LA PRATICA CLINICA NELLA RESIDENZIALITA’: STILE DI LAVORO O POSTI LETTO?

Il 21 novembre scorso è avvenuto il primo incontro successivo alle Giornate Basagliane. In esso varie realtà rappresentative di Associazioni, Professionisti, Servizi Psichiatrici e Sindacati hanno deciso di proseguire in modo sistematico ed organizzato il dialogo sulla psichiatria. L’obiettivo è quello di dare vita ad un contenitore dove i lavoratori della Salute Mentale insieme ad illustri nomi della storia della Psichiatria Piemontese, passata e presente, possano confrontarsi e costruire, in modo partecipato, proposte e nuove idee con l’obiettivo di creare un modello per la nostra Regione. 

Nella vivace cornice di discussione accesa dalle giornate Basagliane è sorta l’interessante iniziativa delle colleghe Maria Laura Trifilò e Silvia Veltri, che operano all’interno di una Comunità Alloggio. La loro proposta prevede la costruzione di un database di “buone pratiche” e modelli efficaci in psichiatria. Per realizzare tale progetto, le autrici dell’articolo qui sotto riportato invitanto tutti i colleghi che operano in servizi ben funzionanti a fornire un’accurata descrizione della struttura e del metodo di lavoro impiegato, enucleando i principi a cui esso si ispira. Iniziano l’opera con un bellissimo esempio.

Ritenedo il progetto meritevole del massimo sostegno, il CPPP offre la sua pagina come collettore di analoghe riflessioni, con l’obiettivo di sopperire dal basso alla drammatica assenza di studi e ricerche sul settore.
Perciò ci uniamo alle autrici e invitiamo vivacemente tutti i colleghi a proseguire il lavoro appena iniziato!

La salute mentale di un individuo o di un contesto relazionale, se attuato
attraverso un servizio professionale, orientato da una teoria dei
processi mentali e regolato da una contrattazione esplicita, è da
intendersi come psicoterapia (Barone, Bellia & Bruschetta, 2010).

L’articolo che viene citato in alto mette in luce un aspetto fondante della psicoterapia e cioè l’imprescindibilità di un pensiero che guidi l’azione. La psicoterapia può essere altro da quello che classicamente si intende e può avere luoghi diversi dalla stanza dello psicoterapeuta ma non può prescindere da un pensiero, da un senso che ne costituisce le fondamenta. La psicoterapia va pensata per il paziente e i pazienti non sono tutti uguali.

IMG_9724 (2)Ci troviamo adesso a parlare di residenzialità e di servizi di cura. Si parla di cura, di terapeuticità dei servizi. C’è chi vede i pazienti psichiatrici come individui senza speranza di miglioramento e quindi immagina come risposta a questo pensiero dei cronicari in cui garantire cibo e assistenza. C’è chi li reputa pericolosi, di una pericolosità angosciante perché incomprensibile ed in questo caso propone una residenzialità fatta di sbarre e isolamento territoriale. C’è chi invece vede la malattia psichiatrica come la risposta umana ad una sofferenza che supera la capacità  dell’individuo di farne fronte e che sfocia in una frammentazione. C’è chi coglie la complessità di una condizione esistenziale che affonda le sue radici nel mentale, nel familiare, nel sociale e pensa alla residenzialità come il luogo in cui poter lavorare a questi molteplici livelli a stretto contatto con il mondo.

C’è una lente dietro ad una pratica che con più o meno contraddizioni ne definisce il nucleo e le immagini predominanti.

In seguito alla risposta del Tar che ha bloccato la delibera 30 ci siamo trovati dentro ad una possibilità di cambiamento che se da una parte ridà forza ed energia al nostro lavoro dall’altra sembra bloccarci, dinanzi a tanta complessità. Troppe cose da fare. Troppe cose da definire. Ma poi questa delibera chi la riscrive?e se diciamo, ci esponiamo, saremo ascoltati?

Forse per essere ascoltati dobbiamo ascoltare. E se c è una cosa che viene richiesta espressamente ed imprescindibilmente dalla giunta regionale in merito ai servizi psichiatrici è quella di una definizione. Cosa fate? Cosa siete? Come lavorate?

A questa domanda si può rispondere in termini di posti letto, di ascensori più o meno presenti, di porte e di uscite di emergenza,  o si può rispondere con la descrizione di una pratica clinica e di un stile di lavoro.

Noi ci abbiamo provato. Abbiamo provato a descriverci. Questo scritto vuole essere un invito rivolto ai colleghi perché si impegnino nello stesso sforzo.

Ci piacerebbe leggere una descrizione dei servizi esistenti. Ci piacerebbe leggere degli stili di lavoro che stanno alla base di certi modi di funzionare.  Forse ciò permetterebbe di uscire dal linguaggio dei posti letto e potrebbe innescare un dibattito costruttivo volto a riflettere su cosa è importante salvare e su cosa non lo è, al fine di garantire ai nostri pazienti sevizi di cura, connessi ai loro molteplici bisogni. E forse questa potrebbe essere l’occasione per confrontarci davvero su cosa intendiamo per cura in psichiatria.

Partiamo quindi dalla descrizione dello stile di lavoro della comunità alloggio presso cui lavoriamo nella speranza che questo attivi un circolo virtuoso di pensiero e di parola. I membri  dell’equipe potranno contraddire o aggiungere aspetti in aperto, libero, confronto.

Sarebbe bello se si potessero sottolineare degli aspetti mancanti, che andrebbero integrati per migliorare il servizio.

COMUNITA’ ALLOGGIO

UTENZA:

La comunità alloggio in cui lavoriamo accoglie 10 pazienti con caratteristiche di eterogeneità sia rispetto alla sintomatologia (prevalentemente psicotica), sia rispetto al sesso e all’età (dai 20 ai 60 anni).  La caratteristica di eterogeneità è considerata vincente perché consente ai pazienti di entrare in contatto con una molteplicità di esperienze raccontate e vissute e li porta ad un confronto con differenti fasi di percorso.

