Comunicato del CPPP in merito alle recenti problematiche emerse in tema di tirocini

Alla luce delle problematiche emerse rispetto allo svolgimento dei tirocini, espresse dagli studenti in protesta, e delle reazioni di professori e professionisti dell’Ordine degli Psicologi, il Coordinamento Psicologi e Psicoterapeuti Piemontesi (CPPP) riconosce la centralità del ruolo dei tirocini in quanto occasioni formative, che dovrebbero favorire l’apprendimento della professione, all’interno di regole chiare e condivise. Tali opportunità di pratica professionale sono senza dubbio non prive di criticità e di contraddizioni, come evidenziato dal Collettivo di psicologia e dalla rete nazionale Link- Coordinamento Universitario, ma è proprio per questo che, presso il Dipartimento di psicologia, è stata costituita la Commissione Tirocini, di cui tre nostri rappresentanti fanno parte in rappresentanza dell’Ordine degli Psicologi. L’ente deputato proprio al monitoraggio e alla gestione delle problematiche specifiche, ha l’intenzione e la necessità di ricevere un rimando costante da parte degli studenti, per poter garantire la propria efficacia . Precisiamo che la Commissione Tirocini ha però bisogno dell’aiuto proprio degli studenti per individuare le sedi in cui ci sono maggiori criticità per poter intervenire tempestivamente. Per questo, i rappresentanti del CPPP, Enrica Locati, Laura Fachin e Dario Fieni, in stretta collaborazione con tutti gli altri membri della Commissione, in primis la presidente Dott.ssa Angela Fedi, sempre estremamente disponibile al dialogo e al confronto, rinnovano la propria disponibilità ad ascoltare e dialogare con i rappresentanti degli studenti, allo scopo di garantirne la tutela e l’efficacia del processo formativo.

Per qualsiasi comunicazione, rimaniamo a vostra disposizione: coordinamentopsi@gmail.com

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Lo psicologo nella residenzialità: quando il setting incontra il paziente

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Se l’immaginario comune potesse assumere sembianza di vignetta, alle parole stimolo “psicoterapeuta”,” psicoanalista”, “psicologo” apparirebbero moltissime nuvolette con un personaggio mediamente maturo, barba bianca, occhio torvo e lettino allungato. Questa foto, statica, congelata, impedisce tuttavia di cogliere le potenzialità e le sfaccettature di una professione complessa che imprescindibilmente da un metodo e da una teoria che guida l’azione ha il suo potenziale trasformativo in una relazione, di cui il professionista ha la responsabilità clinica. Il concetto di responsabilità clinica è molto importante dal momento che implica una conoscenza teorica, una conoscenza delle proprie dinamiche interne, ed una capacità di vicinanza affettiva ed emotiva autentica mediata da una distanza professionale, quella del pensiero. La responsabilità clinica implica che il professionista metta a disposizione il proprio bagaglio per l’evoluzione emotiva e relazionale dell’altro.

Nel testo il Setting in Psicoterapia di Zavanella si riprende un interessante e storica distinzione della psicologia clinica tra set e setting, laddove il set costituisce l’insieme degli elementi esterni che caratterizzano e fanno da contenitore allo svolgersi della funzione psicologica (ambiente, colore delle pareti, mobilio più o meno caratterizzato etc..) e il Setting riferito agli aspetti interni dello psicologo (bagaglio teorico, esperienziale, clinico, personale). Lo psicologo tiene insieme questi aspetti e li declina nella relazione conoscendone l’influenza.
Il setting in quanto interno, può essere portato dietro, come la casa di una tartaruga, e può essere utilizzato tenendo conto delle condizioni esterne e anzi integrandosi ad esso.
Il set e il setting non possono essere precostituiti ma devono essere flessibili e capaci di rispondere al paziente che stiamo trattando.

Nello specifico, quando lavoriamo con i pazienti psicotici, ci troviamo di fronte ad un’organizzazione di personalità che necessita un trattamento specifico e differente da quello ritenuto comunemente un setting “classico” ed “ortodosso”. Il paziente psicotico infatti utilizza un linguaggio corporeo, simbolico, analogico, spesso ossimorico, concatenato, che può essere letto e significato solo nella relazione del quotidiano. Il paziente parla di sé attraverso gli oggetti, attraverso il suo armadio, il suo comodino, la sua scheda sim, o una sigaretta elettronica che nonostante sia continuamente riparata continua a non funzionare. Nel fare le cose insieme si costituisce tra operatore e paziente un dialogo che dalla contingenza del”fare” piano piano permette di raggiungere la creazione di un codice comune. il paziente psicotico spezza, divide la sua storia, passato presente e futuro perdono la loro dimensione di continuità e diventano un buco nero. E’ compito dell’equipe curante tenere insieme i pezzi e, con la sua presenza strutturante, nutrire l’apparato per pensare, per dirla alla Bion.

L’equipe ha in questo lavoro una funzione fondamentale perché deve contenere la storia del paziente, deve essere la sua possibilità di sentire, di pensare, di immaginare. E deve essere in grado di rispecchiare le parti scisse del paziente senza assumere un atteggiamento difensivo.

Building-your-dream-home-300x300.jpgPer questi motivi, che potrebbero essere ulteriormente e abbondantemente esplicati, la terapia del paziente grave può esprimersi in un set che abbia caratteristiche primigenie di “casa” per consentire una ripartenza evolutiva. Calore, colore, mobilio casalingo e non medico, ritualità costanti e rassicuranti, costituiscono un contenitore entro cui è possibile allenarsi nel contatto umano, rispettando le reciproche e desiderate distanze o vicinanze.

La residenzialità è il contesto che permette un contatto quotidiano con la psicosi, rende possibile osservarla, pensarla e ripensarla, è il luogo ed il tempo in cui nascono e si sviluppano relazioni particolari che hanno come obiettivo la cura e la significazione della sofferenza.
Il lavoro diventa allora quello di riattivare e rivitalizzare quei processi interrotti dalla malattia, attraverso la differenziazione degli interventi (sanitari, educativi, psicologici) che integrati gli uni agli altri forniscono un quadro coerente e trasformativo per i pazienti.
Tutte le volte che consideriamo soltanto un aspetto riabilitativo e non l’interezza dei bisogni di questi pazienti, e che non riconosciamo la complessità dell’intervento che questa tipologia di utenza richiede, stiamo lavorando a favore della psicosi e della sua funzione divisoria e frammentante. Tutte le volte che non consideriamo gli aspetti psicologici della cura, come, in integrazione agli altri, fondamentali per l’evoluzione reale dei pazienti, li condanniamo al rischio della cronicità. Tutte le volte che i pazienti tornano indietro dobbiamo chiederci se abbiamo fatto qualcosa per impedirgli di andare davvero avanti.
Questa è la responsabilità clinica di tutti coloro che lavorano nella salute mentale.
Riconoscendo l’unicità di questo specifico set e setting di cura si evince la necessità di un’equipe di lavoro multidisciplinare, formata e al contempo essa stessa “curata” (attenzione al benessere degli operatori, manutenzione delle dinamiche interne, formazioni e supervisioni permanenti che preservano dal contagio, dall’autoreferenzialità e dalla cronicità).

social-work-lecture-series.jpgIn un periodo fortemente critico per ciò che riguarda la sanità piemontese, con ripercussioni a vari livelli, vale la pena chiedersi non solo quali aspetti organizzativi ed economici della residenzialità psichiatrica vadano legittimamente rivisti e rivalutati, ma cogliere l’occasione per differenziare ed identificare i fattori efficaci e non sostituibili per garantire la funzione terapeutico riabilitativa della cura che non è riducibile all’assistenzialismo, ma volta all’evoluzione e alla dignità dei pazienti e al riconoscimento della professionalità di chi lavora nella salute mentale.

