La fine della residenzialità leggera: verso un ritorno dei Mini-comi. Presidio lunedì 7 aprile

Basaglia

Da alcune settimane è in atto un tentativo di modifica della normativa regionale che regolamenta la residenzialità leggera in area psichiatrica. Fuori tempo massimo ad un passo dalle elezioni per il nuovo Consiglio regionale, la giunta ha deciso di procedere all’introduzione di fortissimi tagli, con conseguenze molto gravi per gli utenti e per le loro famiglie, nonché per tutti gli operatori del settore.
Nello specifico, le proposte di modifica sono le seguenti:

  1. Differente ripartizione della spesa delle rette, che prima era in carico principalmente alla Regione, e che ora, secondo la delibera che potrebbe essere approvata, verrebbe spostata su comuni e famiglie
  2. Nuovi requisiti strutturali e architettonici con onerosi lavori a carico dei gestori
  3. Riduzione significativa delle rette
  4. Forte ridimensionamento dell’organico

Le conseguenze di queste scelte verranno pagate innanzitutto dalle famiglie, che dovranno sborsare direttamente parte della retta che la Regione si rifiuta di accollarsi e che potrebbe ammontare ad una cifra di ben 700 / 1400 euro al mese per famiglia o comuni.
Allo stesso tempo, il provvedimento rischia di mettere in seria difficoltà quel privato sociale che si occupa dei servizi in oggetto: le cooperative dovranno accollarsi i costi per la messa a norma strutturale dei locali ove il servizio si svolge con costi insostenibili e, come se non bastasse, subiranno anche un taglio nelle rette da un minimo del 20% fino addirittura al 50%.
Infine, nel silenzio generale, questa delibera produrrà un forte restringimento occupazionale in tutto il settore.
In particolare è previsto il licenziamento di più di mille psicologi che da anni lavorano nei servizi con mansioni educative, mettendo in campo competenze proprie della professione psicologica indispensabili nella clinica del quotidiano e nel mondo della salute mentale.
Con queste motivazioni vogliamo esprimere pubblicamente il nostro dissenso e la nostra indignazione.
Ed i pazienti? Rischiano di venir deportati dal territorio cittadino, dove ora si trovano i Gruppi Appartamento, verso le colline della provincia in comode strutture a norma, in grado di ospitare 20 persone o più, di fatto piccoli manicomi, che qui definiamo MINICOMI.

 

PRESIDIO 

Lunedì 7 Aprile, ore 10.00

Palazzo della Giunta regionale
in Piazza Castello

Invitiamo tutti a partecipare in particolare tutti coloro che saranno colpiti dal provvedimento: famiglie, operatori, enti del privato sociale, psicologi.

Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti Piemontesi
Insieme per la Psicologia
Psicologi per Professione
Psicopoint
Collettivo Universitario di Psicologia
Operatori Sociali non dormienti
Torino Mad Pride

 

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Cronaca di una morte (PROFESSIONALE) annunciata

the-end-is-nearCari Lettori,

come ben sapete, da tempo il CPPP ha posto l’attenzione sulla delicata questione dei colleghi impiegati nelle strutture territoriali con mansioni educative. Nel maggio scorso abbiamo lanciato un sondaggio online con l’intento di quantificare, seppur indicativamente, il fenomeno sopracitato e porre l’attenzione della categoria sulla problematica.(https://coordinamentopsicologi.wordpress.com/2013/05/07/emergenza-psicologo/

I dati del questionario (che saranno specificatamente approfonditi ed analizzati in un articolo appositamente pensato), parlano, come ci si aspettava, di un fenomeno di grande rilevanza destinato a produrre gravi conseguenze occupazionali, organizzative e politico-sindacali:

  • occupazionali in quanto inciderà sulle già scarse opportunità lavorative degli psicologi presenti sul territorio;

  • organizzative in quanto, per effetto del DGR1/2004, le strutture accreditate e le cooperative saranno costrette a sollevare dall’incarico numerosi colleghi e sostituirli con nuovo personale, con ripercussioni enormi sulla riorganizzazione dell’équipe di lavoro, sulla continuità e qualità dell’offerta e, non per ultimo, sulla gestione dell’utenza;

  • politico-sindacali in quanto numerosi onesti lavoratori, apprezzati dai colleghi e dalla committenza, si ritroveranno dall’oggi al domani licenziati e privati dei propri diritti.

Dalle risposte ottenute al questionario da noi proposto, emerge che, su 43 differenti strutture (pubbliche e private, tutte convenzionate con ASL territoriali), gli psicologi assunti sono 277, di cui 195 impiegati come educatori e 82 (dunque meno della metà) impiegati realmente come psicologi.

Vista la delicatezza e rilevanza del problema, anche il nostro ordine, con 9 ANNI di ritardo (dall’approvazione del DGR 1/2004), si è finalmente destato dal torpore consueto e ha contattato il CPPP e altri due colleghi provenienti dal mondo della cooperazione, nell’intento di aprire un tavolo d’urgenza per affrontare la situazione venutasi a creare: in data 18 luglio 2013 si sono ufficialmente aperti i lavori. Alla luce del grave ritardo rispetto alla legislatura vigente (DGL 520/98 e DGR 1/2004), la costante e sempre più spinta tendenza alla medicalizzazione dei profili professionali e delle strutture, tendenza per altro in forte contrasto con le politiche sanitarie virtuose portate avanti dai nostri lungimiranti partner europei, e la cronica scarsa rappresentazione politica della nostra categoria, il CPPP ha accettato di buon grado di partecipare ai lavori del tavolo. Sin dal nostro atto fondativo e dalle successive azioni portate avanti, ci siamo distinti dal restante panorama professionale per l’apertura alla collaborazione e al dialogo costruttivo e propositivo. Ci siamo imposti questo modo di agire perché pensiamo che solo accantonando gli interessi personali e particolari e con la concomitante ricostruzione del dialogo e di un successivo agire comune, potremmo assicurare un futuro alla nostra tanto amata e altrettanto falcidiata professione.

Molti di noi stanno vivendo sulla loro pelle la situazione di stallo, incertezza e possibile licenziamento venutasi a creare all’interno delle cooperative e delle strutture accreditate, proprio per questo parteciperemo ai lavori nella consapevolezza che si deve agire e prendere una chiara posizione nel più breve tempo possibile, perché il posto di lavoro sudato da tanti è anche in larga parte il nostro posto di lavoro! In tal senso presenteremo al gruppo di lavoro sul tema alcune chiare proposte da porre in discussione:

  • ampliamento della ricerca già portata avanti dal CPPP sulla quantificazione degli psicologi assunti con mansioni educative nelle strutture;

  • contattare i sindacati per concordare vagliare possibili azioni comuni volte alla tutela dei lavoratori coinvolti;

  • riflessione approfondita e collettiva sugli “atti tipici della professione di psicologo”: ciò su cui occorre riflettere è l’inserimento della figura dello psicologo in contesti educativi nelle strutture presenti sul territorio e individuazioni delle specifiche mansioni, non di certo lottando per dare agli psicologi delle opportunità lavorative sottoqualificate ma per creare le condizioni affinchè gli psicologi, CON LE LORO COMPETENZE SPECIFICHE, arrivino ad avere i posti che si meritano

  • promozione e attuazione di ricerche mirate atte a provare la sostenibilità socio-economica medio e lungo termine dell’ampliamento della figura dello psicologo nelle strutture territoriali;

Nei prossimi mesi vi terremo informati sull’avanzamento dei lavori e su eventuali iniziative concordate attraverso il nostro blog (https://coordinamentopsicologi.wordpress.com), la nostra pagina facebook (https://www.facebook.com/coordinamentopsicologi.psicoterapeuti?fref=ts) le plenarie aperte a tutti i colleghi che vogliono partecipare.

A presto!

 il CPPP

DIS-ORDINE RICOSTITUITO

Cari colleghi,

Come ben sapete per il brulicare di mail arrivate al vostro indirizzo elettronico come mai precedentemente, negli ultimi due mesi l’ordine degli psicologi è stato falcidiato da una lotta intestina fatta di colpi di scena degni della miglior soap-opera bollywoodiana.

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Dopo le dimissioni presentate dai consiglieri Vanda Druetta, Enrica Fusaro, Sara Turci, Alessandro Zennaro e le concomitanti dimissioni del direttivo (Paolo Barcucci, Giancarlo Marenco, Letizia Serra), effettive appena individuato i sostituti, sono stati avvisati tramite raccomandata gli aventi diritto in graduatoria. Dopo alcune rinunce i neo-consiglieri istituiti hanno formalmente accettato di sedere al consiglio. A questo punto mancava solo un consigliere all’appello che però non aveva ancora inviato formale risposta in quanto momentaneamente all’estero.