Il numero definito in 10 quindi ridotto, si propone l’intento di creare un clima quanto più familiare, e di consentire la visibilità e la gestione delle dinamiche emotive e relazionali. Consente inoltre agli operatori in turno di poter fornire spazi individuali ai pazienti, e di poter garantire la qualità del tempo trascorso insieme agli utenti.

FORMAZIONE OPERATORI

Caratteristica fondante della nostra equipe è la multidisciplenarietà: psicologi, educatori, oss, 1 medico psichiatra, colf . Ciò permette di integrare differenti punti di vista e competenze e di mantenere un’attenzione integrata alla cura del luogo, alla cura del sé, alla cura delle dinamiche emotive e relazionali che emergono, partendo dal presupposto che per curare è necessario avere la competenze per vedere e per raccogliere le dinamiche in atto, in maniera tale che diventino motivo di crescita e non elementi perturbanti di un equilibrio.

Questo lavoro che invece di tacitare la follia, permette di riconoscere il suo statuto di sofferenza umana e di esperienza esistenziale, fornisce ai pazienti uno spazio di crescita: la possibilità di evolvere.

Strumenti fondamentali perché l’equipe possa svolgere questo difficile compito, sono: una mensile manutenzione dell’equipe attraverso gli incontri di supervisione; una formazione continua relativa agli aspetti clinici; uno spazio di confronto tra operatori sui macrotemi della salute mentale; riunione d’equipe settimanale per aggiornamenti sui percorsi dei pazienti, discussione delle situazioni critiche e ipotesi di strategie di   intervento; passaggi di consegne giornalieri di mezzora tra gli operatori che lasciano il turno e quelli che arrivano,  per evidenziare situazioni critiche e confrontarsi sul da farsi.

INSERIMENTI

I pazienti afferiscono dai CSM del dipartimento con l’obiettivo di reinserimento progressivo nel tessuto sociale. Si tratta quindi di pazienti che per condizioni cliniche necessitano di un seguimento adeguato o per quelle patologie il cui decorso verrebbe influenzato negativamente dalla permanenza nell’ambiente familiare.

Durante le prime fasi di conoscenza viene proposto un contratto di reciproco impegno tra il paziente e la comunità in cui si esplicita la comune responsabilità relativa al percorso di cura. Costituisce questo il primo passo perché il paziente possa sentirsi soggetto attivo del suo progetto.

Nelle fasi iniziali l’attenzione dell’equipe è dedicata alla raccolta di informazioni provenienti dai curanti o da figure di riferimento che hanno avuto in carico il paziente precedentemente. Successivamente, attraverso l’osservazione diretta degli operatori, il tentativo è quello di rivalutare o arricchire le precedenti immagini del paziente a rischio di cronicità.  Allo stesso tempo, l’osservazione è indispensabile per mettere in luce risorse e criticità dell’utente.

PROGETTO

La strutturazione del progetto individualizzato avviene attraverso il confronto tra i curanti, l’equipe, i familiari e i pazienti. Quest’ ottica multidimensionale è condizione necessaria per la riuscita del progetto. Consente infatti di tenere in conto le diverse variabili implicate nel contesto del paziente favorendo il suo cambiamento e quello della sua rete. Un ascolto privilegiato è rivolto alla storia che la persona ci racconta di sè, ai suoi vissuti e ai contenuti della sua sofferenza. Altrettanto importante è l’esperienza che il paziente fa in comunità nel contatto con gli operatori e con gli altri utenti e che diventa nuovo bagaglio di narrazione e oggetto di lavoro.

Il principale strumento di lavoro è la relazione con le sue diverse funzioni e a molteplici livelli:

Con l’operatore:

L’operatore è pensato come un professionista che nel suo zaino porta una formazione, una costante messa in discussione rispetto ai propri movimenti emotivi nel contatto con gli ospiti, ed una capacità di tenere un passo autenticamente impegnato e coinvolto nella relazione ed uno capace di riflessione sul processo. Si parte infatti dal presupposto che per un reale cambiamento sia necessario un incontro umano tra le parti coinvolte ma anche la consapevolezza di star svolgendo una funzione per l’altro volta ad una sua progressione.

A scopo descrittivo ne distinguiamo alcune:

funzione protesica ( l’operatore deve sostituirsi all’utente nello svolgimento di alcune mansioni)

funzione regolativa (l’operatore deve aiutare il paziente a modular comportamenti disfunzionali)

funzione confrontativa (l’operatore promuove nel paziente la messa in discussione di comportamenti disfunzionali)

funzione empatica (L’operatore si sintonizza con lo stato d’animo e il vissuto che il paziente porta consentendo così la creazione di una funzione emotiva condivisa).

Spesso un aumento negli interventi degli operatori delle ultime voci costituisce per il paziente importanti passi di progressione nel suo percorso.

Attività riabilitativa: l’operatore individua nelle risorse del paziente delle potenzialità da poter sperimentare in attività specifiche prevalentemente svolte all’esterno dalla comunità.

Diritto alla sperimentazione: a partire dal riconoscimento del paziente come soggetto in grado di rispettare regole di convivenza, la comunità pone come imprescindibili alcune poche regole lasciando poi un margine di sperimentazione al paziente finalizzato alla responsabilizzazione delle sue azioni.

Con il gruppo:

Il gruppo è pensato come un importante risorsa per contrastare l’autismo caratterizzante il paziente psicotico, favorire la condivisione delle esperienze e pian piano una possibilità di espressione emotiva. Per questo lavoriamo prevalentemente sulla stimolazione di

Regole di convivenza: volte ad un apprendimento di modalità per incontrare il mondo ma anche finalizzate ad un aumento della percezione dei confini propri e altrui.

Confronto tra esperienze simili o diverse

Mediazione delle conflittualità e supporto al riconoscimento delle dinamiche relazionali in atto.