Maria Laura Trifilò, psicologa psicoterapeuta, operatore di comunità

Silvia Veltri, psicologa, operatore di comunità.

Giornate basagliane: 23 e 24 ottobre a Torino. Dibattiti, confronti e tavole rotonde a 37 anni dalla Legge Basaglia.

A oltre 35 anni dalla “Legge Basaglia”, dopo le recenti scosse alla psichiatria piemontese, sembra forte l’esigenza di fermarsi a riflettere sullo stato del sistema psichiatrico regionale e nazionale.
In memoria della grande riforma psichiatrica italiana e del suo infaticabile sostenitore, abbiamo intitolato l’evento Giornate Basagliane.

23 e 24 ottobre 2015
Caffè Basaglia
Via Mantova 34, Torino

Due giornate di dibattiti, tavole rotonde e confronti tra operatori del settore, politici, familiari, esperti

Evento promosso da:
ARCI nazionale
CPPP Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti Piemonte
CUB Sanità
STOP OPG Piemonte

Aderiscono:
Mad Pride
Psichiatria Democratica

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1669838636562156/

VOLANTINO A4

Per informazioni contattare: giornatebasagliane@libero.it

Cosa é stato detto alla TAVOLA ROTONDA e a che punto siamo con la “DELIBERA SAITTA”

Cari lettori,

dedichiamo questo report a tutti gli interessati che non hanno potuto partecipare alla tavola rotonda, tenutasi il 30 giugno presso l’hotel NH Ambasciatori di Torino, indetta dall’Ordine degli Psicologi e in cui è stata discussa l’imminente riforma della residenzialità psichiatrica prospettata dalla cosiddetta delibera Saitta. L’atto, che è stato approvato dalla Giunta Regionale senza il necessario passaggio attraverso la valutazione degli esperti della IV Commissione, non è tutt’ora stato pubblicato. Il temporaneo stato di sospensione ha dato il via ad accesi dibattiti e a vari propositi di revisione. La “tavola rotonda” è stato un modo per aprire le danze.

30 giugno 15_tavola rotonda residenzialità psichiatrica

Ad avviare la discussione è stato il bell’intervento del collega Antonio Celentano, Psicologo della cooperativa  “ Il Margine”. Dopo aver evidenziato la pluralità di modelli di cura esistenti sul territorio (soprattutto nell’alveo della cosiddetta “residenzialità leggera”), Celentano ha messo in guardia da un rischio molto serio contenuto nella delibera, cioè quello di infrangere il rapporto vitale tra pensiero e atto compromettendo l’unità dell’intervento terapeutico. La netta divisione tra il socio-assistenziale (l’azione senza pensiero, rappresentata da figure di pura manovalanza come gli OSS) e il sanitario (il pensiero senza azione, rappresentato da figure puramente cliniche, come psichiatri o consulenti-psicologi), è esplicitamente enunciata nel “minutaggio” degli interventi professionali previsti dalla delibera (x minuti di psicologo, y minuti di oss ecc.).  Lo psicologo, escluso dalle funzioni psicoeducative e sostituito da figure assistenziali, uscirà dalla pratica quotidiana della cura rientrando come “sanitario”, come “esperto” che somministra colloqui;in questo modo, la gestione operativa degli utenti diverrà soltanto una questione “di badanza”. E’ chiaro come tale impostazione distrugga alla base l’efficacia degli interventi residenziali, che dovrebbero prevedere la collaborazione diretta di più figure nella quotidianità.

Il secondo ad intervenire è Metello Corulli, Presidente Fenascop Piemonte e direttore della comunità “Il Porto”. Corulli richiama le origini storiche delle strutture residenziali (le prime comunità sorte in Inghilterra nel secondo dopo guerra – Tom Main — e l’esperienza francese nel trattamento residenziale delle psicosi — Recamier), mostrando come fin dagli albori il personale impiegato fosse composto da Psichiatri, Psicologi, Psicoanalisti, Psicoterapeuti, nonché esperti di arti espressive come artisti e artigiani. Tutt’ora nel mondo anglosassone, all’avanguardia per quanto riguarda la residenzialità, è prevista un’equipe mista di questo tipo, rispondente alle esigenze di un modello terapeutico (studiato e validato) centrato sulla riabilitazione socio-affettiva del paziente. Il modello di Comunità proposto dalla delibera invece, contro ogni evidenza scientifica, è di tipo esclusivamente medico. Ancor più grave appare la condizione della futura residenzialità leggera, in cui è esplicitamente abbandonato ogni obiettivo terapeutico e riabilitativo.

Un ulteriore limite della delibera è la riduzione della residenzialità leggera ai soli Gruppi-appartamento e Comunità alloggio, senza che siano previste altre strutture vitali per un adeguato inserimento dell’utente sul territorio, come i Centri Diurni o gli Alloggi assistiti. L’arretratezza italiana si mostra, tra le altre cose, nella totale trascuratezza di studi sistematici sul settore e di ricerche sull’efficacia degli interventi. Finché le strutture residenziali saranno organizzate da tecnici ed economisti e non da clinici sulla base di evidenze scientifiche, gli interventi saranno inefficaci e il risparmio solo apparente. In questo, dovremmo prendere esempio dai nostri colleghi inglesi.

Corulli conclude fornendo dati sulla quantità di posti-letto esistenti nelle regioni Piemonte e Lombardia e chiarendo come l’apparente “eccesso” di offerta nella residenzialità leggera piemontese derivi dall’aver messo a confronto dati parziali, avulsi dall’insieme dei servizi e delle strutture esistenti in ciascuna delle due regioni.