Visto l’evolvere della situazione, anche il segretario Marenco e la tesoriere Serra, hanno formalizzato le loro dimissioni, il presidente Barcucci ha invece nuovamente confermato la propria intenzione di dimettersi quando anche l’ultimo consigliere sostituto fosse stato messo nella condizione di poter partecipare al consiglio e votare le cariche direttive.

Dopo numerosi discussioni nelle quali la nuova maggioranza ha invitato il Presidente uscente a dimettersi con effetto immediato o, in alternativa, dare il proprio assenso all’elezione delle cariche per favorire il proseguo dei lavori consiliari, congelato da circa 3 mesi, il colpo di scena, indispensabile per ogni fiction che si rispetti: la Dott.ssa Simonetto ha telefonato personalmente al collega “in sospeso”, che si è detto disponibile ad entrare in consiglio e rinunciare al proprio diritto di voto delle nuove cariche in modo da favorirne l’elezione immediata.

Richiamato dal presidente Barcucci il neo consigliere “telefonico”, ha confermato le sue intenzioni e inviato SMS FORMALE di conferma della posizione espressa. Preso atto il presidente ha formalizzato dimissioni si è alzato dal tavolo consiliare, ha recuperato i propri effetti personali e se ne andato dalla sede con effetto immediato!!

Da qui la scena è cambiata e gli attori hanno vestito i panni dei nuovi personaggi in gioco: si è proceduto all’elezione delle cariche a scrutinio segreto che ha visto trionfare i seguenti consiglieri tra scroscianti applausi e battute di spirito: nuova Presidente Dott.ssa Alessandra Simonetto, nuova vice Presidente Dott.ssa Antonella Laezza, nuovo Tesoriere Dott. Bruno Tiranti; nuova Segretario Dott.ssa Patrizia Cavani.

Successivamente il nuovo direttivo è passato prima alle dovute presentazioni ufficiale dei neo eletti e dei “nuovi” consiglieri e subito dopo, con un’efficienza e una rapidità sconosciuta agli abitanti del bel paese, all’ordine del giorno, dove al primo punto, è stato posto in discussione il referendum del codice deontologico.

Con nostra grande sorpresa alcuni consiglieri non erano al corrente delle modifiche proposte, ma si sa al primo giorno di scuola si spera sempre che i professori non facciano lezione, che così sono state lette dal nuovo presidente e deciso che sarà mandata comunicazione agli iscritti delle ragioni del si è del no senza prendere posizione formale.

Fin qui la cronaca!

Permetteteci alcune puntualizzazioni.

Innanzitutto auguriamo al neo consiglio un buono e proficuo lavoro di conclusione della legislatura.
Abbiamo apprezzato l’immediato e repentino inizio dei lavori, appena scongelata una situazione che sembrava essere diventata paradossale e ricordare le recenti vicende politiche nazionali. Ma questo dimostra che quando l’urgenza è percepita anche dalle istituzioni, gli escamotage per aggirare i grovigli burocratici si riescono a trovare!

Invitiamo a porre in discussione le questioni urgenti della categoria come subito fatto con il referendum. Oltre a quest’ultimo, pensiamo che la formazione continua e l’assicurazione obbligatoria siano temi urgenti da affrontare, e su cui prendere, a differenza del referendum, esplicita posizione formale.

L’assicurazione professionale pensiamo non debba diventare obbligatoria per coloro che pur se iscritti all’ordine, non esercitano la professione per contingente mancanza di opportunità lavorative. Su questo punto come la pensa la nuova maggioranza e quale posizione ufficiale ha intenzione di sostenere?

Per quanto riguarda la formazione, il CNOP sta discutendo le modalità di erogazione e adempimento dell’obbligo e come volevasi immaginare ha ben pensato di ipotizzare alcune proposte di esonero ad hoc: per chi? Cari colleghi potete ben immaginarlo: esonero totale per professionisti con più di 40 anni di pratica; DOCENTI E RICERCATORI UNIVERSITARI SARANNO ESONERATI FATTA ECCEZIONE PER I CREDITI RIGUARDANTI DEONTOLOGIA, AGGIORNAMENTO GIURIDICO E PREVIDENZIALE; ESONERO PER CONCOMITANTE ATTIVITÁ DI TUTOR DI TIROCINANTI FINO AD UN MASSIMO DEL 50% DEL DEBITO. (ringraziamo il collega Federico Zanon per le preziose informazioni http://www.federicozanon.eu/formazione-obbligatoria-cosa-cambia-per-gli-psicologi/)

Nella quotidianità lavorativa, la maggioranza degli iscritti al nostro ordine, deve districarsi con fatica tra precarietá, progetti, bandi, pratica privata, proposte di volontariato mascherato, attivitá sussidiarie e pratiche burocratiche appositamente contorte, mansioni e lavori impiegatizi al di fuori del proprio ambito ma indispensabili per sopravvivere e pagarsi la continua e mediocre formazione  che più che continua appare infinita: tutto questo per retribuzioni al limite della legalitá comunitaria.
Osserviamo ancora una volta un impari trattamento tra quelli che abbiamo chiamato “diversamente psicologi”, infinitamente formati-precari-sfruttati da una parte e le precedenti generazioni tra le cui fila si annidano anche coloro che hanno avuto accesso alla professione grazie ad una laurea non altrimenti specificata -una sanatoria, qualche supervisione, due pacche sulle spalle di incoraggiamento (rigorosamente negate ai precedenti)- quelli che potremmo chiamare con un neologismo specificatamente pensato i “Sanatologi”. Più che ipotizzare esoneri per alcuni a discapito di altri, non sarebbe opportuno aprire un dibattito condiviso su modalità e contenuti? Ci sembra quanto meno curioso ipotizzare esoneri per i tutor di tirocinio che spesso non conoscono nemmeno i propri tirocinanti visto il rapporto 1:∞ esistente tra gli uni e gli altri. Pensiamo sia opportuno adeguarsi a tutte le indicazioni giuridiche, che prevedono un rapporto massimo tutor tirocinante di 1:5 e il RIMBORSO SPESE per i tirocinanti, che attualmente GARANTISCONO IL SERVIZIO PUBBLICO facendo molte più ore di quelle richieste e in alcuni casi sono invitati a PAGARE per svolgere il tirocinio.

Ulteriore punto che pensiamo debba essere posto al più presto in discussione è la situazione dei colleghi che svolgono mansioni educative all’interno delle cooperative sociali o dei servizi territoriali, tema giá menzionato nel discorso di insediamento dalla Presidente Simonetto. Questi colleghi, numericamente cospicui e dei quali il CPPP sta facendo un censimento (trovi di seguito un ling per compilare un importante questionario: https://docs.google.com/forms/d/1RZdj5pIkeagHZ30hGe2hT6_3Qu9eBI2aBrDX3R2A2HU/viewform?sid=53fa0327bf5d28dd&token=QtdAdT4BAAA.GKvtghAtDlJ9qK5ntm6esg.7YfZrN6IQPIlY4G9V2IpaQ), rischiano di essere sollevati dal proprio incarico senza giusta causa, in ragione di cavilli giuridici lesivi del diritto lavorativo. L’effetto di tali provvedimenti potrebbe essere devastante, per i singoli, che si ritroverebbero dopo l’impegno profuso, senza lavoro, e per la categoria, andando ulteriormente ad aggravare i dati occupazionali già di per se preoccupanti. Pensiamo che in tal senso, la categoria debba prendere chiara posizione a favore dei colleghi!!

Il nuovo ordine ricostituito siamo sicuri saprà “districarsi bene tra i grovigli istituzionali”, come affermato dalla nostra nuova Presidente, e prendere le parti dei più deboli, che sì hanno “proprie braccia e gambe”, ma che devono essere rappresentati, momentaneamente, nelle opportune sedi istituzionali. Il nostro auspicio è che nei mesi a venire si assista a un’assunzione delle proprie responsabilità, senza la tendenza tutta italiana per cui si tende a dislocarle sulla precedente gestione.

Insomma chi ben comincia….terminerà nel migliore dei modi la propria opera.

Caterina Laria
Alessandro Livelli

E-mozione di fuoco. Siamo sulle bocche di tutti senza essere sulle spalle di nessuno.

UNA IMPERDIBILE ANALISI E SINTESI, IN STILE COORDINATO, SU QUELLO CHE STA CAPITANDO ALL’ORDINE DEGLI PSICOLOGI PIEMONTESI.

I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN VIA SAN QUINTINO?

Affezionati lettori,

anche alle riunioni dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte il CPPP ha i suoi inviati speciali, inviati che svolgono costantemente la funzione di s-oggetti osservatori (e un po’ persecutori!) degli “affari di famiglia” di Via San Quintino 44.

Come tutti ben sapete (la vostra casella di posta lo può testimoniare) è in corso all’Ordine una faida interna che farebbe impallidire anche il Partito Socialista bulgaro!