Questo avviene nel quotidiano, lavorando in itinere sugli accadimenti e i vissuti del tempo che trascorre ma anche attraverso una riunione ospiti con cadenza settimanale.

con i familiari

Il rapporto con i familiari sia quando si esprime in un aperta conflittualità sia quando si esaurisce in una delega del paziente ai curanti, ha in sé elementi co-determinanti il malessere e la sofferenza del paziente. Si parte dal presupposto che il paziente non costituisce un’ isola di sofferenza ma si fa portavoce di un sistema familiare che soffre. Per questo rivolgiamo la nostra attenzione a

lavorare sulla qualità della comunicazione tra paziente e familiare

lavorare sulla conflittualità

lavorare sulla flessibilità delle immagini reciproche alle volte cristallizzate dal tempo o parziali

fare in modo che la famiglia diventi una risorsa

incoraggiare i rapporti con i servizi del territorio

lavorare sullo stigma sociale

Questo avviene nel quotidiano, mediando i contatti dei pazienti con i familiari ma anche nella presenza dell’operatore agli incontri ufficiali.

-con i servizi:

Gli operatori mantengono con i servizi un aggiornamento costante, un confronto di posizioni e osservazioni ed una collaborazione rispetto ai ruoli da assumere per favorire l’evoluzione del paziente.  Ciò è finalizzato a:

favorire nel paziente il riconoscimento progressivo delle proprie difficoltà (spesso negate) e  responsabilizzazione alla cura.

mantenere la continuità

fornire nuove chiavi di lettura

fornire spunti per immaginare possibilità di evoluzione

Per ciò che concerne i momenti di crisi (parentesi fisiologiche, spesso non prevedibili, ma allo stesso tempo occasione di rilettura del malessere e possibilità di crescita), le strategie di gestione adottate prevedono uno sguardo attento dell’ equipe e degli invianti nel tentativo di affrontare all’interno della struttura lo stato di acuzie. In primo luogo si riconosce al paziente il momento di difficoltà, offrendo un cosiddetto periodo di “mutua” durante il quale vengono pensate specifiche modalità di intervento (incremento di colloqui in ambulatorio, momentaneo sostegno farmacologico, l’esonero da alcune attività, il tavolo e il letto crisi per potersi distanziare dalle dinamiche della comunità sentendosi protetti e visti nel proprio disagio). In alcuni casi l’evitamento del ricovero (per taluni vissuto come possibilità di “stacco” e medicalizzazione detensivo) non è stato possibile. Per altri pazienti il superamento della crisi all’interno della comunità è stato, grazie alla collaborazione dei servizi, un’occasione per vivere la crisi con dignità, alimentando la fiducia nei curanti e la speranza e consapevolezza di poter affrontare le difficoltà in modo diverso e condiviso.

-con il territorio

Il contatti con il territorio si rivelano di fondamentale importanza perché consentono ai pazienti di connettersi con il mondo reale, di sperimentare modalità e strategie di contatto con il mondo in una situazione protetta, e di sperimentare e rafforzare le loro risorse e aree funzionanti. Fornisce inoltre al paziente la possibilità di provare a togliersi di dosso l’etichetta di malato psichiatrico e di pensarsi come individuo che vive un’umana sofferenza, in uno spazio ricco di potenzialità. Per questo lavoriamo perché il paziente faccia:

sperimentazione di luoghi nuovi e situazioni nuove (attività riabilitative)

rilettura dei propri luoghi

sperimentazioni di autonomie

modulazione degli stimoli esterni inizialmente indotta dagli operatori. Si lavora perché il paziente impari a riconoscere quando uno stimolo è eccessivamente forte e metta in atto delle strategie di protezione.

QUOTIDIANO

Il quotidiano è fatto di azioni, di cose che si fanno insieme a partire dal rifare il letto fino ai piatti della sera, ma anche di momenti in cui si sta vicini, in silenzio, in ascolto di cosa accade dentro, o momenti in cui si può provare a dire cosa sta capitando. Ci sono anche momenti in cui gli operatori fanno delle cose insieme e i pazienti osservano, vivono l’esperienza indiretta della collaborazione, del confronto, della presenza di persone che si stanno occupando di loro in un altro modo, e che sono in grado di mettere dei confini e delle regole, di strutturare i tempi, e di fare ordine nel caos.

Si parte dal presupposto che le azioni non sono terapeutiche di per sé ma lo sono quando hanno alla base un pensiero e un senso orientato ad un obiettivo che non può che essere individualizzato, ovvero specifico per ogni singolo utente. Per questo si limita la standardizzazione e si tende a personalizzare spazi e tempi.

Gli unici tempi standardizzati assumono funzione di rito (caffè, pasti, terapie, riunioni), che oltre ad avere un obiettivo ordinante hanno per i pazienti anche una funzione rassicurante e strutturante.

La presenza delle colf che si occupano della pulizia generale dei locali e della preparazione dei pasti, consente agli operatori di avere il tempo e lo spazio mentale per stare con i pazienti, raccogliere ciò che accade e lavorare sulle dinamiche emotive e relazionali. Nello stesso tempo fare delle cose con i pazienti (rifare il letto, preparare il caffè, riordinare la cucina a sera, avere attenzione e cura dei locali) fornisce la possibilità di veicolare messaggi simbolici di ordine, attenzione, struttura del sé ma consente anche agli operatori di entrare in una dimensione intima con l’utente che dice molte cose di se attraverso gli oggetti e il rapporto con essi (basti pensare all’armadio dei pazienti, ai loro comodini, agli oggetti in essi contenuti, ai ricordi). Gli oggetti costituiscono un elemento che media tra l’interno e l’esterno, tra il sé e l’altro ed è quindi importante veicolo di lavoro.

Il tempo insaturo, apparentemente vuoto costituisce un elemento chiave di lavoro. Può infatti essere utilizzato per l’osservazione di ciò che accade, per l’emergenza di nuove cose, per il pensiero dell’operatore su eventuali interventi o linee d’azione. Un attenzione è quindi rivolta al non riempimento del tempo.