Prosegue il collega Diego Menchi,  psicologo di Psicopoint, con un’interessante riflessione sul contributo “galvanizzante” che gli psicologi portano nella quotidianità delle cure residenziali: per formazione e per condizione “esistenziale”, infatti, i nostri colleghi sono spinti a non dare mai nulla per scontato e a cercare sempre nuove vie di cura, rivedendo continuamente le diagnosi dei pazienti, pensando a nuove soluzioni e possibili progettualità; in questo modo sono in grado di mobilizzare molte situazioni a rischio di impaludamento e cronicizzazione.

A questo punto si apre un nuovo giro di interventi, e sono chiamati a parlare Caterina Corbascio e Vincenzo Villari, gli psichiatri che hanno offerto consulenza alla Giunta-Saitta nel redigere la delibera.

Entrambi rilevano con preoccupazione la situazione finanziaria della Regione Piemonte, sottoposta da anni al Piano di rientro.

Corbascio afferma che molti servizi, soprattutto nella residenzialità leggera, rappresentano un’offerta eccessiva rispetto alle reali risorse disponibili: un effetto prodotto da anni di malgoverno e di un uso non sempre efficiente del danaro pubblico. Per questo motivo una riforma andava comunque fatta, anche se la delibera è senz’altro bisognosa di revisioni e miglioramenti.

Villari apre l’intervento evidenziando l’esubero di posti-letto in Piemonte rispetto alla media nazionale e la grande disomogeneità dell’offerta di strutture residenziali sul territorio. Anche dal suo punto di vista la delibera era necessaria: non è perfetta ma ci sono ancora molti margini di intervento.

Ulteriore tornata di relatori, che vede protagonisti lo psichiatra Enrico Di Croce e la psicologa Barbara Bosi, presidente dell’Associazione Lotta Contro Malattia Mentale.

Di Croce ci offre un bellissimo contributo, di grande contenuto e spessore, centrato sul senso e sulle caratteristiche della residenzialità leggera. I Gruppi-appartamento in Piemonte rappresentano un ampio spettro di modelli di cura che  spazia dal terapeutico-riabilitativo al socio-assistenziale. Non tenendo conto di tale pluralità, il progetto di riforma espresso nella delibera degrada al livello della sola assistenza anche realtà dall’ampio potenziale riabilitativo. La regione Piemonte ha da sempre privilegiato un sistema di psichiatria fondato sulle strutture territoriali leggere, in particolare i gruppi appartamento. La ragione di tale scelta è legata al modo in cui è intesa la “malattia mentale”, cioè come incapacità relazionale e difficoltà di vivere nel mondo reale. Il Gruppo-appartamento consente al paziente già parzialmente autonomo ma non così robusto da essere trattato solo a livello ambulatoriale di vivere in una dimensione il più vicina possibile alla realtà, in un luogo inserito nel tessuto urbano e con programmi terapeutici che prevedono la gestione semiautonoma delle incombenze quotidiane. Le Comunità di tipo A e B rappresentano un ambiente più protetto e separato, ma ciò significa anche più artefatto e meno realistico. Per essere veramente efficace, tuttavia, l’intervento territoriale dovrebbe poter integrare anche strutture e attività di altro tipo, come i Centri diurni e gli alloggi assistiti, e soprattutto prevedere un programma terapeutico individualizzato. dati corulli_giugno 15 Riprendendo i dati forniti da Corulli, chiarisce che in Lombardia il numero dei Gruppi-appartamento è molto inferiore a quello del Piemonte perché in quella regione, che da sempre ha privilegiato un sistema di cura di tipo comunitario, si tratta davvero di strutture assistenziali e di come siamo quindi difronte ad un differenza di carattere “terminologico”.

Bosi, la più applaudita, ci propone un intervento finalmente centrato dal punto di vista degli utenti. L’Associazione di cui è presidente richiede da anni una riforma della residenzialità, che è avvertita da più parti come necessaria e urgente; purtroppo, però, la delibera approvata dalla giunta Saitta risulta non solo del tutto inadatta a risolvere i problemi riscontrati, ma anche potenzialmente dannosa per diverse ragioni. L’aspetto più preoccupante è che si tratta di un progetto realizzato da tecnici ed economisti, completamente alieno da conoscenze specifiche del settore, non fondato su studi scientifici e portato avanti senza ascoltare il parere delle parti coinvolte e soprattutto degli utenti. Il paziente è un cittadino che ha il diritto di concordare il proprio percorso di cura con l’equipe curante e con l’appoggio della famiglia, ha diritto alla continuità del proprio iter riabilitativo, cioè ad un programma individualizzato, firmato anche da lui e perseguito con coerenza. Al contrario, oggi il paziente psichiatrico è trattato spesso come un pacco postale da smistare nelle varie strutture, in una serie di azioni frammentate e incoerenti che comportano, ad ogni passaggio, la perdita di un pezzo della sua storia. La delibera non fa altro che confermare e aggravare tale stato di cose. I Gruppi appartamento sono solo una parte della residenzialità leggera e dovrebbero essere integrati dalla presenza di altre risorse territoriali come i Centri diurni o gli Alloggi  assistiti, ma la delibera non fa alcun cenno alla presenza di tali strutture. A fianco e dopo il Gruppo-appartamento, per il paziente c’è il nulla. La riforma parla di costi, conti e dati, ma non prevede alcun lavoro di osservazione, verifica dell’efficacia e nuova pianificazione degli interventi. Per tutti questi motivi, la delibera non è da revisionare ma da ritirare e l’Associazione Lotta Contro la Malattia Mentale si muoverà in tale direzione facendo ricorso al TAR.

A questo punto, terminati gli interventi da parte dei colleghi e degli esperti, la parola passa ai politici.

Il primo a prendere parola è Gian Luca Vignale, Consigliere Regionale di Forza Italia, coautore della precedente delibera detta Burzi-Vignale.

Vignale esprime i motivi che hanno indotto già la precedente giunta a tentare un’azione normativa nei confronti della residenzialità leggera, prima di tutto l’enorme disparità di costi e di condizioni abitative, nonché l’ineguale distribuzione delle strutture sul territorio. Ciò che lo preoccupa in riferimento alla delibera-Saitta è l’evidente esigenza di una riduzione immediata della spesa sanitaria a fronte di una scarsa attenzione per la qualità della cura offerta. La vera sfida, dice, dovrebbe essere quella di combattere i “residui manicomiali” ancora esistenti sul territorio, ostacolando la cronicizzazione della malattia e la spesa che essa comporta con il rinforzo di servizi e attività territoriali: Gruppi appartamento, Centri diurni, alloggi assistiti, borse-lavoro. Inoltre, bisogna concentrare gli interventi soprattutto alla prima insorgenza di malattia.

Segue il contributo di Nino Boeti, Vicepresidente del Consiglio Regionale di area PD.