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L’ex minoranza, oggi maggioranza, e l’ex maggioranza, oggi minoranza (sì, lo sappiamo, è uno scioglilingua quasi più difficile di “Sopra la panca la capra campa sotto la panca la capra crepa”), si sono ingaggiate in una battaglia dialettica all’ultimo sangue il cui scopo è quello di…eh, BOH, qual è lo scopo???

Ecco, la nostra riflessione parte appunto da questo.

Le nostre ipotesi di partenza per spiegare questo senso di estraneità che l’iscritto prova sono due:

1- o il comune iscritto è talmente alieno alle dinamiche di potere che non può capire cosa sta succedendo

2- oppure le motivazioni addotte dai consiglieri per giustificare il “ribaltone” sono talmente strumentali da risultare non credibili.

Ripercorriamo quindi insieme quelli che, a nostro avviso, sono i passaggi più significativi di quella che a noi pare una vicenda alquanto sconclusionata.

In data 23 aprile 2013 la nuova maggioranza (creatasi grazie al cambio di posizione della consigliera Franca Tiratrice) presenta una mozione (di fuoco, per l’appunto!) nella quale si chiedono le dimissioni del Consiglio Direttivo, adducendo la seguente motivazione:

«le difficoltà e le criticità che gravano sulla comunità professionale degli psicologi piemontesi e sull’Ordine sono di tale gravità ed urgenza da rendere ineludibile una valutazione preliminare e pregiudiziale all’elezione del nuovo Vicepresidente. Quelle criticità riguardano fronti diversi: l’inflazione del “mercato” professionale (tradotto: seimila laureati all’anno per 6 posti di lavoro), i percorsi di formazione (tradotto: i 6000 laureati si formano per i 60 anni successivi alla laurea), i rapporti intergenerazionali nella comunità professionale (tradotto: il cannibalismo professionale di cui il CPPP ha già ampiamente discusso), le prospettive professionali dei giovani psicologi (tradotto: questa è facile, zero!) e lo stesso posizionamento degli ambiti più consolidati, addirittura la messa in discussione di alcuni atti professionali fondamentali quali la funzione diagnostica e certificativa (tradotto: atavico tentativo di cannibalismo della psichiatria ai danni di una passiva psicologia). Negli ultimi tre anni quei problemi si sono ulteriormente aggravati ».

Ci fa sorridere che si menzionino le difficoltà dei giovani iscritti (che peraltro si sono aggravate ben prima degli ultimi tre anni!) in quanto, prima che il Coordinamento le portasse all’attenzione dell’Ordine, non sembravano minimamente essere nella mente dei suoi attivissimi e sovversivi consiglieri.

Nella risposta del Direttivo – presentata in data 6 maggio 2013 – si sottolinea che le nostre istanze sono state ascoltate («in sedute di Consiglio sono stati invitati due volte i rappresentanti del “Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti” che hanno portato le problematiche del gruppo che rappresentano e interloquire con tutti i consiglieri su temi di particolare importanza ed urgenza»), cosa senz’altro vera, ma che dire di azioni concrete volte a nostro sostegno al di là di un empatico ascolto?

Citiamo a questo proposito l’ormai celebre bozza di linee guida sui tirocini (che persiste nel limbo di una non definitiva approvazione ufficiale), un esempio di non realizzazione che paga il prezzo dello stallo interno al Consiglio, il quale continua a rappresentare solo piccoli interessi di bottega perdendo di vista il quadro general-generazionale (siamo instancabili nel ricordare che noi “diversamente psicologi” siamo il 60% degli iscritti all’Ordine).

Ci fa ancora più sorridere che, nell’ambito di un contesto (Convegno Annuale dell’Ordine, 4 febbraio 2013) in cui era presente anche Renato Balduzzi (allora ministro della Sanità), l’intervento dal titolo “Percorsi di formazione specialistica e scuole di psicoterapia” non abbia minimamente menzionato le criticità da noi avanzate a più riprese.

E che dire poi delle incisivissime e nobili azioni per la difesa della professione?

Copiamo e incolliamo quanto scritto nella risposta ufficiale del Direttivo:

« E’ stata inviata una comunicazione ufficiale a tutte le Aziende sanitarie denunciando l’utilizzo improprio di personale che svolga funzioni psicologiche senza essere psicologo. Citiamo la parte conclusiva della lettera che è consultabile sul sito “…Per tutte le ragioni sin qui illustrate, quindi, l’Ordine scrivente invita gli Enti/Aziende ad astenersi dall’affidare a figure professionali diverse dallo psicologo abilitato ed iscritto all’Albo lo svolgimento di incarichi che, per oggetto e strumenti utilizzati, siano riconducibili nell’ambito delle competenze riservate dalla L. 56/1989 agli psicologi.

Per le stesse ragioni, invita altresì gli Enti/Aziende ad astenersi dall’imporre agli psicologi, loro dipendenti e/o collaboratori, lo svolgimento della funzione di “tutor” in favore degli aspiranti counsellors”. A margine andrebbe sottolineato come proprio la diatriba relativa alla convocazione odierna del Consiglio si ascrivibile ad un ruolo di protezione della professione da parte del Presidente, impegnato a Roma in una commissione ministeriale relativa al riconoscimento delle Società Scientifiche dei Counsellors”.

Ci piacerebbe che qualcuno ci spiegasse come possiamo noi spiegarci che venga caldamente intimato ad enti e/o aziende di buttar fuori i counsellors dai loro organici quando, in alcune brillanti e illustri scuole di psicoterapia (e, pensate un po’, alcuni consiglieri dell’Ordine ne fanno addirittura parte) gli stessi counsellors vengono continuamente formati.  Come dire: formati sì, assunti mai. Condizione, peraltro, nella quale ci riconosciamo noi stessi: formati sì (per ingrassare portafogli già obesi), assunti mai (per non interrompere l’eterno circolo vizioso).

Troviamo poi oltremodo esilarante l’indignazione di alcuni consiglieri dell’Ordine di fronte al cumulo di cariche di altri colleghi consiglieri: insomma, il bue che dà del cornuto all’asino!

Giusto per intenderci, quasi tutti i consiglieri operano in scuole di specializzazione, o in strutture ospedaliere, o in università, o all’Enpap o all’AUPI. O in tutte queste istituzioni messe insieme!

E proprio qui, spogliato di ogni nobile intento, il dibattito si fa più basso e personale, al punto che i passaggi si fanno così criptici che sarebbe necessario l’intervento di un ermeneuta per aiutare lo smarrito comune iscritto di cui sopra (copiamo, a titolo esemplificativo, alcune frasi: «tutto il fervore posto per questo argomento “incompatibilità di cariche” ha sicuramente altre motivazioni che non sono difficile da capire» oppure «Sono ben altri i motivi e lo sappiamo tutti! »…?????).

Potremmo poi anche chiedere all’ermeneuta di spiegarci com’è che, improvvisamente, ci si premura di inviare ai 6000 iscritti precisa e ampia documentazione di quanto sta avvenendo, quando magari gli stessi iscritti sarebbero egualmente (o più) interessati ad essere aggiornati con la stessa tempestività e trasparenza di ciò che avviene SEMPRE nell’Ordine, delle decisioni che vengono prese mensilmente, dell’utilizzo delle migliaia di euro che versano ogni anno.

Non sarà mica che sia in corso un anticipo di campagna elettorale per scaldare gli animi degli sconsolati iscritti?

Abbiamo assistito a molti Consigli e noi giovani psicologi non siamo stati tanto citati come ora.

Ma è evidente che siamo sulle bocche di tutti senza essere sulle spalle di nessuno.

Simona Lucà

Glenda Nicolini

NO AL CENTRO PSICODIAGNOSTICO GESTITO DA TIROCINANTI!

Affezionatissimi lettori,

SEGUE UN ARTICOLETTO DAL TOCCO LEGGERO E DAL CONTENUTO EDIFICANTE, IL RESOCONTO DI DUE CURIOSI INVIATI DAL CPPP INOLTRATISI NEI MEANDRI DELLA ASL TO1 CON L’INCARICO DI FARE CHIAREZZA IN MERITO ALLA PROSSIMA APERTURA DI UN MISTERIOSO E CONTROVERSO CENTRO PSICODIAGNOSTICO, SOTTO LA RESPONSABILITÀ DELLA DOTTORESSA MARIA PIA MUSCI.