Lo spazio è considerato un ulteriore elemento chiave, la cura e l’attenzione all’estetica, l’ambiente quanto più familiare, la non presenza di mobilio o presidi medici, favorisce la creazione di un clima interno oltre che esterno, di condivisione su un piano umano prima che medico e di dignità di persona e di sofferenza.

Si sceglie di limitare al massimo gli spazi chiusi. L’apertura consente infatti uno spazio mentale e fisico di incontro tra la regola e l’accettazione di essa. La possibilità di lavorare su cosa e permesso e cosa non lo è, invece di fornirlo a priori, consente un esperienza di introiezione della regola ed un lavoro sulle motivazioni e mondi sottostanti alla fatica di rispettarla.  Permette inoltre al paziente di sperimentarsi come soggetto su cui si investono energie e su cui si appoggia una fiducia di riuscita.

All’interno dell’equipe si individuano due operatori di riferimento per ogni paziente. Le funzioni di questa figura sono molteplici: raccordo e contenitore della storia, dei momenti critici, delle evoluzioni del paziente; referente e narratore di tutto questo in equipe; supporto del paziente e alleanza con le sue posizioni e richieste.

Una importante funzione di triangolazione a molteplici livelli permette al paziente di sperimentare diverse posizioni, non sentirsi mai solo nella propria, e abdicare ad altri funzioni che lui non riesce a svolgere ma necessarie alla sua cura. Consente inoltre di uscire dall’impasse in situazioni in cui la rigidità del paziente si manifesta in tutta la sua forza. Questa funzione è svolta dall’operatore in turno non direttamente coinvolto nello scambio con il paziente (in turno c’è sempre una minima presenza di due operatori), dal medico (presente in comunità nelle situazioni più critiche e nelle riunioni d’equipe o comunque disponibile nella reperibilità telefonica), dal medico di riferimento dell’ambulatorio.

Compito della cosiddetta “residenzialità leggera” è quello di aiutare i pazienti a rileggere la propria storia, costellata di sofferenza e caoticità, lavorando su una progressiva scoperta di quelle risorse, che per quanto carenti e nascoste, potranno consentire all’utente di trovare una dimensione adatta a sè. Tutto questo può avvenire tramite un concetto di cura che comprenda aspetti terapeutici e riabilitativi. Diritto imprescindibile di ogni malato, ma prima ancora di ogni cittadino.  Ci auspichiamo che tutto questo non venga spazzato via per il bene del paziente, di chi se ne prende cura e della società civile a cui tutti noi apparteniamo.. con le nostre difficoltà, le nostre fragilità, la nostra voglia di cambiare…in meglio…

Silvia Veltri, Psicologa, operatrice di comunità.

Maria Laura Trifilò, Psicologa Psicoterapeuta, operatrice di comunità.

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nuovo regimi dei minimi – il CPPP a Precarissima

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Lo spazio delle officine corsare ha organizzato, nell’ambito di Precarissima, un incontro relativo al nuovo regime forfettario che modifica l’attuale regime dei minimi delle partite IVA varato nella legge di stabilità proposta dal governo Renzi.

Ospiti dell’appuntamento la commercialista Paola Ceretto, l’associazione ACTA e il CPPP.

La commercialista Paola Ceretto ha illustrato i cambiamenti principali che riassumiamo brevemente:

-aumento dell’aliquota Irpef dal 5% al 15%
-dimezzamento del tetto massimo da 30 mila euro a 15 mila
-passaggio da reddito imponibile (compensi incassati – spese sostenute e pagate) a regime forfettario al 78% (si considera il 78% del fatturato lordo indipendentemente dai costi, considerati quindi per tutti al 22%)
-eliminazione dello sbarramento ai 35 anni o 5 anni di attività

l nuovo regime per ora vale solo per le nuove partite IVA e non è retroattivo.

L’altro ospite al tavolo era Barbara Porteri, rappresentante piemontese di ACTA (Associazione Consulenti Terziario Avanzato) i quali propongono una modifica, inserita ora in un emendamento inviato al governo che suggerisce, almeno, un innalzamento del tetto a 20mila euro e un aumento graduale dell’aliquota nel passaggio dal regime forfettario a ordinario.

Il CPPP sta valutando la possibilità di fare rete con ACTA per costruire insieme una petizione con raccolta di firme a sostegno dell’emendamento e della diffusione di queste notizie.

Il CPPP: un’identità precaria?

Recentemente, siamo stati confrontati con le seguenti critiche:

1)      Il CPPP è un movimento con obiettivi più sindacali che di politica professionale: mettendo la questione del precariato al centro del suo programma, rappresenta gli interessi di una sola parte e perde di vista la comunità professionale nella sua interezza. Questo significa che non è in grado di assumere un’ottica “di sistema”.

2)      Il CPPP è un movimento di precari, ergo ha un’identità precaria: un’identità passeggera, quasi assunta con contratto a progetto; essa, infatti, è legata ad una particolare fase lavorativa, o meglio ad una particolare fase di vita (è un movimento dal carattere adolescenziale). Quando i membri del CPPP si sistemeranno, quando riusciranno ad acquisire anche loro una stabile identità professionale, non avranno più nulla da dire.

3)      Il CPPP è un movimento con poca esperienza e troppa ingenuità: non è pronto ad affrontare il gravoso compito della mediazione e soprattutto la durezza della realtà amministrativa.

In sintesi: il CPPP ha un essenza partitica, transeunte, adolescenziale e di ingenua incompetenza: come pensarlo alla guida di un’istituzione?

Prima di rispondere, ringrazio di cuore tutti coloro che, più o meno direttamente, ci hanno dato o continuano a darci dei “ragazzini”: sapete com’è, ho 40 anni suonati… fa sempre piacere essere vista ancora come “giovane”.