Uno dei grandi problemi generati dalla delibera è che le strutture della residenzialità leggera diventeranno servizi di tipo esclusivamente socio-assistenziale e non sanitario. Ciò significa che ricadranno al di fuori dai Lea (Livelli essenziali di assistenza: tutti quei servizi in carico al Servizio sanitario nazionale, gratuiti per l’utenza) e dovranno, quindi, essere finanziati dai Comuni e dai privati cittadini. Sappiamo però che le casse dei Comuni sono vuote e che non tutte le persone sono in grado di sostenere il costo delle rette. Per garantire un servizio di cura davvero efficace e fruibile da tutti i cittadini è indispensabile che i Gruppi appartamento e le altre strutture della residenzialità leggera  siano in carico al sistema sanitario e che prevedano figure professionali adeguate al perseguimento di obiettivi terapeutico-riabilitativi, vale a dire psichiatri, psicologi, educatori e non soltanto OSS. Di fatto, in accordo con l’ispirazione Basagliana, oggi i Gruppi Appartamento rappresentano un modello misto che, a seconda dei casi, offre interventi a bassa, media o alta intensità. La riduzione di tale poliedrica realtà al solo livello socio-assistenziale è dannosa secondo diversi aspetti, non da ultimo quello strettamente economico. Infatti è prevedibile che pazienti già inseriti nella residenzialità leggera ma non in grado di sostenere i costi della retta finiranno per essere inseriti di nuovo in Comunità, con un rilevante aumento della spesa. Inoltre, la delibera provocherà il licenziamento di molto personale, soprattutto di psicologi, con la conseguenza di un preoccupante impoverimento di individui e famiglie.

Conclude la serata l’intervento di Stefania Batzella, Consigliere Regionale di area 5 stelle:

La critica principale è rivolta al metodo con cui è stata approvata la delibera, cioè saltando sia la IV Commissione che le diverse parti sociali coinvolte. Per questo motivo i consiglieri 5 stelle hanno chiesto una sospensione immediata dell’atto e l’apertura di un Tavolo di confronto con operatori, Associazioni, enti gestori e soprattutto con i pazienti, che la delibera ha escluso del tutto. La richiesta di mettere all’ordine del giorno apertura di un Tavolo di discussione è stata avanzata per ben due volte dal loro gruppo consigliare, ma entrambe le volte è stata bocciata.

Il 10 luglio è previsto il primo incontro del Tavolo di discussione sulla delibera, a cui anche l’Ordine degli Psicologi ha chiesto di partecipare. Tutti i relatori hanno espresso soddisfazione nei confronti dell’Ordine che, per la prima volta nella storia della psichiatria piemontese, ha evidenziato ufficialmente l’importante apporto degli psicologi nella residenzialità psichiatrica e rivendicato un riconoscimento formale della loro effettiva funzione.

CONSIDERAZIONI

E’ stata una serata molto ricca, con contributi interessanti e di grande spessore. La scelta dei relatori, molto attenta e accurata, ha permesso al pubblico presente in sala di accedere ad un’immagine molto articolata della situazione in atto, riferita dal diverso punto di vista di colleghi, altri professionisti del settore e politici.

Un limite a nostro avviso è stato  il fatto che, nonostante l’evento fosse annunciato come una Tavola Rotonda alla fine si è trattato di una carrellata di lunghi interventi frontali che non hanno lasciato spazio ad alcun dibattito, né tra esperti e politici, né tra pubblico e relatori. I politici hanno parlato per ultimi davanti ad un pubblico fortemente ridotto e ormai stanco.

Ad essere penalizzato, insomma, è stato il livello interattivo e partecipativo, che forse poteva dare un contributo importante alla riflessione e alla messa in movimento dei contenuti. Detto questo, è stata comunque un’iniziativa importante e ben riuscita.

Dal punto di vista delle strategie d’azione, sono state prospettate due diverse soluzioni per contrastare la delibera:

  • Bloccare l’atto di delibera che, in quanto fondato su un modello economico e non clinico-scientifico, rappresenta una base di lavoro del tutto inadeguata (su questa linea sembravano concordare gli interventi di Corulli, Di Croce, Bosi);
  • Salvare il salvabile, rimboccarsi le maniche e lavorare nel Tavolo di discussione previsto (tutti gli altri).

La prima riunione del Tavolo di discussione avrà luogo, lo ricordiamo, il 10 luglio, speriamo con la presenza dell’Ordine degli Psicologi.

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Il Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti Piemontesi, da sempre attento e attivo sui temi della residenzialità psichiatrica (nella foto il presidio del 7 aprile 2014 di fronte alla giunta regionale, dell’allora presidente Cota), continuerà a seguire con attenzione lo svolgersi degli eventi, raccogliendo informazioni, partecipando ai dibattiti, aggregando gli interessi delle diverse realtà coinvolte. Rispetto alle strategie d’azione, promuoveremo o appoggeremo ogni tentativo di far ritirare la delibera, come ogni iniziativa volta a migliorarla.

Non sappiamo esattamente chi parteciperà al Tavolo, ma ci preoccupa l’ipotesi che da esso sia esclusa ogni rappresentanza sindacale.

La delibera produce effetti su diversi piani e ci tocca da punti di vista diversi: intanto come cittadini di uno Stato che sta smantellando servizi essenziali riportando l’orologio della storia indietro di 30 anni; poi come psicologi, a cui è sottratto un importante campo di applicazione delle nostre competenze negandoci definitivamente un ruolo mai formalmente riconosciuto, ma da noi ampiamente e lungamente esercitato; come esperti, in grado di riconoscere la follia di un “progetto” fondato sul nulla clinico e scientifico; come familiari (reali o potenziali) di utenti psichiatrici, a cui vediamo impedita ogni possibilità di partecipazione attiva al proprio percorso di cura. A tutto questo, durante la serata di ieri è stato dato ampio spazio. Eppure è mancata (e, temiamo, mancherà anche in futuro) una prospettiva che riteniamo centrale: il punto di vista di noi in quanto lavoratori. Certo, si è parlato (e si parlerà ancora al Tavolo) del tragico licenziamento di quasi un migliaio di psicologi e della riduzione dello stesso personale educativo a vantaggio dei più economici OSS. Ma chi potrà tutelare le future condizioni lavorative dei colleghi se il discorso non è affrontato seriamente anche in un’ottica sindacale e se al Tavolo mancherà ogni rappresentanza in tal senso?  Il problema che si prospetta all’orizzonte non riguarda solo il licenziamento di molti, ma anche un drastico crollo delle condizioni di lavoro di tutti (notti passive e reperibilità non retribuite, turni sfiancanti, assenza di copresenza ecc.). Nella catastrofe generale e nell’ansia di sopravvivere è molto facile perdere di vista l’obiettivo più importante, vale a dire tutelare la residenzialità come ambiente lavorativo comune a tutte le professioni e ricorrere a facili quanto nocive soluzioni di parte. Il rischio è che i tagli imposti dalla delibera finiscano per innescare una lotta selvaggia tra operatori-psicologi e operatori-educatori per la spartizione della magra preda delle ore sottratte agli OSS. Senza una rappresentanza sindacale temiamo che il Tavolo di discussione, anziché opporsi alla drastica riduzione di risorse, finisca per trasformarsi in un triste mercato delle ore, distinguendosi così molto poco dal tanto criticato “minutaggio” previsto dalla delibera.

