale medio-alto e addirittura professionisti a noi affini per lo più non sono in grado di distinguere lo psicologo dallo psichiatra o dal neurologo, figuriamoci poi dallo psicoterapeuta o dallo psicoanalista!) ma anche all’interno della nostra categoria professionale.

Al problema identitario oggi si cerca di dare risposta in termini definitori, cercando di individuare dall’esterno un insieme di strani indicatori detti “atti tipici” che contribuiscano a classificare lo psicologo come tale, distinguendolo e difendendolo dall’emergere delle nuove figure professionali non regolamentate, in un clima paranoide di guerra tra poveri e nella comune crisi di identità.

Con ciò non si intende prendere posizione contro una doverosa tutela nell’esercizio di professioni delicate come la nostra, che devono richiedere lunghi anni di studio e apprendistato. Si vuole solo richiamare l’attenzione sull’ampiezza e profondità del problema, che per essere affrontato adeguatamente senza cadere in uno sgomitare selvaggio da una parte e nella difesa miope dell’orticello dall’altra richiede ben altro che un formale atto definitorio, ma sollecita un’urgente riflessione da parte della categoria tutta.

Da dove deriva la forza centrifuga che sta scompaginando la psicologia, e come intervenire?

Nel porci la domanda sullo stato e sul futuro della psicologia, non dimentichiamo affatto che essa non è l’unica vittima, che il disfacimento ha portata globale. Però noi siamo psicologi e viviamo la crisi prima di tutto come tali. Perciò cerchiamo di riprendere il governo della nave operando da questa postazione.

Quindi, ricominciamo da qui.

Formazione universitaria

Il primo e fatale fallimento nella costruzione di un senso identitario emerge già nel percorso di studi universitario, che si caratterizza più come un risultato di compromesso tra discipline e potentati diversi che per una vera e propria finalità formativa, sicché l’intero impianto di studi appare molto simile ad un casalingo DSM IV: un risultato politico, un assemblaggio di conoscenze privo dello spirito vivificante di un progetto teorico. La disarticolazione oggettiva del percorso di studi produce nel sentire soggettivo dell’allievo insicurezza, confusione e scarso senso di competenza.

Provate a chiedere ad un neolaureato in psicologia quale è la percezione di sé in quanto psicologo e come valuta le conoscenze e competenze sviluppate. Otterrete risposte disorientate e smarrite, sature di un’incertezza molto lontana da quel superiore “sapere di non sapere” che anima la scienza.

Da molte parti si lamenta il fatto che l’università “sia lontana” dal mondo lavorativo, e potremmo pensare che proprio per questo motivo fallisca il suo mandato formativo.

Ma siamo sicuri che l’Università debba essere una specie di ufficio di collocamento? Che la formazione universitaria debba coincidere con l’apprendimento di una specifica professione? Che i programmi debbano cambiare continuamente in risposta alle varie esigenze del mercato? Perché, allora, continuare a chiamarla “università” distinguendola dalle molteplici proposte di formazione tecnica?

Se pensiamo l’università come centro di attività scientifica e come luogo di approfondimento teorico in cui l’individuo possa sviluppare una riflessione che sia libera, vivace, critica e soprattutto personale, è implicito che essa debba mantenere una relativa indipendenza rispetto dalle richieste concrete del mondo lavorativo. Al tempo stesso, però, dovrebbe assumere una posizione interessata e competente rispetto alle reali esigenze dei professionisti che concorre a formare, conoscere bene le pratiche, i bisogni e gli strumenti più utilizzati sul campo, promuovendo l’apprendimento e la diffusione delle metodologie scientificamente più validate e riconosciute dalla comunità scientifica internazionale.

Ma anche l’università oggi (e non solo la facoltà di psicologia) sembra attraversare una grande crisi di senso, con perdita di obiettivi e poca chiarezza circa il proprio mandato, sospesa tra colonialismi territoriali, burocratizzazione delle procedure, lotte intestine e controverse richieste professionalizzanti da parte di studenti di provenienza sempre più composita e con obiettivi sempre più divergenti.

Mentre ci auguriamo che anche in quella sede venga avvertita l’urgenza di un ampio lavoro di riflessione e di ripresa di progettualità, è fuori discussione che una parte consistente delle conoscenze trasmesse oggi risulta antiquata, alienata rispetto agli attuali dibattiti scientifici e bisognosa di aggiornamento.

Formazione post-universitaria

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Fin dai suoi esordi il Coordinamento ha denunciato il preoccupante fenomeno denominato “cannibalismo professionale”, per cui i professionisti già affermati si mantengono in qualità di formatori a spese delle generazioni dei più giovani che, pur non potendo godere delle stesse possibilità di radicamento, realizzazione professionale e guadagno, sono costretti ad un’onerosa formazione che ormai si è configurata come continua. Già, il risultato del referendum parla chiaro: ci siamo autocondannati ad “adottare i nostri formatori a vita”. Questi i motivi esterni, ai quali però fanno riscontro importanti spinte interne, che hanno di nuovo a che fare con il tentativo di contrastare un pericoloso senso di crisi identitaria. Mi riferisco all’illusione che “un titolo in più” possa garantire migliori prospettive per uscire dalla mortifera empasse lavorativa, per trovare finalmente una collocazione e con essa la tanto sospirata identità professionale. E invece nella maggior parte dei casi non è così, e l’ambita meta si sposta progressivamente in avanti.