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Ma andiamo con ordine:

1)      Il CPPP è un movimento di precari, che ha messo al centro dei propri obiettivi politici la questione del precariato professionale. Si obietta che in questo modo rappresentiamo solo una fetta degli psicologi, che ci muoviamo in un’ottica limitata e partigiana, inadatta alla gestione di un organo rappresentativo della professione tutta.

Ma siamo sicuri che il problema del precariato sia solo un problema tra i tanti e noi solo un sottogruppo all’interno di una più vasta comunità professionale? Siamo sicuri che i precari siano soltanto una delle tante anime di una categoria e che il fenomeno non abbia una portata e un significato ben più ampi?

Già i numeri parlano chiaro: noi siamo circa il 60% degli iscritti all’albo, una porzione non solo rilevante ma in continuo aumento visto che, se le cose non cambiano, sarà destinata ad accogliere la stragrande maggioranza di coloro che nei prossimi anni si affacceranno  alla professione. In più, rappresentiamo la parte più giovane, e quindi anche il futuro della categoria.

ImmagineInoltre, è difficile credere nella buona fede di chi ritiene che la lotta al precariato sia l’espressione di un’esigenza “molto limitata”, paragonabile alle richieste di “automobilisti, ecologisti e pensionati”. Solo l’assoluta incapacità gestaltica di distinguere l’essenziale dallo sfondo può equiparare il precariato o la rivendicazione di uno sviluppo sostenibile alla rabbia dell’automobilista per l’aumento della benzina.

E’ del tutto evidente che il precariato lavorativo è il problema socio-politico più urgente e centrale oggi: innumerevoli individui e intere generazioni sono tagliate fuori da ogni possibilità di realizzare sé stessi e le proprie potenzialità nel mondo, impossibilitate a progettare un futuro e immerse in un perenne stato di incertezza (e ovviamente non mi riferisco a quella di chi è incerto se scegliere un cliente o un altro).

Ma l’obiezione più importante, qui, è un’altra: che l’offuscamento partitico ci impedisce di assumere una prospettiva di sistema, cioè un’ottica sull’intera categoria. “Sistema” ci sembra un termine piuttosto impegnativo per essere scomodato in riferimento all’attuale equilibrio di forze tra i vari potentati professionali, equilibrio che, tra l’altro, oggi sta in piedi solo con un’estrema sfida alle leggi della fisica. Un’ottica di sistema, secondo noi, è tale se sa inserire l’analisi delle difficoltà e il prospetto di possibili soluzioni all’interno di un orizzonte più ampio.

A questo punto ribaltiamo la domanda e chiediamo: che tipo di “visione” possiamo aspettarci da chi non inquadra i problemi che affronta nell’ambito delle questioni centrali della società in cui vive?

Il CPPP ha costruito la propria identità mettendo al centro delle proprie riflessioni il precariato lavorativo, cioè la questione essenziale per chi vive e opera oggi. Alla domanda se un’identità fondata sulla lotta al precariato non sia essa stessa un’identità precaria, rispondo dicendo che un’identità fragile è piuttosto quella di chi si occupa del futile e del superfluo, evitando di confrontarsi con i problemi più importanti.

L’accusa di essere “partitici” ha anche un altro aspetto, essendo legata ad una certa idea di rappresentanza. Da questo punto di vista, ogni rappresentante istituzionale è portatore degli interessi e delle istanze di uno specifico gruppo socio-politico di riferimento; nel nostro caso, trattandosi di politica professionale, ogni rappresentante dovrebbe dar voce alle esigenze del particolare raggruppamento di professionisti che lo ha eletto. In quest’ottica, gli psicologi delle ASL, gli universitari, le Scuole, i liberi professionisti e (forse a questo punto anche) i precari dovrebbero eleggere chi, all’interno dell’istituzione, tutelerà i rispettivi interessi di parte.  La “democrazia” dell’istituzione è poi chiamata a garantire che la competizione tra le varie parti avverrà in modo leale e secondo delle regole stabilite.

Da un lato è davvero così.  Perciò, partendo da questa prospettiva, ci chiediamo come mai solo nel nostro caso la difesa degli interessi del nostro gruppo (i precari) ci venga rinfacciata con l’accusa di “partitismo”. Forse perché rappresentiamo gli interessi del 60% della “comunità professionale”?Forse perché, se quel 60% silente finalmente si mettesse in movimento e andasse alle urne, farebbe saltare tutti i giochi, le contrattazioni i confini territoriali delle altre categorie? 

ImmagineMa da un altro lato non è esattamente così. Noi del CPPP siamo fieri di avere idee ampie, un forte desiderio di cambiamento e di aver conservato la capacità di aspirare a qualcosa di migliore, per noi, per i colleghi e soprattutto per tutti coloro che delle nostre prestazioni hanno bisogno. Non miriamo ad avere soltanto elettori appartenenti al precariato professionale.

Il CPPP non si occupa solo di “sindacalismo”, ma con altrettanta decisione mette al centro del programma politico un profondo rinnovamento del sistema dei servizi psicologici. Lottiamo per la demedicalizzazione della cura alla persona e per la centralità della psicologia con la stessa forza con la quale ci opponiamo allo sfruttamento del lavoro. Ma guardate il nostro programma! Vi sembra che parli solo di precariato? Parliamo di formazione, del valore centrale della ricerca, di privato-sociale, dell’importanza di ritrovare un collegamento tra l’Ordine e i suoi iscritti.

 

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2)      La seconda questione è strettamente legata alla prima: cosa farebbero in futuro i membri del CPPP se trovassero tutti lavoro? Sono convinta che la risposta di ciascuno di noi sarebbe banale, addirittura disarmate: saremmo molto felici e ci sentiremmo fortunati, consapevoli di essere entrati in una beata minoranza.

Ma qui si nasconde una subdola insinuazione, dal carattere strettamente personale: vien fatta serpeggiare l’idea che ora il CPPP grida a gran voce contro il precariato perché è una questione che lo riguarda direttamente, ma in futuro, quando tutti i suoi membri saranno “occupati”, smetterà di fare tanto chiasso: o perché non sentirà più il problema sulla propria pelle e quindi se ne disinteresserà o, peggio, perché fin dall’inizio ha strepitato in maniera del tutto strumentale.