Antefatto:

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Già nell’estate del 2011 erano giunte al Coordinamento diverse segnalazioni da parte di alcuni specializzandi che, dopo discussioni più o meno accese, erano riusciti a rifiutare il gentile e onorevole incarico di impiantare e mandare avanti un servizio che avrebbe raccolto e “smaltito” tutte le richieste di Psicodiagnosi della regione Piemonte. L’onore, in questo caso, consisteva nel fatto che il progetto non prevedeva impiego alcuno di psicologi strutturati o convenzionati — non prevedeva personale pagato, insomma — ma doveva sorreggersi solo sulla motivazione, la buona volontà, l’alto senso di responsabilità verso la propria professione, nonché su un certo ardire e creatività dei tirocinanti in questione, ai quali era richiesto di esprimere un parere professionale in questioni come, ad es., restituire o meno la pistola d’ordinanza ad un poliziotto.

Peccato per il bel progetto, che avrebbe portato tanta gloria e lustro alla nostra importante professione così ingiustamente bistrattata nelle ASL! Ma purtroppo l’onore di ricevere siffatto incarico non è stato sufficiente a convincere i recalcitranti specializzandi, ai quali sfuggivano il prestigio e l’importanza di erogare gratuitamente prestazioni professionali per le quali erano già abilitati al posto di esercitare le pratiche in cui si stavano formando, la psicoterapia appunto. Inoltre, seppur formalmente abilitati alla diagnosi, sentivano un certo imbarazzo ad essere impiegati come psicodiagnosti esperti quando si tratta di questioni come pistola sì o pistola no, con l’unico sostegno di una tutor così impegnata in molteplici e variegate attività che non era comprensibile dove avrebbe trovato il tempo per seguire da sola tutto il progetto. Così il gruppetto aveva protestato a gran voce e il bel sogno della dott.ssa Musci era andato in fumo. La storia, quindi, sembrava essersi conclusa.

Ma dopo circa un anno, nel Luglio del 2012, ecco arrivare improvvisamente tre richieste di diagnosi e la notizia che il famoso Centro psicodiagnostico era ormai aperto. Nello scompiglio generale, aumentato dal contropiede del clima già vacanziero e dalla forza del solleone, i test erano stati fatti.

Pausa d’agosto.

A settembre i tirocinanti serrano le fila e sospendono l’attività.

Terzo capitolo: siamo nell’inverno 2012 e molti membri del gruppo recalcitrante stanno lentamente terminando il loro incarico presso la Asl. E’ il momento dei saluti e chi prima chi dopo se ne va. Cosa succede allora? Nella mente dell’attivissima dottoressa si riaccendono i sogni di gloria. La brillante idea è quella di aspettare l’arrivo di nuovi tirocinanti: carne fresca, entusiasta, spesso poco consapevole dei sottili limiti tra attività formativa e lavoro gratuito e quindi ben disposta a darsi da fare di qua e di là. L’attività psicodiagnostica verrà proposta, non imposta, e solo i tirocinanti bravi, interessati e ben motivati parteciperanno al prestigioso progetto. Molto liberale, all’apparenza. Peccato che da qui alla selezione degli specializzandi in base alla loro disponibilità o meno a lavorare gratuitamente per 4 anni all’agognato Centro, il passo è breve.

Fin qui quello che ci è stato segnalato e variamente raccontato.

Azione!

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Per accertare la veridicità dell’allarme lanciato, siamo andati a parlare direttamente con la dott.ssa Musci, previo accordo telefonico in cui avevamo chiesto un incontro per ascoltare la sua versione dei fatti e avere una visione più completa ed equilibrata del caso “Centro Psicodiagnostico”.

La discussione si è prolungata per quasi due ore, in cui abbiamo appurato che:

—    L’idea di aprire un servizio di psicodiagnosi presso la sede di via Gorizia è un progetto in attesa di realizzazione;

—    Non sono previsti psicologi strutturati e il servizio sarà fondato esclusivamente sul lavoro dei tirocinanti

—    Non sono stati erogati fondi

—   L’attività testistica verrà realizzata in toto dai tirocinanti, che firmeranno di proprio pugno il materiale prodotto

—    La tutor apporrà una controfirma

—    Non è chiaro dove il Centro avrà luogo: era stata messa a disposizione una stanza che, dopo la protesta dei tirocinanti, è stata sottratta alla gestione della tutor e destinata ad altro uso

Nel corso del lungo incontro abbiamo potuto confrontarci con la dottoressa Musci su diversi temi.

  1. Il tirocinante per definizione è una figura che arricchisce le proprie competenze esercitandole in un luogo di lavoro e, mentre impara, offre anche un servizio. Perciò è una figura integrativa e non sostitutiva dei lavoratori regolarmente pagati; se questo principio è rispettato o no, emerge chiaramente dalla percentuale di tirocinanti presente in ogni posto di lavoro. Come è pensabile considerare la possibilità di un servizio pubblico in cui non figuri neanche uno psicologo strutturato, ma solo tirocinanti?
  2. Il tirocinante offre il suo tempo per apprendere pratiche per le quali non è ancora abilitato. Che senso ha, allora, che uno specializzando in psicoterapia già autorizzato alla pratica psicodiagnostica sia impiegato in un centro di psicodiagnosi e non di psicoterapia?
  3. Il numero delle ore di tirocinio di specialità non è normato da una precisa legge, visto che è fissato un minimo ma non un massimo (almeno 500 ore tra attività teorica offerta dalla scuola e attività pratica in un luogo di lavoro accreditato). Nella prassi, però, le scuole di psicoterapia erogano 300 ore di attività seminariale e richiedono 200 ore di tirocinio. Il numero di ore richiesto, quindi, è di circa 5 ore alla settimana, il che rende possibile allo specializzando lo svolgimento di un’attività lavorativa part-time. Cosa pensare della richiesta di almeno 10 ore di tirocinio obbligatorie per ciascuno specializzando? Com’è possibile immaginare che un individuo adulto con a carico 3600 euro di retta annua e un impegno di circa 10 ore di frequenza scolastica alla settimana possa svolgere almeno ulteriori 10 ore di tirocinio non pagato e assicurare contemporaneamente la propria sopravvivenza?
  4. Come è possibile con qualche ora di tutoraggio e una massa di tirocinanti non pagati garantire la qualità di un servizio pubblico deputato ad esprimere un parere professionale su questioni centrali nella vita delle persone?
  5. Non è svalutante per la professione psicologica offrire prestazioni a titolo completamente gratuito? In questo modo, non siamo noi stessi a mettere le basi per l’eterna sudditanza della psicologia nel mondo delle ASL?

Queste le critiche da noi sollevate e le richieste di chiarimento. Ma vediamo un po’ che risposte abbiamo ottenuto:

Al punto 1) — come giustificare servizi retti esclusivamente da tirocinanti — la dottoressa Musci ha risposto candidamente di aver provato a chiedere dei fondi, che però le sarebbero stati negati. Veniamo poi a sapere, allibiti, che aveva fatto richiesta di una (!) borsa di studio. Notando il disappunto, ha aggiunto che è molto più facile chiedere finanziamenti per servizi già esistenti e ben funzionanti: partiamo, miei prodi, e i soldi arriveranno! Peccato, facciamo notare, che l’esperienza mostra esattamente il contrario: quando un servizio è erogato gratis, tanto più se ben funzionante, nessuno sente la necessità di doverlo pagare. E perché dovrebbe? La dottoressa sembra abbracciare l’idea che, alla fine, chi tribola sarà premiato e in proporzione tanto maggiore quanto più ha tribolato. Peccato che la vile realtà non sia degna di tanto romanticismo.

Il punto 2) — attività psicodiagnostica dello specializzando — è stato occasione per un coinvolgente e costruttivo dibattito su questioni di alta sofisticazione teorica, che hanno visto tutti i dibattenti concordi sulla stretta e imprescindibile unità di diagnosi e terapia. Abbiamo fatto notare, però, che in barba alla lotta contro ogni scissione teorica o pratica il nostro percorso formativo è scandito in due fasi ben distinte, di 5 e 4 anni, che abilitano l’una alla sola diagnosi e l’altra all’esercizio della psicoterapia. Quindi, a prescindere dal proprio piacere personale, uno specializzando in psicoterapia che pratichi la diagnosi di fatto sta elargendo una prestazione professionale a titolo gratuito e proprio mentre gode dell’accrescimento delle sue competenze e capacità toglie un posto di lavoro ad un altro professionista suo simile. La dottoressa non concordava con questa visione della cosa, a detta sua vincolata a una prospettiva ristretta e poco ariosa. Un tirocinante, secondo lei, deve essere introdotto a tutte le pratiche e le attività del servizio in cui è inserito per averne una visione più globale e per formarsi in maniera veramente completa. In questo senso, ha precisato, anche il caricare sul computer i dati dei pazienti è un’esperienza importante. Ci siamo chiesti, ad alta voce, ma importante per chi? Come si può spacciare come formazione l’utilizzo di laureati, abilitati alla professione ed iscritti ad un ordine professionale per caricare dati sul computer? Forse tutto ciò poteva aveva un senso quando i tirocinanti avevano ancora la possibilità di ricevere incarichi retribuiti alla fine del periodo di “apprendistato”. Ma oggi? Quale valore ha per un tirocinante prendere dimestichezza con tutte le pratiche, anche le più meccaniche e burocratiche, di un Servizio dove non entrerà mai? La Musci ci ha risposto, pensate un po’?, che ci invidia. “Beati voi! — ha detto — beati voi che riuscite a vivere soltanto dell’attività privata, io non sono così fortunata!” Cioè lei, che guadagna 80.000 euro lordi l’anno solo dal suo incarico pubblico, invidia noi, che secondo lei dobbiamo davvero navigare nell’oro se non accettiamo a braccia aperte le sue belle offerte di lavoro “variegato” e non pagato. E mentre l’invidia si riversa su di noi e sui nostri colleghi ancora specializzandi, questi caricano dati sul computer, aprono centri di psicodiagnosi, prestano servizio come psicologi di base in ambulatori medici, lavorano in sportelli d’ascolto per adolescenti ecc. ecc., tutti servizi che risultano gestiti e diretti dall’attivissima dottoressa!