Dopo un po’, quando il neopsicologo si è ormai scontrato con le sue misere possibilità di inserimento lavorativo, spesso decide di iscriversi ad una scuola di psicoterapia. In ciò ha anche buon gioco la confusione, presente prima di tutto all’interno della nostra categoria, tra l’essere psicologo, l’occuparsi di clinica e il praticare la psicoterapia. Tale fraintendimento ha come conseguenza il fatto che solo una parte degli allievi specializzandi ha un reale interesse per l’esercizio della professione psicoterapica, mentre lavorerebbe molto più volentieri come consulente in un asilo nido, in uno sportello d’ascolto, in un servizio di pronto intervento o nella psicologia ospedaliera ecc.

Ma della disperazione degli uni si avvantaggiano gli altri, e così assistiamo ad un continuo proliferare di Scuole di specializzazione dai requisiti scientifici sbrigativamente accertati, le quali, consentendo di risparmiare in ore di supervisione e omettendo di richiedere un’approfondita analisi personale, producono annualmente una pletora di titoli svuotati di valore, ma equivalenti sul mercato a quelli ottenuti in modo più serio. Come in un percorso guidato, buona parte degli psicologi si sottopone ad altri 4 lunghi anni di studio e apprendistato, anni difficili in cui divide con fatica il suo tempo tra scuola, tirocinio e lavoro, e in cui deve subire ancora una volta l’umiliazione — lui, adulto e professionista abilitato — di ricorrere all’aiuto economico della famiglia. Alla fine del calvario, diventa finalmente psicoterapeuta, spesso senza sapere bene perché e in ogni caso senza poter migliorare di una virgola le proprie possibilità di occupazione.

Insieme al business delle Scuole di psicoterapia, si moltiplicano le offerte formative in tutti i settori della psicologia, in un’intricata rete di corsi e sedicenti “master” che varia in modo imperscrutabile dalla serietà alla truffa.

Ambito lavorativo

Negli ultimi anni la psicologia nelle ASL, attanagliata da una progressiva riduzione delle risorse economiche disponibili, sempre più frustrata dalla succube dipendenza dalla psichiatria e preda della miopia tipica delle questioni di casta, ha perso progressivamente lustro, dignità e capacità di incidenza. Per un certo periodo ha saputo mascherare la penosa situazione ricorrendo al lavoro non pagato di torme di tirocinanti, specializzandi e volontari, che hanno mandato avanti i vari servizi per obbligo formativo o nella speranza sempre più vana di una ricompensa.

Ma tutto questo sta volgendo al termine. Tutti stiamo assistendo al grande BUM delle ASL.

E nel frattempo, in un mondo lavorativo sempre più caotico ed impoverito, ciascuno  cerca di organizzarsi secondo le linee a lui accessibili per potere e relazioni, tutti ugualmente volti verso l’unica luce del “privato sociale”. Si tratta di un processo già parzialmente in atto, ma che prevedibilmente subirà una forte propulsione nel prossimo futuro.

Lasciate a sé stesse, le profonde trasformazioni in corso potrebbero avere conseguenze molto gravi, soprattutto per l’utenza, ma anche per gli sviluppi della professione nel prossimo futuro. Immaginiamo solo per un attimo di ritrovare a livello clinico la mostruosa, ridondante e svilita proliferazione che ha avuto luogo a livello formativo, in un pullulare selvaggio di “centri clinici” autoproclamatisi tali, centrati sull’erogazione di interventi psicologici e psicoterapie non supervisionate e a basso costo, con la pretesa di rappresentare appendici, o peggio ancora sostituti, del sistema sanitario in crisi.

Il problema è serio: un flusso di domande dalle ASL in bancarotta da una parte, una torma di psicologi disorientati e impoveriti dall’altra, e i soliti potenti con le loro schiere di intriganti, affaristi, opportunisti e sgomitarori nel mezzo.

Ma spostiamo il fuoco al di fuori dell’ambito “strettamente” e “tradizionalmente” clinico. Partendo nuovamente da una presa d’atto della situazione esistente, vediamo che sul mercato del lavoro gli psicologi hanno assunto ruoli in buona parte inediti per i nostri predecessori, figurando come consulenti, educatori, orientatori ecc.

L’urgente situazione in cui si trovano i colleghi assunti da anni come educatori in strutture pubbliche e privato-sociali, che dal 1 gennaio 2014 si troveranno senza lavoro a causa della non congruità del titolo di psicologo rispetto alle direttive regionali, deve destare l’attenzione di tutta la categoria. Infatti, se da qui in avanti non assumeremo una posizione più incisiva e propositiva presenziando tutti i tavoli decisionali che interessano la professione, dovremo aspettarci di essere esclusi da molti altri ambiti lavorativi.

Solo uscendo dal letargo e assumendo un ruolo più attivo la psicologia potrà sottrarsi alla stretta che, schiacciandola tra la psichiatria e l’educativa, le ha progressivamente sottratto ogni campo d’azione.

Laura Fachin