Sorvolo sulle accuse di strumentalità, perché sono illazioni che solo la pratica potrà confutare. La logica secondo cui chi smette di essere precario smetterà anche di impegnarsi contro il precariato non spiega, ad esempio, perché una persona sensibile al maltrattamento dell’infanzia (magari perché lui stesso non è stato un bambino felice) anche una volta adulto continui ad interessarsi al problema e magari lavori in un’associazione in difesa dei minori maltrattati. Secondo tale logica, ormai è un adulto e in qualche modo se l’è cavata… allora, che ci fa ancora lì?

C’è però un ulteriore significato in questa critica, che deriva da una teoria evolutiva triviale, ma piuttosto utile per bloccare, con la svalutazione preventiva di “infantilismo”, qualsiasi possibilità di critica e cambiamento. La favola recita più o meno così: quando si diventa adulti e si lavora, ci si scontra con una dura realtà; e allora non ci sono altre possibilità, o ti immetti nelle istituzioni e ti limiti ad amministrarle (tirando il più possibile l’acqua al tuo mulino) oppure resti un “ragazzino”, un idealista, una persona che non sa prendersi “le sue responsabilità”. Eppure l’attuale retorica politica dovrebbe esserci abbastanza familiare per sapere che chi, a quanto dice, sta per “assumersi le proprie responsabilità”, di fatto sta preparandosi a compiere azioni dal tenore piuttosto dubbio (non occorre ricordare che ogni taglio, oggi, è un “atto di responsabilità”).

La perplessità più grande deriva dal fatto che sono proprio degli psicologi a presupporre un percorso evolutivo di validità universale, che dall’adolescenza turbolenta traghetta l’individuo all’integrazione conformistica entro lo status quo. Ma se le cose stessero davvero così, l’umanità non sarebbe mai uscita dalle caverne e continuerebbe a scaldarsi col fuoco amministrando oculatamente le clave.

Se “responsabilità” significa questo, allora no, non siamo disposti ad assumere un atteggiamento responsabile, il che significa: non siamo disposti né ad affiancare “i vecchi” nella semplice amministrazione dell’esistente né ad adottare la strategia di quei “giovani” che seguono la massima politica di Tancredi nel Gattopardo: cambiare tutto perché nulla cambi.

3) Veniamo all’ultimo punto: l’incompetenza gestionale.

ImmagineNessuno di noi ha mai ricoperto cariche politiche né ruoli istituzionali. Molti di noi non pensavano neanche lontanamente, fino a poco tempo fa, che si sarebbero occupati di politica professionale. Ma siamo persone interessate ed appassionate, con una lunga formazione alle spalle e con tre anni di riflessioni condivise sulle tematiche centrali della nostra professione. Per il resto siamo convinti che le competenze si acquisiscano sul campo. Tuttavia, se con abilità gestionali si intendono le capacità dei nostri predecessori di amministrare “politicamente” i propri affari, ecco, di queste competenze facciamo volentieri a meno.

A questo punto, non riesco a reprimere una domanda: ma questa gente che ci richiama al “senso di responsabilità” e che ritiene infantile o idealista tutto ciò che non è la “la dura realtà dell’amministrazione”, questi qui, mi chiedo, almeno una volta nella vita saranno stati mossi da una qualche idea, almeno da un barlume, un’ispirazione, un vago bisogno di giustizia, un certo desiderio di trasformazione… avranno mai creduto che fosse possibile qualcosa di diverso… oppure no, oppure sono davvero nati morti? Eppure saranno stati bambini, adolescenti, poi studenti. Hanno studiato psicologia: da cosa erano spinti? Dall’attraente possibilità di amministrarci tutti?

Noi siamo convinti che l’Ordine abbia bisogno di idee, non di grigi amministratori dell’esistente.

Laura Fachin, candidata per il CPPP alle prossime elezioni per il Consiglio dell’ordine degli psicologi piemontese

Trasformazioni, cambiamenti e crisi identitaria: una fotografia

Negli ultimi anni profonde modificazioni nella società hanno comportato una marcata ridefinizione, in un processo ancora pienamente in atto, della pratica psicologica non solo in ambito clinico. Nel mondo psicoanalitico, per esempio, al lungo trattamento tradizionale a 4 o 5 sedute alla settimana sono subentrate molteplici forme di psicoterapia, con setting che prevedono minor durata, frequenza più bassa e obiettivi più direttamente volti alla cura del disagio e più attenti alle condizioni di vita reale delle persone. Parallelamente, al modello unico di matrice freudiana sono subentrate molteplici teorie psicologiche e psicopatologiche correlate da altrettante pratiche, in un continuo dibattito a volte stimolante a volte disorientante.

In ambito non clinico si è assistito ad un proliferare di nuovi campi di applicazione: psicologia ospedaliera, psicooncologia, psicologia dell’emergenza, etnopsicologia ecc. Si sono progressivamente diffusi setting alternativi allo “studio”, più adatti all’intervento tempestivo e disponibili capillarmente sul territorio, come gli sportelli d’ascolto. Sono sorte nuove figure professionali a cavallo tra la psicologia e altro: gli psicologi come educatori, come orientatori, come precettori, come affidatari o consulenti. E insieme a tutto questo, da varie aree limitrofe coma la filosofia, l’antropologia, la sociologia sono nate professionalità ancora poco definite, che si presentano a vario titolo come “consulenti”, “trainer”, “coacher” o altro.

Infine, si assiste ad un proliferare di luoghi e pratiche non psicologiche volte anch’esse alla riduzione del disagio e alla promozione del benessere: tecniche di meditazione e rilassamento, danza terapia, gruppi di discussione, disegno o scrittura creativa ecc. ecc. ecc.