Le parole d’ordine del punto 3) — le 10 ore di tirocinio obbligatorie e la loro compatibilità con la sopravvivenza dello specializzando— sono state “qualità” e  “motivazione”. A detta della dottoressa, si tratta di una questione morale. La coscienza della dottoressa Musci e il suo senso di responsabilità nei confronti dei suoi tirocinanti la spingono a chiedere il numero di ore che lei ritiene adeguato allo svolgimento di un tirocinio veramente formativo. Le questioni finanziarie sono elementi troppo grezzi nel mondo fatato della Musci, che non si degna di scendere su un piano così pieno di pantano. E’ la motivazione del tirocinante, secondo lei, ciò che conta davvero, nel senso che se l’uomo non vive di solo pane, lei si aspetta che il tirocinante possa vivere di sola motivazione. “La richiesta di 10 ore mi serve anche per selezionare i tirocinanti in base alla loro motivazione”. Alla domanda: e una volta selezionati, qual è il destino dei fortunati insigniti della meritata qualifica di “tirocinante motivato”? Momento di vuoto, battito di ciglia, un farfugliare confuso di fondi, borse di studio, vaghe possibilità. Detto tra noi, la dottoressa non sembra una paladina dei sistemi meritocratici, ma di contesti simili al purgatorio dantesco, dove sono necessarie sofferenze e patimenti per ascendere di grado in grado verso il sospirato paradiso. E chi più zerbina più ascende. Le possibili critiche a tale procedura di selezione del personale sarebbero le più varie se le cose andassero davvero così. Ma gli anni a cui pensa la Musci sono passati, e oggi chi zerbina, zerbina e basta e alla fine del tirocinio se ne torna a casa con le pive nel sacco e tanta esperienza nel caricamento dati.

Il punto 4 — sulle garanzie di qualità del Centro — ci ha portato a chiarire nel dettaglio quale ruolo la dottoressa pensa di svolgere nel progetto da lei patrocinato. In questo caso non è stato per niente facile avere delle risposte, e solo la tecnica del molosso che stringe la mandibola sul polpaccio ha potuto dare i suoi frutti. In cosa consiste, alla fine, il “tutoraggio” offerto dalla dottoressa Musci, unica garanzia di qualità del progetto? Non ci saranno affiancamenti né nella somministrazione né nell’interpretazione dei test e non ci sarà nessuna discussione comune dei risultati della diagnosi; resta solo il vago impegno di “prendere visione” del lavoro svolto e la concreta controfirma sul materiale prodotto. Con quali ore lavorative l’impegnatissima dottoressa pensa di monitorare l’attività del Centro non è affatto chiaro, visto che a quanto pare non esiste alcun incarico ufficiale in merito all’apertura di un servizio di psicodiagnosi e il Centro psicodiagnostico risulta essere solo una pericolosa fantasia nella mente dell’intraprendente tutor — pericolosa, perché rischia di realizzarsi davvero. Né la spiazza il lasciare che giovani colleghi esprimano in completa autonomia pareri professionali in merito a questioni di psicologia forense, medicina legale, idoneità al lavoro o altro[1]. Certo, sono psicologi abilitati! E qui l’ambiguità della loro posizione di specializzandi già psicologi è usata in senso contrario, a garanzia della legalità del progetto. Ma noi sappiamo bene che una cosa è la diagnosi che ci viene richiesta per poter superare l’esame di stato (inquadramento psicodiagnostico del caso e pianificazione del trattamento), tutt’altro è fornire diagnosi in ambiti specifici della pratica psicologica, in cui per esempio si è chiamati a fornire un parere professionale sul fatto che un poliziotto possa ricevere di nuovo la pistola d’ordinanza o meno. Siate sinceri, vi sentireste sicuri se un tale poliziotto se ne andasse in giro sotto casa vostra con la sua bella pistola certificata dal prestigioso Centro psicodiagnostico della dottoressa Musci?

E così siamo arrivati all’ultimo punto, il 5), ove si è discusso della svalutazione radicata e generalizzata della nostra professione e dei meccanismi che la producono e la rinforzano. Abbiamo chiesto alla dottoressa se le risultasse, ad esempio, l’esistenza di centri di cardiologia retti solo da medici specializzandi (avremmo anche dovuto chiederle se lei si sarebbe rivolta ad uno di questi centri nel caso in cui fosse cardiopatica, ma non lo abbiamo fatto). Sapete cosa ci ha risposto? Che interi reparti di medicina sono retti da specializzandi! Ma intanto gli specializzandi in medicina sono pagati, e poi la loro percentuale non è mai tale da coincidere con la totalità del reparto (o altro luogo) dove esercitano la loro professione. Solo noi psicologi siamo capaci di arrivare a tanto, e da qualche parte ci è stato anche detto che dovremmo essere contenti dello stato delle cose, perché le ASL potrebbero addirittura chiederci un contributo monetario (è stato già tentato in Piemonte e in alcune regioni è davvero così) per poter lavorare gratis per loro! Che dignità possiamo aspettarci per una professione che si svende con tanto fervore? E nel caso della dottoressa Musci, di vero e proprio fervore religioso si tratta! Siamo noi laici e materialisti che non riusciamo a vedere l’enorme importanza che l’apertura del Centro avrebbe per il ruolo della psicologia nelle Asl! Quale riconoscimento sarebbe per noi! Ha ragione: noi non lo vediamo proprio.

I saluti:

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Siamo arrivati al momento dei saluti. E dobbiamo davvero ringraziare la dottoressa, qui senza nessuna ironia, perché ci ha dedicato ben due ore del suo tempo, due ore molto fitte di botta e risposta su tutti i temi sollevati negli anni dal Coordinamento, tanto che una sbobinatura della discussione potrebbe rappresentare davvero un nostro manifesto. Sappiamo che la dottoressa Musci non è l’unica ad intendere in questo modo il ruolo del tirocinante nelle ASL e specularmente il proprio ruolo di tutor, ma che interi servizi versano nelle stesse acque. Sappiamo anche che alla base di molte situazioni per noi assolutamente inaccettabili c’è una forte identificazione del tutor con il Servizio nel quale lavora e al quale ha dedicato  gran parte delle sue energie e della sua vita professionale, con una passione e una dedizione che sicuramente in un contesto diverso sarebbero encomiabili e preziosi. Lo capiamo. Questo però non esime nessuno psicologo strutturato dal mettersi anche dall’altro punto di vista, quello di noi più o meno giovani colleghi “diversamente psicologi”. Né lo esime dal sollevare lo sguardo dai bisogni immediati e spesso cogenti del proprio Servizio per guardare alla situazione complessiva della nostra professione e al peso che certe scelte hanno sia dal punto di vista pratico che sul piano della dignità di tutta la categoria.