Riforma della residenzialità psichiatrica piemontese: quali conseguenze?

La giunta regionale targata centrosinistra ha prodotto ed approvato una nuova delibera sulla residenzialità psichiatrica piemontese. Lo ha fatto in silenzio, senza chiedere la collaborazione dei professionisti del settore e delle associazioni di familiari e pazienti. Tanta fretta, forse giustificata dall’esigenza di far cassa, ha scontentato tutti e potrebbe produrre a nostro avviso gravissime conseguenze:
– un approccio assistenziale e custodialistico alla residenzialità con una palese rinuncia ad ogni obiettivo di cura e riabilitazione;
– tempi di attuazione strettissimi con annessa rivalutazione di tutti i pazienti;
– stravolgimento della vita, delle abitudini e delle figure che operano attorno a molti utenti mettendo a rischio la qualità della cura;
– stravolgimento delle percentuali di professioni presenti nelle strutture con l’uso del sistema di minutaggio ed il licenziamento di molti professionisti a causa della “questione qualifica” (prevalentemente psicologi ma non solo).

Affronteremo questi temi martedì 30 giugno nel corso dell’Assemblea promossa da CPPP e  CUB Sanità Torino alle 18:30 presso la Cavalerizza Reale (Via G. Verdi 9, Torino).

Riforma della residenzialità psichiatrica piemontese: licenziamento di migliaia di professionisti, insulto alla memoria di Basaglia e stravolgimento della vita degli utenti in un colpo solo

Da almeno un decennio i lavoratori e gli utenti della residenzialità psichiatrica piemontese si sentono dire che il sistema che regola il lavoro dei primi e la vita dei secondi è da considerare inadatto, obsoleto e costoso e dunque da cambiare. I Consigli Regionali che si sono susseguiti negli ultimi anni hanno posto sul tavolo la questione e provato a proporre delle soluzioni, chi più strutturate e chi più centrate sui tagli trasversali, ma senza arrivare ad un risultato finale. Non da ultimo il Consiglio targato Cota aveva tentato un riordino della sola residenzialità leggera (delibera Burzi-Vignale), provocando forti reazioni di protesta da parte dei lavoratori e delle associazioni dei familiari, nonché grande preoccupazione in molti utenti. Dopo lunghi tira e molla, tavoli istituzionali, modifiche alle modifiche della delibera con revisioni così numerose da perderne il conto, non si era ancora arrivati ad una conclusione quando il Consiglio incontrò una fine prematura.
Insediata la giunta Chiamparino, tutti eravamo consapevoli che la questione sarebbe stata nuovamente riconsiderata ed affrontata. “È il Governo che lo chiede”, andavano sussurrando in molti. Nominato Saitta come assessore alla sanità, rassicurati dalle sue parole, abbiamo atteso la riapertura dei tavoli di trattativa e la creazione di commissioni ad hoc, convinti che sarebbero ripresi i soliti balletti, i soliti aut aut e le solite tavolate di discussioni infinite.
Tutto questo fino a qualche settimana fa, quando ha iniziato a circolare quella che veniva definita una bozza di delibera regionale sulla residenzialità in psichiatria. E tutti, chi più chi meno, siamo caduti dal pero. Quindi le danze erano aperte? In pochissimi giorni molte voci hanno iniziato a mormorare, insinuare ed infine a dichiarare apertamente che tale bozza era in realtà la versione finale già approvata in Consiglio. Tutto era già stato fatto, senza balzi e balzelli e, soprattutto, senza un dialogo di nessun tipo. E chi si stava apprestando ad indossare la tuta da ginnastica ha dovuto lasciar perdere i buoni propositi danzerecci e si è ritrovato a discutere su di una delibera che sembra proprio non piacere a nessuno.
Anche in questa situazione, come spesso capita quando si parla di politica, è una questione di metodo e di merito. Per quanto riguarda il metodo, non possiamo non rilevare le modalità… diciamo… “decisioniste” scelte da questa giunta, che ha approvato una riforma dell’intero assetto della psichiatria senza consultare alcuna delle parti sociali in essa coinvolte, mettendo tutti davanti al fatto compiuto. Neanche il centro-destra (che, peraltro, con la Burzi-Vignale aveva avanzato una proposta ugualmente non condivisibile, ma a posteriori quasi da rimpiangere) si era sognato di arrivare a tanto.

Ma passiamo al merito.
La delibera prevede molti aspetti che introducono cambiamenti sostanziali, non solo di forma o di denominazione. Le strutture finora esistenti nella residenzialità psichiatrica vengono rinominate e ripensate seguendo il modello espresso nel documento AGENAS–GISM, che prevede tre tipologie di struttura in base all’intensità terapeutico-riabilitativa richiesta:
S.R.P.1: Struttura residenziale psichiatrica per trattamenti terapeutico riabilitativi a carattere intensivo;
S.R.P.2: Struttura residenziale psichiatrica per trattamenti terapeutico riabilitativi a carattere estensivo;
S.R.P.3: Struttura residenziale psichiatrica per interventi socio riabilitativi, con differenti livelli di intensità assistenziale articolata in tre sotto tipologie, con personale sociosanitario presente nelle 24 ore, nelle 12 ore, per fasce orarie.

Le attuali Comunità Protette di tipo A (per pazienti in stato di acuzie) e di Tipo B (per pazienti clinicamente stabilizzati) vengono ridefinite rispettivamente S.R.P.1 ed S.R.P.2. I Gruppi Appartamento e le Comunità Alloggio (la cosiddetta “residenzialità leggera”) ricadono entrambi nelle S.R.P.3.
Come il suo antecedente, la citata delibera Burzi-Vignale, anche la presente delibera definisce le prestazioni professionali previste all’interno delle varie strutture in termini di “minutaggio”, vale a dire indicando, per paziente, il “fabbisogno giornaliero” di questa o quella professione. Per intenderci: ad un utente destinato al livello terapeutico-riabilitativo massimo, cioè ad una struttura S.R.P.1, è prescritto il seguente “dosaggio” di cure:
– Medico Psichiatra: 8 minuti al giorno;
– Psicologo: 10 minuti al giorno;
– Infermiere: 18 minuti al giorno;
– Educatore: 120 minuti al giorno;
– ASA/OSS: 64 minuti al giorno.
Un utente che invece è destinato al livello terapeutico-riabilitativo minimo S.R.P.3, invece, riceverà la seguente prescrizione:
a) se la struttura è coperta 24 o 12 ore:
– Infermiere: 30 minuti al giorno;
– Educatore: 180 minuti al giorno;
– Terapista occupazionale: 30 minuti al giorno;
– ASA/OSS per assistenza tutelare: 480 minuti al giorno.
b) con assistenza a fasce orarie:
– Educatore: 2,5 ore al giorno;
– ASA/OSS per assistenza tutelare: 3,5 ore al giorno;