Allo stesso tempo, insieme alla professione è cambiata anche la domanda: un progressivo allargamento democratico dell’utenza ha creato la necessità di una presa in carico più flessibile e differenziata, con l’ausilio di competenze che esulano dal campo strettamente psicologico — pensiamo alle esigenze dei diversi migranti, per fare solo un esempio. Inoltre si è modificata la tipologia del disagio manifesto, con al centro insicurezza identitaria, mancanza di punti di riferimento, dominanza di disturbi narcisistici, difficoltà nell’esercizio della genitorialità, problemi legati alle condizioni reali di vita e soprattutto di lavoro.

Anche gli psicologi sono coinvolti negli stessi processi trasformativi, e non solo in quanto professionisti ma anche come persone. Al di là di una minoranza professionalmente radicata ed economicamente tutelata, in grado di incarnare la figura dello psicologo per com’è ancora rappresentata dall’immaginario collettivo (il professionista, spesso confuso con il medico, che siede nel suo studio ricevendo uno dopo l’altro i suoi pazienti), vive una popolazione variopinta di psicologi allo sbando, con vite disperse in mille lavori dai confini poco chiari, con tempistiche lavorative poco prevedibili e guadagni assai incerti, preda di una profonda crisi identitaria sia dal punto di vista professionale che personale. L’aumento dei disturbi narcisistici e delle identità evanescenti riguarda, purtroppo, anche noi.

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La confusione rispetto al ruolo della psicologia e alle caratteristiche specifiche che dovrebbero distinguerla dalle professioni limitrofe è massima non solo nell’opinione pubblica (anche persone di livello culturale medio-alto e addirittura professionisti a noi affini per lo più non sono in grado di distinguere lo psicologo dallo psichiatra o dal neurologo, figuriamoci poi dallo psicoterapeuta o dallo psicoanalista!) ma anche all’interno della nostra categoria professionale.

Al problema identitario oggi si cerca di dare risposta in termini definitori, cercando di individuare dall’esterno un insieme di strani indicatori detti “atti tipici” che contribuiscano a classificare lo psicologo come tale, distinguendolo e difendendolo dall’emergere delle nuove figure professionali non regolamentate, in un clima paranoide di guerra tra poveri e nella comune crisi di identità.

Con ciò non si intende prendere posizione contro una doverosa tutela nell’esercizio di professioni delicate come la nostra, che devono richiedere lunghi anni di studio e apprendistato. Si vuole solo richiamare l’attenzione sull’ampiezza e profondità del problema, che per essere affrontato adeguatamente senza cadere in uno sgomitare selvaggio da una parte e nella difesa miope dell’orticello dall’altra richiede ben altro che un formale atto definitorio, ma sollecita un’urgente riflessione da parte della categoria tutta.

Da dove deriva la forza centrifuga che sta scompaginando la psicologia, e come intervenire?

Nel porci la domanda sullo stato e sul futuro della psicologia, non dimentichiamo affatto che essa non è l’unica vittima, che il disfacimento ha portata globale. Però noi siamo psicologi e viviamo la crisi prima di tutto come tali. Perciò cerchiamo di riprendere il governo della nave operando da questa postazione.

Quindi, ricominciamo da qui.

Formazione universitaria

Il primo e fatale fallimento nella costruzione di un senso identitario emerge già nel percorso di studi universitario, che si caratterizza più come un risultato di compromesso tra discipline e potentati diversi che per una vera e propria finalità formativa, sicché l’intero impianto di studi appare molto simile ad un casalingo DSM IV: un risultato politico, un assemblaggio di conoscenze privo dello spirito vivificante di un progetto teorico. La disarticolazione oggettiva del percorso di studi produce nel sentire soggettivo dell’allievo insicurezza, confusione e scarso senso di competenza.

Provate a chiedere ad un neolaureato in psicologia quale è la percezione di sé in quanto psicologo e come valuta le conoscenze e competenze sviluppate. Otterrete risposte disorientate e smarrite, sature di un’incertezza molto lontana da quel superiore “sapere di non sapere” che anima la scienza.

Da molte parti si lamenta il fatto che l’università “sia lontana” dal mondo lavorativo, e potremmo pensare che proprio per questo motivo fallisca il suo mandato formativo.

Ma siamo sicuri che l’Università debba essere una specie di ufficio di collocamento? Che la formazione universitaria debba coincidere con l’apprendimento di una specifica professione? Che i programmi debbano cambiare continuamente in risposta alle varie esigenze del mercato? Perché, allora, continuare a chiamarla “università” distinguendola dalle molteplici proposte di formazione tecnica?

Se pensiamo l’università come centro di attività scientifica e come luogo di approfondimento teorico in cui l’individuo possa sviluppare una riflessione che sia libera, vivace, critica e soprattutto personale, è implicito che essa debba mantenere una relativa indipendenza rispetto dalle richieste concrete del mondo lavorativo. Al tempo stesso, però, dovrebbe assumere una posizione interessata e competente rispetto alle reali esigenze dei professionisti che concorre a formare, conoscere bene le pratiche, i bisogni e gli strumenti più utilizzati sul campo, promuovendo l’apprendimento e la diffusione delle metodologie scientificamente più validate e riconosciute dalla comunità scientifica internazionale.

Ma anche l’università oggi (e non solo la facoltà di psicologia) sembra attraversare una grande crisi di senso, con perdita di obiettivi e poca chiarezza circa il proprio mandato, sospesa tra colonialismi territoriali, burocratizzazione delle procedure, lotte intestine e controverse richieste professionalizzanti da parte di studenti di provenienza sempre più composita e con obiettivi sempre più divergenti.

Mentre ci auguriamo che anche in quella sede venga avvertita l’urgenza di un ampio lavoro di riflessione e di ripresa di progettualità, è fuori discussione che una parte consistente delle conoscenze trasmesse oggi risulta antiquata, alienata rispetto agli attuali dibattiti scientifici e bisognosa di aggiornamento.