Salutando la dottoressa Musci e ringraziandola per la sua disponibilità, le abbiamo lasciato una copia della Risoluzione del Parlamento europeo del 6 luglio 2010 sulla promozione dell’accesso dei giovani al mercato del lavoro, rafforzamento dello statuto dei tirocinanti e degli apprendisti (2009/2221(INI), con alcuni passi messi in evidenza. Riporto i più significativi, in cui il Parlamento europeo:

21.   Chiede tirocini migliori e garantiti; chiede alla Commissione e al Consiglio, a seguito dell’impegno espresso nella Comunicazione COM(2007)0498 “di proporre un’iniziativa per una Carta europea della qualità dei tirocini”, di istituire una Carta europea della qualità dei tirocini prevedendo norme minime per garantirne il valore educativo ed evitare lo sfruttamento, tenendo conto del fatto che i tirocini fanno parte della formazione non devono sostituire dei veri impieghi; sottolinea che tali norme minime devono includere una descrizione sommaria delle funzioni da esercitare e delle qualificazioni da acquisire, il limite di durata dei tirocini, un’indennità minima basata sul costo della vita del luogo dove si svolge il tirocinio conformemente alla prassi nazionale, un’assicurazione nell’ambito lavorativo in questione, prestazioni di previdenza sociale in base alle norme locali e un collegamento specifico al programma di istruzione in questione;

25.   Chiede che i giovani siano tutelati nei confronti dei datori di lavoro i quali, nel settore pubblico come in quello privato, grazie all’esperienza professionale, ai contratti di apprendistato e di tirocinio, soddisfano i propri fabbisogni immediati e basilari a basso costo o a costo zero, sfruttando la volontà dei giovani di apprendere senza fornire loro alcuna prospettiva di futuro inserimento nell’organico;


[1] Per quanto riguarda gli ambiti di diagnosi previsti dal progetto (medicina legale, idoneità lavorativa, ecc.) la confusione è massima. “Su questo — così suona la segnalazione di una specializzanda — c’è confusione anche in noi. Ed è significativo: non c’è mai stata fatta una formazione rispetto a cosa andavamo incontro, chi farà richiesta di test? per conto di chi? con quale obiettivo? Nel caso di un test rispetto all’idoneità lavorativa di un’impiegata amministrativa di una scuola, la richiesta giungeva addirittura dall’Aeronautica Militare… non abbiamo ben capito perché… forse per gli statali è la Difesa a pronunciarsi su tale questioni????? Capite, nessuno ci ha spiegato le cose!” . Il testo prosegue presentando un altro caso di idoneità lavorativa che offre ulteriori e interessanti spunti di riflessione: “per l’idoneità lavorativa era specificamente richiesta una SCID ed era precisato che a pronunciarsi dovesse essere un diagnosta che lavorasse nel pubblico. Due cose: la SCID non era in dotazione del Servizio e una collega è andata a recuperarla una domenica pomeriggio da un’amica (…). Il fatto poi che volessero un arbitro del pubblico ha il suo peso in un’ottica di distribuzione del lavoro nella professione…. cioè, lo Stato ti chiede che ci sia un lavoratore statale ad occuparsene: non è cosa di poco conto!”

Laura Fachin

Davide Debertolo

EMERGENZA PSICOLOGO

emergenza lavoro

MOLTI COLLEGHI PSICOLOGI, MOLTI DI QUELLI CHE DA ANNI DEFINIAMO I “DIVERSAMENTE PSICOLOGI”, STANNO PERDENDO O RISCHIANO DI PERDERE IL PROPRIO LAVORO. IL CPPP È DA SEMPRE IN PRIMA FILA PER PROMUOVERE E CREARE DIBATTITO E RETE SUI TEMI DELLA TUTELA DELLA PROFESSIONE PSICOLOGICA E SULLE NUOVE FORME CHE ESSA HA ASSUNTO. QUESTA VOLTA PARLEREMO DI QUEGLI PSICOLOGI CHE, PER NECESSITA’ O PER SCELTA, HANNO ASSUNTO RUOLI LAVORATIVI IN AMBITO SOCIO-ASSISTENZIALE, IN PRIMO LUOGO COME EDUCATORI.

NON TUTTI SANNO CHE IN PIEMONTE MOLTI COLLEGHI ASSUNTI COME EDUCATORI STANNO PERDENDO IL PROPRIO POSTO DI LAVORO. LA CAUSA DI TUTTO CIÒ È L’ANNOSO PROBLEMA DEI TITOLI (leggi articolo per maggiori dettagli), CHE RISCHIA DI LASCIARE A CASA MOLTI PSICOLOGI IMPIEGATI DA ANNI IN COOPERATIVE O ALTRI ENTI CONVENZIONATI.

QUELLO CHE ORA CI PREME NON È DISCUTERE SULL’OPPORTUNITÀ O MENO DI CONSIDERARE LA QUALIFICA DI PSICOLOGO COME ADATTA A SVOLGERE IL RUOLO DI EDUCATORE, VOGLIAMO IN PRIMO LUOGO DIFENDERE TUTTI I COLLEGHI LAVORATORI CHE RISCHIANO DI PERDERE IL PROPRIO POSTO DI LAVORO DA UN GIORNO ALL’ALTRO. PRETENDIAMO CHE LA QUESTIONE VENGA TRATTATA IN MODO ADEGUATO E NON SBRIGATIVO E CHE TUTTE LE PERSONE COINVOLTE VENGANO RISPETTATE IN QUANTO LAVORATORI E, SOPRATTUTTO, ESSERI UMANI.

DI SEGUITO È RIPORTATO UNA SINTESI DI UN INCONTRO CHE ALCUNI COORDINATI HANNO AVUTO CON LA DIRETTRICE CLINICA DI ALCUNE STRUTTURE SOCIO-SANITARIE. 

ABBIAMO ELABORATO UN QUESTIONARIO ANONIMO, DA DIFFONDERE IL PIÙ POSSIBILE, SULLA PRESENZA DI PSICOLOGI NELLE STRUTTURE PIEMONTESI. SE HAI DEI DATI UTILI,  TI PREGHIAMO DI COMPILARLO E DI DIVULGARLO A TUA VOLTA. IN QUESTO MODO CI PERMETTERAI DI AVERE QUALCHE DATO INDICATIVO PER POTER DESCRIVERE IN MODO PIÙ ESAUSTIVO LA SITUAZIONE E PER POTER SOLLECITARE A GRAN VOCE LE AUTORITÀ COMPETENTI.

https://docs.google.com/forms/d/1RZdj5pIkeagHZ30hGe2hT6_3Qu9eBI2aBrDX3R2A2HU/viewform?sid=53fa0327bf5d28dd&token=QtdAdT4BAAA.GKvtghAtDlJ9qK5ntm6esg.7YfZrN6IQPIlY4G9V2IpaQ

VI RICORDIAMO, INFINE, L’APERITIVO DEI COORDINATI MERCOLEDì 15 MAGGIO ALLE 20.30 AL ROUGH IN VIA PRINCIPE TOMMASO 3 TORINO (San Salvario).

SINTESI INCONTRO TRA IL CPPP ED UNA DIRETTRICE DI DIVERSE STRUTTURE SOCIO-SANITARIE.

Oggetto: La nuova legge sulle qualifiche professionali nelle strutture residenziali per minori (vedi DGR 2012, che definisce la qualifica abilitante alla professione di educatore, ma anche DGR 2009 sull’equipollenza dei titoli “educatore interfacoltà” e “tecnico della riabilitazione psichiatrica”, con esclusione dello psicologo), e i controlli sempre più pressanti sul rispetto della normativa in Piemonte, stanno mettendo a rischio il posto di lavoro di molti nostri colleghi psicologi e creando una vera e propria emergenza occupazionale. L’attuazione della normativa, prevista entro la fine del 2013, sta spingendo gli enti al licenziamento di molti collaboratori psicologi stabilmente integrati nei servizi dove prestano il proprio lavoro, con la conseguenza di distruggere intere equipe e provocare danni gravissimi sia agli utenti che alle strutture ospitanti. Tutto questo sembra innestarsi in un generale orientamento alla medicalizzazione e tecnicizzazione della cura e della riabilitazione, che rischia di modificare profondamente il significato e le pratiche dell’intervento terapeutico.

Discussione: La dottoressa, psicologa e psicoterapeuta, è coordinatrice di diverse strutture  (alcune per minori con diagnosi psichiatrica, altre nell’area della disabilità). Da sempre l’ente che dirige, ha centrato l’intervento terapeutico e riabilitativo sulla creazione di relazioni significative tra utenti, operatori e strutture d’accoglienza, con particolare attenzione alla riflessione e discussione sulle dinamiche relazionali in atto. Questo tipo di sensibilità e di concezione dell’intervento riabilitativo ha fatto sì che nelle assunzioni fossero privilegiati operatori con il titolo di psicologo, così negli anni si sono create intere equipe costituite quasi esclusivamente da nostri colleghi, inquadrati come educatori professionali.

La nuova normativa sull’accreditamento delle strutture per minori (DGR 2012) e le pressioni da parte della vigilanza della ASL minacciano di provocare uno stravolgimento totale dell’assetto di cura, che in questo caso implicherebbe la sostituzione quasi totale dei dipendenti.

La dott.ssa ha preso contatti con il CPPP per cercare di elaborare insieme a noi una strategia di intervento per contrastare due effetti preoccupanti:

1)      il licenziamento coatto di collaboratori stimati per il loro lavoro e integrati da anni nei vari servizi

2)      la crescente “medicalizzazione” e “tecnicizzazione” degli interventi terapeutici nelle comunità, segnata dall’aumento esponenziale di figure professionali  provenienti direttamente dall’ambito medico o formatisi sotto la facoltà di medicina (psichiatri, neuropsichiatri, infermieri, tecnici della riabilitazione psichiatrica, educatori interfacoltà e oss) a scapito di psicologi e psicoterapeuti.