basaglia 3La situazione che emerge è che le strutture più “leggere”sono quelle in cui vi è un maggior numero di prestazioni professionali di tipo assistenziale, con una palese rinuncia ad ogni obiettivo di cura e riabilitazione, come si evince chiaramente dalla scomparsa di psicologi e psichiatri e dalla riduzione delle ore educative. La delibera descrive il futuro popolo delle S.P.R.3 come “utenti stabilizzati / cronicizzati con quadri variabili di autosufficienza e di compromissione del funzionamento personale e sociale per i quali risultano efficaci interventi da attuare in programmi a bassa intensità riabilitativa”. Per tali utenti, non si ritiene più utile investire in senso terapeutico ma si forniscono soltanto interventi di tipo assistenziale (si provvede affinché siano nutriti, puliti e monitorati nelle condizioni mediche) e custodialistico (si sta attenti a che non facciano troppo casino in giro).

Eppure all’origine, nell’epoca post-basagliana della psichiatria territoriale, i vari nuclei abitativi (gruppi-appartamento, comunità alloggio, convivenze guidate ecc.) avrebbero dovuto rappresentare il traguardo finale del percorso riabilitativo, il punto di arrivo massimo dell’utente psichiatrico prima della dimissione e reinserimento in società; quindi, conseguentemente, prevedere una massimo e non un minimo di intervento terapeutico. Lo stravolgimento del significato della residenzialità leggera, che da situazione abitativa “evoluta” si è trasformata in ultima spiaggia dove stipare utenti che non si è riusciti a “riabilitare”, è avvenuto nel corso di vari decenni e per ragioni complesse. Innanzitutto, l’idea che la cura residenziale fosse un “percorso” ha prodotto la costruzione di situazioni abitative ad autonomia crescente, vale a dire tipologie di strutture con una copertura oraria sempre minore e perciò anche con costi progressivamente ridotti. In questo modo, la spinta verso una maggiore autonomia dell’utente avrebbe dovuto essere anche una via per ridurre gradualmente la spesa. Questo, almeno, il percorso ideale di un paziente ideale, capace di progressiva evoluzione. Intanto, però, le cose non andavano esattamente così. Si è visto che molti utenti inseriti da anni all’interno delle Comunità protette anziché migliorare le loro autonomie, come atteso e programmato, in realtà non progredivano ma si stabilizzavano assestandosi su un livello in cui se i momenti di crisi e la necessità di ricoveri si facevano più rari, permanevano tuttavia grossi limiti nelle capacità operative e relazionali. La necessità di farli sentire comunque all’interno di un percorso di crescita e miglioramento, ma soprattutto la pressione crescente da parte dei Servizi territoriali di avviarli verso strutture con rette più basse, ha comportato il loro progressivo approdo verso la residenzialità leggera. Così a poco a poco i gruppi appartamento hanno accolto un’utenza molto diversa da quella per cui erano stati pensati e realizzati: accanto agli utenti più funzionanti, avviati verso il reinserimento sociale, sono subentrati sempre di più utenti cronicizzati provenienti da lunghi percorsi comunitari. A rendere possibile tale mescolanza è stata l’assenza di una chiara normativa in merito alla residenzialità leggera: la DGR 357 del 1997, che la delibera di Saitta andrà a sostituire, non prevedeva alcuno standard strutturale e organizzativo per i gruppi appartamento perché, ancora in assonanza con lo spirito basagliano, tali luoghi non erano considerati vere e proprie “strutture”, ma civili abitazioni, supportate da figure professionali e perciò dipendenti dal DSM. Tale libertà nel tempo ha portato ad un proliferare di organismi diversissimi tra loro per tipo di utenza, costi, personale impiegato, collocazione sul territorio ecc. In questa selva, accanto a modelli altamente funzionanti sono sorti anche diversi cattivi esempi di cura, con alti costi e scarsa efficacia terapeutica. A ciò si aggiunge il fatto che ogni ASL ha privilegiato e sostenuto alcuni modelli di residenzialità rispetto ad altri, per cui in alcuni territori i pazienti psichiatrici stabilizzati sono stati trattati prevalentemente attraverso percorsi comunitari, in altri inseriti per lo più all’interno della residenzialità leggera. Questa confusione andava sicuramente affrontata, e infatti negli ultimi anni da più parti è stata espressa l’esigenza di una delibera che sistemasse un po’ le cose. Da qui, il susseguirsi di proposte e controproposte, finché, come un fulmine a ciel sereno, Saitta ha scoccato la sua delibera.

Quali sono i principali limiti e i prevedibili pericoli della delibera Saitta? Vediamoli insieme per punti:

1) I tempi dell’attuazione della riforma sono strettissimi. I gestori dei servizi avranno come termine ultimo per la messa in regola delle strutture la fine di dicembre di quest’anno. Cinque mesi in totale (che diventano tre togliendo i mesi estivi). In questo lasso di tempo tutti i DSM dovranno rivedere e rivalutare i pazienti oggi inseriti nella residenzialità per poterli ricollocare nelle tre tipologie di struttura previsti.
Le domande che ci poniamo sono tante. È un periodo sufficiente per un cambiamento così profondo, o inevitabilmente si arriverà a commettere molti pasticci? Come avverranno le rivalutazioni ed in che cosa consisteranno? E soprattutto, chi svolgerà una tale mole di lavoro? Si tratta, infatti, di ridiagnosticare entro il 31 dicembre 2015 tutti gli utenti della residenzialità psichiatrica del Piemonte; sulla carta dovrebbe occuparsene il personale dei DSM, come ben si sa già oberato di lavoro ed in carenza di organico. Come si farà? Si ricorrerà alla malapratica tutta italiana di utilizzare prestazioni lavorative non retribuite, sfruttando gli psicologi in tirocinio di specializzazione o ricorrendo ai professionisti volontari?

2) Inoltre ci chiediamo: come sarà vissuto dagli utenti psichiatrici uno stravolgimento così grande? A molti di loro verrà detto da un giorno all’altro che non potranno tornare “a casa”: già, perché le strutture residenziali (non solo quelle “leggere”) si caratterizzano proprio per essere un po’ luogo di cura e un po’ casa, e proprio in ciò consiste buona parte del loro potenziale terapeutico. Molti pazienti saranno “ricollocati” di punto in bianco, come merce da stipare. Intere equipe saranno stravolte e così, anche chi resta nel luogo dove vive, si troverà all’improvviso ad interagire con operatori che non conosce.

