IL PROGRAMMA DEL CPPP: PUNTO 5, LA TUTELA

Tutela della professione

Tutelare una professione non significa creare un organo di polizia con il compito di controllare soprattutto gli iscritti, per evitare che commettano abusi o non rispettino le regole interne. La funzione di tutela riguarda la deontologia, ma questo è solo uno degli aspetti di un capitolo molto più ampio.

Cartelli stradaliSalvaguardare la nostra professione significa innanzi tutto renderla tale, riconducendola a specifici obiettivi; inoltre, significa adoperarsi per svilupparla, difenderla e organizzarla sia verso l’interno che verso l’esterno: verso i propri iscritti e verso la società.

La costruzione della professione psicologica è, anzitutto, un “affare sociale” nel senso che diventa sempre più importante definirsi per essere riconosciuti all’esterno, dalla società tutta.

Ma come fare a definirsi?

Questo è un annoso problema a cui non si è ancora riusciti a dare soluzione. Come dice Bosio in una ricerca del 2010, mutuando dalla sociologia le voci di Freidson o Wilensky o ancora Weissman, che compie studi dedicati alla psicologia, è possibile rintracciare alcune caratteristiche basilari di una professione. Essa viene riconosciuta come tale se:

a) Si basa su un insieme di conoscenze il più possibile coerente e arricchito dall’attività di ricerca. Tale compito è un’importante tentativo di sistematizzazione del sapere e di formalizzazione dei campi d’applicazione della nostra disciplina. Non si tratta, quindi, di un mero esercizio intellettuale o di una manovra per creare saperi di “classe A” e saperi di “classe B”, ma di uno sforzo della professione verso una maggiore autodefinizione. Il rischio di un incasellamento della psicologia e del nostro operato in schemi che potrebbero esserci stretti ci è chiaro, ma pensiamo che valga la pena correrlo e che i tempi ci spingano con urgenza a muoverci in questa direzione. In quest’ottica, diamo molto valore al contributo della ricerca: un’alleata indispensabile per evitare che il “sistema” conoscitivo di riferimento diventi desueto, inappropriato ai cambiamenti della società o, peggio, distruttivo per la professione e per l’utenza. Bisogna, quindi, dare ampio spazio alla ricerca per garantire che la nostra disciplina resti aggiornata, attuale ed efficace. Affrontare questa questione è di cruciale importanza per varie ragioni, non da ultimo perché una maggiore definizione consentirebbe anche una più chiara differenziazione della psicologia da saperi e pratiche limitrofe.

b) Riesce a sviluppare da tali conoscenze un programma di formazione in grado di assicurare un apprendimento “superiore”, relativo a peculiari competenze e certificato da un titolo. Purtroppo questo passo non è scontato. L’università sembra fornire poca chiarezza rispetto agli obiettivi formativi da raggiungere e alle possibili applicazioni lavorative. La formazione post-universitaria (pubblica e privata) appare piuttosto disomogenea sia nei requisiti scientifici dei singoli enti erogatori, che nell’impegno formativo richiesto agli allievi.

c) Sa promuovere un’organizzazione del lavoro atta a esercitare azioni di controllo e di tutela degli iscritti, coniugando una visione attenta al bene della categoria con l’interesse degli utenti. Tutela verso i propri iscritti, significa salvaguardare la comunità professionale da movimenti che possano nuocere ad essa, come il proliferare di offerte formative indiscriminate o un ampliamento della categoria del tutto scollegato dalle effettive possibilità occupazionali (ricordiamo che in Italia sono presenti 1/3 degli psicologi europei e circa 400 scuole di psicoterapia!). Tutelare gli utenti, significa fare in modo che vengano raggiunti da informazioni chiare e definite, mettendoli nella condizione di scegliere con consapevolezza i servizi di cui hanno bisogno.

d) Riesce a ottenere un riconoscimento formale da parte dell’autorità politica, a cui in genere consegue una sorta di monopolio sulle attività che esercita. A tal fine, è indispensabile che l’Ordine sia presente ai tavoli decisionali che riguardano la professione, da quelli più locali (Comune, Provincia, Regione) a quelli centrali. La psicologia deve poter contare su una rappresentanza che permetta di portare le proprie istanze di tutela e promozione all’attenzione del mondo politico e di introdurre la disciplina all’interno dei piani sanitari: solo in questo modo si può ottenere riconoscimento e divulgazione.

Questo deve essere il punto di partenza del lavoro per ridare dignità e notorietà alla psicologia.

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Cosa è successo finora e cosa si può fare?