Per ottenere qualcosa, commenta, è necessario concertare un’azione che coinvolga più strutture, cercando di individuare quali altre Società o Cooperative si sentono danneggiate dai cambiamenti in corso.

Riferiamo alcune “voci” che ci sono arrivate su una sorta di “sanatoria” prevista dalla Regione: visto che il numero di educatori laureati dall’Interfacoltà non è sufficiente a coprire il fabbisogno di operatori di comunità, si prevede di stabilire l’equipollenza di questo titolo con quello di “educatore professionale”. Dalla “sanatoria”, però, verrebbero esclusi gli psicologi.

Ci poniamo alcune domande alle quali, sulla base delle nostre conoscenze attuali,  non sappiamo dare risposta: Come è stato stabilito il numero delle ore lavorative delle varie figure professionali per ciascuna tipologia di struttura? In quale tavolo si è deciso? Chi ha partecipato? Le comunità minori sono state riorganizzate dal DGR 2012, ma anche prima c’erano delle direttive, e questo per ogni tipologia di servizio. Perché il controllo è scattato solo ora? Cosa succedeva prima?

Sappiamo che oggi le strutture pubbliche o in appalto hanno controlli molto meno stringenti rispetto al privato-sociale accreditato, coincidendo nel primo caso il ruolo di controllore e quello di controllato. Inoltre, ci rendiamo conto con preoccupazione che si sta andando verso una riduzione degli interventi preventivi o che implicano cospicui investimenti sul lungo periodo, e che il futuro sembra prevedere solo strutture per la gestione dell’urgenza: una sorta di succursali del pronto soccorso per degenze di breve periodo e poi… tutti a casa. Per questo tipo di “cura”, certo, la figura dello psicologo è superflua…

Si discute dell’inquadramento salariale degli psicologi-operatori rispetto alle altre figure educative: non c’è differenza di contratto, tutti sono inquadrati allo stesso livello in quanto laureati.

Si fa notare che la manovra di riorganizzazione del personale in base ai titoli in questo caso ha un importante aspetto sindacale, perché lavoratori integrati, che svolgono da anni le loro funzioni con la stima e l’apprezzamento dei datori di lavoro da un giorno all’altro vengono privati di ogni diritto e licenziati. Per questo è necessario pensare ad un coinvolgimento delle varie forze sindacali. Sappiamo, ad es., che in alcune strutture di pertinenza della ASL TO 3 il problema è stato risolto ricollocando il personale privo di titolo richiesto (psicologi per lo più) in servizi lontani e difficilmente raggiungibili, costringendo buona parte delle persone a chiedere il licenziamento. Questo, si fa notare, non è nient’altro che mobbing.

Riguardo all’aspetto sindacale del problema, sarebbe importante avere dei dati sui tipi di contratto che gli psicologi hanno all’interno degli enti dove lavorano: quanti hanno il tempo indeterminato? Quanti il tempo determinato o altri tipi di contratto precario? In particolare: quanti lavorano come “finti consulenti” con partita iva? Se il numero dei contratti a tempo indeterminato fosse alto, forse sarebbe più facile ottenere un sostegno attivo da parte dei sindacati.

Il CPPP condivide entrambe le preoccupazioni della dott.ssa: sia per l’emergenza lavorativa che colpirà tanti colleghi e per la rocambolesca riorganizzazione di tanti servizi, sia per gli scenari futuri di tecnicizzazione selvaggia della cura. Comprendiamo anche il senso di frustrazione e umiliazione dei tanti psicologi licenziati o a rischio di licenziamento, con la motivazione che per il lavoro che hanno svolto finora sono più qualificate figure professionali che, nel migliore dei casi, hanno alle spalle la metà della loro formazione universitaria.

Al tempo stesso, però, riteniamo fondamentale intrecciare azioni volte a rispondere all’emergenza del momento con altri interventi di lungo raggio volti ad assicurare, nelle varie strutture, una presenza significativa di psicologi e psicoterapeuti che esercitino la professione per la quale si sono formati. Innanzitutto sarebbero necessarie operazioni di controllo che garantiscano che, dov’è previsto (ad es. 38 ore nelle CTM e nelle CRP), lo psicologo/psicoterapeuta ci sia davvero e che eserciti la sua professione (per intenderci: che non sia impiegato come operatore nei turni). Inoltre, sarebbe necessario capire quale iter e quali forze hanno contribuito alla formulazione delle direttive vigenti per trasformarle.

Piano d’azione:       

1)      Raccogliere dati sulla presenza effettiva degli psicologi nelle cooperative e negli altri enti del privato-sociale. Per rendere la raccolta dati il più veloce ed efficace possibile, si è pensato di formulare un brevissimo questionario da somministrare usando tutti i contatti disponibili, in cui si chiede allo psicologo-operatore:

—    nome dell’ente e del servizio in cui lavora

—    tipologia del servizio

—    com’è composta la sua equipe o gruppo di lavoro

—    quanti colleghi-operatori sono laureati in psicologia

—    quanti laureati in psicologia sono impiegati davvero come psicologi

2)      Al più presto, dati alla mano, ci presenteremo alla riunione dell’Ordine, e chiederemo un incontro per discutere del problema.

3)      Prendere contatti con i giornali

4)      Prendere contatti con i sindacati

5)      Sondare il terreno per capire se altre cooperative o enti sarebbero disposti a collaborare in un’azione comune

 

Conflitto d’interessi, questo Conosciuto

 

italia conflitto interessi

In diverse occasioni, in più campi della nostra vita collettiva, nei più svariati ambienti professionali, esiste quella condizione nota come conflitto d’interessi, vale a dire la condizione in cui un professionista occupa due ruoli differenti contemporaneamente, con possibilità di interferenza di un ruolo sull’altro.

Beh, il fatto che lo stia scrivendo qui credo lasci intendere che nemmeno la psicologia (e la sua relativa politica professionale) sia esente da quello che si configura come un fenomeno portatore di enormi criticità.

Quello che troverete in queste pagine non è una denuncia di una situazione illegale, ma piuttosto una riflessione relativa ad un vero e proprio vuoto legislativo, dato che, allo stato attuale, non esiste  nel nostro Paese alcuna normativa che vieti il cumulo di cariche presso organi istituzionali differenti.

Il mio intento è aprire un campo di discussione e confronto con la comunità professionale relativamente a quella che, a mio avviso, ha le caratteristiche di una matassa piuttosto intricata.

Ci tengo a precisare che tutti i dati qui riportati sono reperibili online; io mi sono occupata semplicemente di accorparli in queste pagine.

Ci tengo inoltre a sottolineare che, nel corso dell’articolo, verranno citati alcuni frammenti di regolamenti tratti da siti di scuole di specializzazione, ma il mio citarli non vuole essere una generalizzazione a tutti gli istituti di formazione (che, giusto per tenerlo a mente, in Italia sono, secondo un dato del 2009, 509  (http://www.miur.it/UserFiles/2887.pdf), bensì uno sguardo su una situazione che, almeno da qualche parte, esiste. E, credo, dobbiamo smettere di far finta che non esista o adeguarci, continuamente e passivamente, allo stato delle cose.

La mia riflessione non parte dal presupposto che le persone (e dunque nemmeno quelle che andrò ad elencare) inserite in più contesti istituzionali siano “disoneste” a priori, bensì dal fatto che, se da una parte abbiamo un incarico di rappresentanza (e di potere decisionale) di categoria, dall’altra è possibile e potenzialmente attuabile privilegiare i propri interessi professionali in altri luoghi/ruoli. Poichè, per l’appunto, all’interno della stessa categoria.

Io credo si apra qui uno scenario di verosimile conflitto d’interessi. Ma, d’altronde, nessuna legge lo vieta, né tenta di scongiurare il verificarsi di un tale conflitto. Tutto dipende da posizioni soggettive. Non pensiamo sia necessaria una normativa precisa a riguardo? Come integrare l’esperienza professionale del singolo con l’interesse del collettivo?

L’attuale Presidente (uscente) dell’ Ordine degli Psicologi della Toscana, Sandra Vannoni, ha dichiarato apertamente di aver rinunciato (per sua scelta, non perchè le sia stato imposto) ad ogni incarico professionale che potesse essere letto come un conflitto d’interessi:

Dal 2006, eletta Presidente dell’Ordine, ho rinunciato ad ogni incarico professionale che potesse configurare un conflitto d’interesse. Sono didatta ordinario della FISIG (Federazione Italiana Scuole Istituti Gestalt) , svolgo inoltre attività di CTU e CTP per il Tribunale di Firenze, tutte attività che ho sospeso da quando ricopro il ruolo di Presidente dell’Ordine in quanto ritengo che il ruolo di Presidente di un Ordine debba essere ‘super partes ”.