3) Cosa ne sarà della qualità della cura? La delibera sostituisce sistematicamente il personale tradizionalmente attivo nella quotidianità delle strutture psichiatriche, cioè educatori con una formazione pedagogica e sociale o operatori-psicologi, con figure professionali di stampo medico o assistenziale come infermieri ma soprattutto OSS. Ciò avverrà a tutti i livelli, ma in modo massiccio nella residenzialità leggera. La delibera, infatti, afferma in modo esplicito che le SRP3 non perseguiranno alcun obiettivo terapeutico-riabilitativo ma solo assistenziale. Partendo da questi presupposti, è chiaro che il nuovo sistema di intervento prevede non cura, ma semplice “badanza”. Che il paziente in tale sistema perda ogni status di “soggetto” (vanificando con un colpo di spugna il più importante obiettivo della riforma basagliana) e sia trasformato in un “oggetto” da trattare, emerge in modo sufficientemente chiaro già dalla presentazione del dispositivo di cura come un “ricettario” di minuti da somministrare. E’ lampante come alla base di tale riforma sia sotteso un modello medico-organicistico (di nuovo: prebasagliano!) della malattia mentale, che si prevede di curare proprio come se fosse un tumore, con interventi sanitari massicci (SRP 1) via via scemanti (SRP2) fino alla sola terapia del dolore (SRP3). E di nuovo, come ai bei tempi andati della psichiatria manicomiale, nell’impostazione dichiaratamente organicistica della riforma si insinua una subdola prospettiva moralistica. E’ come se la delibera bisbigliasse al “malato” decaduto all’ultimo livello di cura queste parole: beh che vuoi? Io la possibilità di guarire te l’ho pur data, ho speso molti soldi per te quando eri in SRP1 ma non ce l’hai fatta, poi ho investito ancora un bel po’ dandoti una ulteriore possibilità in SRP2 ma non c’è stato niente da fare; questo vuol dire che forse non volevi davvero guarire, in ogni caso non ce l’hai fatta; quindi non dare la colpa a me e “assumiti le tue responsalibiltà” (come si usa dire oggi).

4) Se la residenzialità leggera diventerà la discarica della psichiatria, che ne sarà dei pazienti davvero più autonomi dopo l’applicazione di questa riforma? Si penserà ad altri luoghi di inserimento o verranno lasciati a loro stessi?

5) Altro tema è prettamente professionale. Per più di un decennio in Piemonte, come in altre regioni, sono stati impiegati laureati in psicologia per fare in sostanza il lavoro da educatore. Nella delibera non si prende in considerazione tale anomalia che, va detto, è sempre stata portata all’attenzione dei politici i quali, chi più chi meno, ha deciso di non affrontarla o non vi è riuscito. Quindi un migliaio di colleghi, alcuni con una esperienza anche decennale, perderanno il proprio posto di lavoro se i legislatori non decideranno di intervenire. La questione della qualifica è diventata spinosa e va affrontata con serietà, ma non si può prescindere dalla sorte di un migliaio di persone. L’impressione è che tale situazione sia stata accettata fino a quando è convenuto (gli psicologi lavorano per lo più con partita iva, e ciò ha significato un ingente sgravio di costi per alcuni enti gestori) finché non è stata intravista un’ulteriore possibilità di risparmio. Un OSS costa molto meno di un educatore o di un operatore-psicologo. Inoltre, il ricambio di personale imposto dalla delibera farebbe fuori molti vecchi dipendenti, più costosi a causa degli scatti di anzianità.

Vi sarebbero ancora molti punti e questioni da affrontare come la compartecipazione dei comuni e dell’utenza alle spese, o le modifiche architettoniche richieste alle strutture, o i costi di gestione che metteranno in serio pericolo gli organismi più piccoli; ma, per scelta, abbiamo deciso di focalizzarci sui temi che a nostro avviso sono i più gravi e che necessitano di un intervento immediato.
La delibera inizia con alcune frasi che sembrano una sorta di giustificazione, un alibi per motivare le scelte compiute. Si dice:
<<Con riferimento all’indicatore di fabbisogno fissato nel “Progetto obiettivo tutela salute mentale”, che definisce un rapporto ottimale di 1 posto di assistenza residenziale ogni 5.000 abitanti, la Regione Piemonte, con D.G.R. n. 32 – 29522 del 1 marzo 2000, ha stabilito un riesame del fabbisogno di posti letto dei presidi per la tutela della salute mentale presenti sul territorio. Alla luce dei dati di offerta attuali, si rileva una dotazione esistente media di 3,2 posti ogni 5.000 abitanti, quindi superiore all’indice richiamato. Tra l’altro, si evidenzia che la distribuzione di posti è molto disomogenea tra i diversi territori, con indici a livello di ASL che variano da un minimo di 1,5 posti ogni 5.000 abitanti fino ad un massimo di 5,3.>>
Questa affermazione, però, non tiene conto di molti aspetti: la residenzialità è solo una parte del sistema di cura della psichiatria e deve essere vista all’interno dell’offerta globale di servizi.

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Se prima di scrivere questa delibera fossero stati ascoltati i lavoratori del settore, sarebbe emerso che uno stravolgimento così radicale dell’approccio all’intervento psichiatrico non potrà che produrre gravi conseguenze. Il risparmio oggettivo che si avrà nell’oggi (alcune stime parlano di 18 milioni di euro solo per l’anno 2016) verrà vanificato domani per il prevedibile aumento dei casi di cronicità e di ricoveri in TSO o nelle Case di cura. Inoltre, la mancanza di risorse economiche e la chiusura di molti luoghi della residenzialità (soprattutto leggera) spingerà molti pazienti a rientrare in famiglia, con il rischio di destabilizzare l’assetto di molti nuclei familiari generando situazioni ad alto livello di rischio e creando nuove fonti di malessere e disagio.

Ora, dopo che la frittata è fatta, si promettono tavoli e confronto: staremo a vedere se si tratta davvero di un’occasione, per quanto tardiva, di apertura al dialogo o invece della solita modalità ipocrita di affossare ogni discorso in un contenitore chiuso, cercando pure di farci bella figura.

#bandichesbandano: la risposta dell’assessore Saitta.

Come forse alcuni di voi sapranno, il CPPP si sta occupando da qualche tempo della prassi delle nomine travestite da bandi e dello sblocco del turn-over nelle ASL.

Vi ricordate il flash mob del 1° aprile? A quella mobilitazione di protesta organizzata da CPPP e CUB Sanità è seguita una mail all’assessore Saitta in prossimità della nomina dei nuovi direttori generali che abbiamo postato qui.