Presi dall’individualismo professionale e dalle sopracitate difficoltà comunicative che la nostra professione ha dimostrato di avere nei confronti della società, noi psicologi non siamo riusciti, fino ad oggi, a divulgare in modo efficace il senso e gli obiettivi del nostro lavoro. E spesso non ci siamo resi conto che ciò stava avvenendo.

A causa di questa evidente miopia molte nuove professioni (improvvisate o no) hanno avuto gioco facile nell’inserirsi in ambiti che, da sempre, sono riconducibili all’operato dello psicologo.

Una mano è stata data, senza alcun dubbio, dai colleghi che, soprattutto in alcune scuole di Specializzazione, hanno in questi anni formato i nuovi professionisti all’uso di strumenti psicologici.

Al riguardo il presupposto fondamentale da cui è necessario partire, prima di ogni altra riflessione, è il rispetto dell’articolo 21 del nostro codice deontologico e della sua recente modifica, avvenuta a seguito di un referendum per il quale il CPPP si è battuto strenuamente. Esso sancisce quanto segue:

L’insegnamento dell’uso di strumenti e tecniche conoscitive e di intervento riservati alla professione di psicologo a persone estranee alla professione stessa costituisce violazione deontologica grave. Costituisce aggravante avallare con la propria opera professionale attività ingannevoli o abusive concorrendo all’attribuzione di qualifiche, attestati o inducendo a ritenersi autorizzati all’esercizio di attività caratteristiche dello psicologo.

Sono specifici della professione di psicologo tutti gli strumenti e le tecniche conoscitive e di intervento relative a processi psichici (relazionali, emotivi, cognitivi, comportamentali) basati sull’applicazione di principi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici.

È fatto salvo l’insegnamento di tali strumenti e tecniche agli studenti dei corsi di studio universitari in psicologia e ai tirocinanti . E’ altresì fatto salvo l’insegnamento di conoscenze psicologiche.

 

Data questa premessa, a nostro avviso per uscire dalla sacca in cui siamo precipitati occorre:

–           rompere il circuito autoreferenziale in cui ci siamo confinati: ormai si parla di psicologia solo tra psicologi, e anche qui con poca chiarezza, mentre la società continua ad avere idee confuse o stereotipate sul nostro operato. È necessario essere presenti nella società ed informare la popolazione su ciò che è realmente lavoro psicologico.

–        agire uniti per avere un ruolo più incisivo nel tutelare la presenza sul campo delle competenze psicologiche o per opporsi alla loro scandalosa assenza!

–          fare un lavoro su noi stessi in quanto categoria, ricordando l’importanza per tutti del rispetto della professione e lavorando insieme per definire i nostri confini.

Oggi più che mai diventa necessario recepire la legge 4/2013 “Disposizioni in materia di professioni non organizzate”, che coinvolge molte professionalità tra cui anche quelle affini a quella psicologica. L’art. 2 al comma 6 dice che “non è consentito l’esercizio delle attività professionali riservate dalla legge a specifiche categorie di soggetti, salvo il caso in cui dimostrino il possesso dei requisiti previsti dalla legge e l’iscrizione al relativo albo professionale”. Ciò significa che tutte le professioni non ordinate o, che dir si voglia, non regolamentate, trovano il loro confine di pertinenza nella definizione delle professioni che hanno un Ordine. Diventa pertanto ancor più pressante la responsabilità della psicologia a definirsi per poter evitare sovrapposizioni illecite o abusi.

Avere una base o dei confini di pertinenza non prevede l’impossibilità di svilupparsi, differenziarsi e aprirsi al nuovo. Ma siamo preoccupati dalla sensazione che la psicologia negli ultimi anni sia andata verso una  deriva destrutturante e deprofessionalizzante, affermandosi in un orientamento sostanzialmente eclettico.

Non stiamo ponendo un freno allo sviluppo di nuove evoluzioni della professione in ambiti limitrofi, tutt’altro!

Sappiamo che

LA PROFESSIONE CAMBIA PIU’ VELOCEMENTE DI QUANTO CAMBINO L’ORDINE E LE ALTRE ISTANZE DI REGOLAMENTAZIONE

Eppure sappiamo anche che

per potersi sviluppare integralmente, è necessario che la psicologia abbia una base: sia teorica che operativa.

Rifiutando l’impegno nel chiarire i propri obiettivi, confini e campi di applicazione  specifici, la psicologia non ha saputo rinnovarsi e rinvigorirsi nel contatto sempre più stretto con vari saperi adiacenti, ma ha diluito la propria autorevolezza, sia in quanto disciplina che in quanto professione.

Questo atteggiamento ci ha impoverito, ha diminuito il nostro impatto sia teorico che operativo, ci ha declassato al rango del qualunquismo ideologico.

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