(http://www.progettoperlaprofessione.it/index.phpoption=com_content&view=article&catid=34%3Acurriculum&id=62%3Asandra-vannoni&Itemid=55 ).

Essendo io una psicologa iscritta all’Ordine degli Psicologi del Piemonte, partirò “dal gioco in casa”: il nostro Presidente dell’Ordine ricopre – oltre alla suddetta carica – un ruolo di responsabile presso il Sert dell’ASL TO 5, ma è anche docente della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica dell’Università di Torino. Ciò significa che, contemporaneamente, è presente all’interno di tre differenti istituzioni (Ordine, ASL e Università).

Ma andiamo avanti, visto che siamo solo alla carica che dovrebbe essere “super partes”.

Il Vicepresidente, Professore Ordinario di Psicologia dinamica presso l’Università degli Studi di Torino, è anche Presidente del Corso di Laurea Triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche della Facoltà di Psicologia di Torino, oltre che essere membro del Comitato Scientifico di una Scuola di Specializzazione in Psicoterapia.

Il Segretario invece esercita come psicologo presso un servizio di Psicologia del Sistema Sanitario Nazionale, è docente presso una Scuola lombarda di Specializzazione in Psicoterapia ed è anche consigliere ENPAP.

Infine, il Tesoriere, è “solamente” tesoriere e, al contempo, consigliere ENPAP.

E con questo quadro il Piemonte si conquista quattro cariche su quattro tra le figure del Consiglio Direttivo che occupano, contemporaneamente, altre cariche di rilievo in altri organi su cui possono potenzialmente avere un’influenza.

Facendo un giro per il web, ho poi scoperto che:

–        il Presidente dell’ Ordine degli Psicologi della provincia di Trento è attualmente anche Direttore dell’Unità Operativa di Psicologia n. 2 dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari della Provincia di Trento.

–        il Presidente dell’ Ordine degli Psicologi del Veneto è anche consigliere ENPAP, mentre il Vicepresidente è docente di Psicologia Giuridica presso la Facoltà di Psicologia di Padova

–        il Segretario dell’ Ordine degli Psicologi della Liguria è attualmente anche didatta presso una Scuola ligure di Specializzazione in Psicoterapia, oltre che Dirigente Psicologo all’interno dell’ ASL 3 “Genovese”

–        il Presidente dell’ Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna è responsabile di una struttura distrettuale di Salute Mentale dell’Infanzia dell’ AUSL di Ferrara ed è stata recentemente eletta componente del Consiglio di Indirizzo Generale dell’ENPAP, mentre il Vicepresidente dello stesso Ordine è anche un consigliere ENPAP

–        il Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio è Dirigente Psicologo nel SSN e membro ordinario e didatta con funzioni di training dell’Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo (istituto il cui regolamento prevede che “la formazione personale specifica, necessaria all’acquisizione della capacità di conduzione di gruppo, prevede che l’allievo, all’interno del corso quadriennale, porti a compimento una psicoanalisi di gruppo condotta da un Didatta dell’IIPG per non meno di 240 ore complessive, in ottemperanza ai dettami dello Statuto europeo della EFPP, di cui l’IIPG è organizzazione componente. La conclusione dell’esperienza di gruppo deve ottenere il consenso dell’analista conduttore. Fermo restando il vincolo delle ore totali, la frequenza settimanale delle sedute di gruppo è decisa a discrezione dal Didatta conduttore, da un minimo di 1 ad un massimo di 3. La formazione analitica personale individuale, considerata nella tradizione dell’IIPG esperienza altrettanto indispensabile alla competenza dell’analista di gruppo, è richiesta per l’associatura all’IIPG, fermo restando che essa non deve sovrapporsi a quella di gruppo. Il trattamento psicoanalitico individuale deve essere effettuato, e certificato, con analisti indicati dal Comitato locale del Training, fra psicoanalisti membri dell’I.P.A e membri Didatti dell’IIPG. Nel caso in cui il candidato al Training presenti nel suo curriculum esperienze di analisi di gruppo e/o individuali pregresse o in corso, certificate, il medesimo Comitato si riserva il diritto di convalidarle o meno ai fini del training. In ogni caso, in ottemperanza ai sensi della legge sulle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia, per cui un diplomato viene abilitato all‘esercizio della psicoterapia, sarà cura della Scuola dell’IIPG predisporre, nell’ambito della formazione teorica e pratica, insegnamenti e supervisioni attinenti la psicoterapia individuale. Tutte le esperienze analitiche effettuate dovranno essere certificate dall’analista conduttore, precisando inizio, frequenza settimanale delle sedute e fine del trattamento, ed il loro costo sarà a carico dell’allievo”. Tratto da http://www.iipg.it/scuola-di-specializzazione-in-psicoterapia/regolamento/).

–        sempre in Lazio, anche il Vicepresidente e il Segretario sono didatti all’interno di una Scuola di Specializzazione

–        il Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Campania è, al contempo, Dirigente Psicologo dell’Azienda Sanitaria Locale Napoli 2 Nord, mentre il Vicepresidente è didatta interno e coordinatore presso una Scuola di Specializzazione napoletana e Dirigente Psicologo dell’ASL Napoli 1

–        In Abruzzo abbiamo un Presidente dell’Ordine che è Dirigente Sanitario di ruolo presso il Servizio di Psichiatria dell’attuale ASL Lanciano-Vasto e un Vicepresidente che è, al contempo, direttore di una Scuola di Specializzazione in Psicoterapia (scuola che peraltro –  sempre per la serie curiamo in primis gli interessi dei formatori e poi quelli dei formandi – nel regolamento prevede che “all’atto dell’ammissione ai corsi, il candidato dovrà iniziare una analisi personale, minimo a una seduta individuale ed una di gruppo settimanali, con psicoterapeuti didatti della scuola o riconosciuti dalla stessa” Tratto da http://www.ipaae.org/formazione.html).

–        in Puglia il Vicepresidente è Dirigente Psicologo presso l’ASL di Lecce e il Segretario Dirigente presso l’Unità Operativa Consultoriale dell’ ASL di Bari.

–        il Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Basilicata è anche Dirigente Psicologo presso il SERT, il Vicepresidente è dirigente psicologo nell’area minori dell’ASL e il Segretario  dirigente psicologo presso l’ASL di Matera

–        in Calabria il Presidente è anche responsabile dell’Unità di Psicologia dell’ASL di Crotone, il Vicepresidente è responsabile dell’Azienda Sanitaria provinciale di Reggio Calabria e il Segretario è Psicologo Dirigente presso il CSM di Vibo Valentia

–        il Presidente dell’ Ordine degli Psicologi della Sicilia è dipendente presso l’ASL di Catania e professore a contratto all’Università (Facoltà di Lingue e Facoltà di Medicina)

–        il Vicepresidente dell’ Ordine degli Psicologi in Sardegna, così come il Segretario, sono dirigenti psicologi presso il SSN, e il segretario è anche docente interno presso una Scuola di Psicoterapia (“con l’ammissione alla Scuola è richiesto, oltre alla frequenza dei corsi, un’analisi personale effettuata con uno psicoanalista IPA qualificato,indicato dalla Commissione Didattica”. Tratto da “http://www.apsia.it/la_scuola.html”).

conflitto-di-interessi

Che dire.

Varrebbe la pena riflettere chi ciascuna di queste figure va a rappresentare. O, detto diversamente, varrebbe la pena riflettere che ruolo occupano nel mondo del lavoro la MAGGIORANZA degli iscritti agli Ordini di tutta Italia. Chi li rappresenta davvero? Come si può lavorare per una buona rappresentanza di tutti?

Aggiungerei inoltre che, come tutti sappiamo, dal 2013 sarà obbligatoria per tutti gli iscritti all’Ordine la formazione continua (ECM). E, come è già stato fatto presente dal Coordinamento Psicologi tempo fa in occasione del Flash mob, questo meccanismo andrà ad alimentare un fenomeno che potremmo definire “cannibalismo professionale”, dove i formatori manterranno la loro posizione (o meglio, le loro posizioni, in più luoghi!) e i formandi (la fetta più consistente degli psicologi italiani, i più giovani), saranno lì a formarsi. Continuamente, per l’appunto. Pagando continuamente per esercitare una professione che di fatto, al momento, non presenta le condizioni necessarie per essere esercitata (se non da una ristretta nicchia).

Credo sia davvero giunto il momento di “fare ordine”, di riprendere (o di creare da zero?) i nostri diritti (e doveri) e di far sentire la nostra voce. Tutti insieme però.

Simona Lucà