Incolliamo qui di seguito la risposta dell’assessore e la nostra che abbiamo appena inviato, a seguire.

inbox cppp

Egregi,
Sul tema che voi definite malcostume sapete che concordo ed ho avuto modo di dichiaralo pubblicamente: quello che ho potuto fare è stato cominciare ad invertire il senso di rotta con nuovi criteri di nomina ai vertici delle aziende sanitarie (e quindi con volti e nomi assolutamente nuovi).
In particolare all’Asl TO1 il dott Soro avrà modo di dedicarsi agli innumerevoli problemi che si è trovato in eredità.
Sul blocco del turn over degli psicologi, così come del resto del personale medico ed infermieristico in tutta la sanità pubblica, sto facendo del mio meglio per avviare le prime 600 assunzioni consentite e e soprattutto per far uscire il Piemonte dal piano di rientro, per sempre.
So che la vostra categoria è preziosa, vi prego di credere che fra i tanti temi all’attenzione ci siete anche voi.
Chiedo anche a voi ancora un po’ di pazienza
grazie per la comprensione, i miei migliori saluti
 
as

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Egregio Assessore,

La ringraziamo per la Sua risposta, la cui tempistica comprendiamo sia stata condizionata dalle innumerevoli impellenze che La incalzano e Le esprimiamo il nostro apprezzamento per il Suo impegno volto ad invertire la rotta nella direzione di una sempre maggiore attenzione al merito e alla trasparenza nei criteri di assegnazioni degli incarichi nella sanità pubblica oltre che per la recente notizia dello sblocco delle assunzioni.

In tal senso, Le chiediamo come i nuovi criteri di nomina ai vertici delle aziende potranno avere un effetto concreto e visibile, sui bandi a cui la nostra categoria partecipa. La nostra proposta dell’istituzione di un tavolo congiunto andava proprio in questa direzione, proponendo di partecipare attivamente alla costruzione di un sistema di tutela e di prevenzione delle anomalie. Rispetto a ciò, Le rinnoviamo la nostra disponibilità a collaborare.  

Il processo certamente richiede tempo, tempo che tuttavia è speso bene quando la direzione è, come in questo caso, quella giusta, ma ci teniamo anche ad evidenziarne l’urgenza, a nome di tutti i colleghi, convinti che una differente politica della psicologia nella sanità pubblica, elemento critico verso il quale siamo attenti e sensibili, per ovvi motivi di scarsità di opportunità professionali, costituirebbe altresì  un risparmio per la casse dell’assessorato sul medio-lungo periodo come ricerche condotte in altri paesi dimostrano (Layard R, 2007; Clark DM, 2011).

Da parte nostra per ora non mancheremo “vigilare” sui bandi, raccogliendo eventuali segnalazioni di presunte anomalie.

Nel ringraziarLa ancora per la Sua attenzione, Le rivolgiamo i nostri più cordiali saluti.

Buon lavoro.

Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti Piemontesi

CUB Sanità

 

BANDI ALLO SBANDO. Il CPPP va avanti.

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Postiamo qui di seguito la lettera che abbiamo mandato all’assessore Saitta relativamente alla protesta legata ai bandi già assegnati di cui ci siamo occupati con il flash mob dello scorso 1 aprile e che abbiamo chiamato “Bandi allo sbando”.

Torino , 30/04/2015

All’Assessore Regionale alla Sanità

Antonio Saitta

Egregio Assessore,

alla vigilia della Festa dei Lavoratori, desideriamo portare alla Sua attenzione la nostra indignazione per una pratica che, per quanto consolidata, continuiamo a considerare molto grave e lesiva non solo nei confronti della categoria professionale degli Psicologi ma del generale funzionamento democratico delle istituzioni.

Essa è stato oggetto della nostra protesta avvenuta con il Flash Mob del 1 aprile scorso nel cortile dell’ASLTO1 http://www.lastampa.it/2015/04/01/multimedia/cronaca/a-torino-il-flash-mob-degli-psicologi-YTilGN2oTTnHQ4bHyssqTN/pagina.html perché ritenevamo importante portare all’attenzione dei colleghi, della stampa e dell’opinione pubblica il fenomeno. Con questa lettera desideriamo portare avanti la nostra istanza di cambiamento sottoponendola direttamente all’attenzione dell’istituzione che Lei rappresenta.

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Stiamo parlando della “mala prassi” di aggirare la giusta impossibilità di una nomina diretta di psicologi presso le Aziende Sanitarie attraverso designazioni camuffate da bandi.

Conosciamo il fenomeno da vicino in quanto frequentatori assidui del Servizio sanitario in qualità di specializzandi, consulenti o convenzionati. Perciò sappiamo bene che, nel migliore dei casi, questi bandi mirano ad assegnare consulenze, convenzioni o borse di studio a persone che si sono distinte soprattutto per una solerte pratica “volontaristica” svolta a proprie spese all’interno delle strutture pubbliche; pratica che riteniamo innanzitutto iniqua, dal momento che non tutti possono permettersi un tale dispendio di tempo e di denaro, e in secondo luogo insensata, dato che le qualità selezionate da tale procedura hanno più a che fare con l’attitudine personale al servilismo che non con le ricercate competenze professionali. Per di più, esiste anche il peggiore dei casi, e cioè quando il posto è un vero e proprio “favore”, elargito per distribuire prebende post- elettorali o per assicurare introiti a figli, nipoti e amici.

L’indignazione, purtroppo, non nasce con i recenti scandali all’interno della TO1 a proposito del quale abbiamo apprezzato i provvedimenti presi dal Suo assessorato nonché le dichiarazioni rilasciate ai media – un evento che ci ha indotti a formulare la richiesta di una presa in carico più complessiva del problema.

Per produrre un reale cambiamento, riteniamo indispensabile non soltanto trovare i mezzi più idonei per scoraggiare e marginalizzare una mentalità clientelare (purtroppo fortemente radicata nel nostro Paese) che lede a fondo sia la qualità che l’immagine del Servizio pubblico; chiediamo anche che sia finalmente affrontato il tema dello sblocco del turn over per gli psicologi in Sanità, dal momento che il ricatto occupazionale è un potente fattore nel promuovere servilismo o “arrembaggi” poco leciti ai posti desiderati. 

Pertanto,

chiediamo

— un incontro ufficiale con le istituzioni coinvolte, Assessorato e Comitato Zonale, con l’obiettivo di sviluppare un piano di azioni condivise ed efficaci in grado di:

— stabilire regole, non più aggirabili, che garantiscano processi di selezione più equi e trasparenti;

— riaprire la questione dello sblocco del turn over per gli psicologi.

Confidiamo nel fatto che anche Lei, Assessore, non voglia che alle nuove generazioni sia passato il messaggio che l’Italia è un Paese in cui la promozione sulla base della competenza è l’eccezione, e non la regola.

Distinti saluti,

Coordinamento Psicologi e Psicoterapeuti Piemontesi (CPPP)

Confederazione Unitaria di Base (CUB)