Formazione post-universitaria

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Fin dai suoi esordi il Coordinamento ha denunciato il preoccupante fenomeno denominato “cannibalismo professionale”, per cui i professionisti già affermati si mantengono in qualità di formatori a spese delle generazioni dei più giovani che, pur non potendo godere delle stesse possibilità di radicamento, realizzazione professionale e guadagno, sono costretti ad un’onerosa formazione che ormai si è configurata come continua. Già, il risultato del referendum parla chiaro: ci siamo autocondannati ad “adottare i nostri formatori a vita”. Questi i motivi esterni, ai quali però fanno riscontro importanti spinte interne, che hanno di nuovo a che fare con il tentativo di contrastare un pericoloso senso di crisi identitaria. Mi riferisco all’illusione che “un titolo in più” possa garantire migliori prospettive per uscire dalla mortifera empasse lavorativa, per trovare finalmente una collocazione e con essa la tanto sospirata identità professionale. E invece nella maggior parte dei casi non è così, e l’ambita meta si sposta progressivamente in avanti.

Dopo un po’, quando il neopsicologo si è ormai scontrato con le sue misere possibilità di inserimento lavorativo, spesso decide di iscriversi ad una scuola di psicoterapia. In ciò ha anche buon gioco la confusione, presente prima di tutto all’interno della nostra categoria, tra l’essere psicologo, l’occuparsi di clinica e il praticare la psicoterapia. Tale fraintendimento ha come conseguenza il fatto che solo una parte degli allievi specializzandi ha un reale interesse per l’esercizio della professione psicoterapica, mentre lavorerebbe molto più volentieri come consulente in un asilo nido, in uno sportello d’ascolto, in un servizio di pronto intervento o nella psicologia ospedaliera ecc.

Ma della disperazione degli uni si avvantaggiano gli altri, e così assistiamo ad un continuo proliferare di Scuole di specializzazione dai requisiti scientifici sbrigativamente accertati, le quali, consentendo di risparmiare in ore di supervisione e omettendo di richiedere un’approfondita analisi personale, producono annualmente una pletora di titoli svuotati di valore, ma equivalenti sul mercato a quelli ottenuti in modo più serio. Come in un percorso guidato, buona parte degli psicologi si sottopone ad altri 4 lunghi anni di studio e apprendistato, anni difficili in cui divide con fatica il suo tempo tra scuola, tirocinio e lavoro, e in cui deve subire ancora una volta l’umiliazione — lui, adulto e professionista abilitato — di ricorrere all’aiuto economico della famiglia. Alla fine del calvario, diventa finalmente psicoterapeuta, spesso senza sapere bene perché e in ogni caso senza poter migliorare di una virgola le proprie possibilità di occupazione.

Insieme al business delle Scuole di psicoterapia, si moltiplicano le offerte formative in tutti i settori della psicologia, in un’intricata rete di corsi e sedicenti “master” che varia in modo imperscrutabile dalla serietà alla truffa.

Ambito lavorativo

Negli ultimi anni la psicologia nelle ASL, attanagliata da una progressiva riduzione delle risorse economiche disponibili, sempre più frustrata dalla succube dipendenza dalla psichiatria e preda della miopia tipica delle questioni di casta, ha perso progressivamente lustro, dignità e capacità di incidenza. Per un certo periodo ha saputo mascherare la penosa situazione ricorrendo al lavoro non pagato di torme di tirocinanti, specializzandi e volontari, che hanno mandato avanti i vari servizi per obbligo formativo o nella speranza sempre più vana di una ricompensa.

Ma tutto questo sta volgendo al termine. Tutti stiamo assistendo al grande BUM delle ASL.

E nel frattempo, in un mondo lavorativo sempre più caotico ed impoverito, ciascuno  cerca di organizzarsi secondo le linee a lui accessibili per potere e relazioni, tutti ugualmente volti verso l’unica luce del “privato sociale”. Si tratta di un processo già parzialmente in atto, ma che prevedibilmente subirà una forte propulsione nel prossimo futuro.

Lasciate a sé stesse, le profonde trasformazioni in corso potrebbero avere conseguenze molto gravi, soprattutto per l’utenza, ma anche per gli sviluppi della professione nel prossimo futuro. Immaginiamo solo per un attimo di ritrovare a livello clinico la mostruosa, ridondante e svilita proliferazione che ha avuto luogo a livello formativo, in un pullulare selvaggio di “centri clinici” autoproclamatisi tali, centrati sull’erogazione di interventi psicologici e psicoterapie non supervisionate e a basso costo, con la pretesa di rappresentare appendici, o peggio ancora sostituti, del sistema sanitario in crisi.

Il problema è serio: un flusso di domande dalle ASL in bancarotta da una parte, una torma di psicologi disorientati e impoveriti dall’altra, e i soliti potenti con le loro schiere di intriganti, affaristi, opportunisti e sgomitarori nel mezzo.

Ma spostiamo il fuoco al di fuori dell’ambito “strettamente” e “tradizionalmente” clinico. Partendo nuovamente da una presa d’atto della situazione esistente, vediamo che sul mercato del lavoro gli psicologi hanno assunto ruoli in buona parte inediti per i nostri predecessori, figurando come consulenti, educatori, orientatori ecc.

L’urgente situazione in cui si trovano i colleghi assunti da anni come educatori in strutture pubbliche e privato-sociali, che dal 1 gennaio 2014 si troveranno senza lavoro a causa della non congruità del titolo di psicologo rispetto alle direttive regionali, deve destare l’attenzione di tutta la categoria. Infatti, se da qui in avanti non assumeremo una posizione più incisiva e propositiva presenziando tutti i tavoli decisionali che interessano la professione, dovremo aspettarci di essere esclusi da molti altri ambiti lavorativi.

Solo uscendo dal letargo e assumendo un ruolo più attivo la psicologia potrà sottrarsi alla stretta che, schiacciandola tra la psichiatria e l’educativa, le ha progressivamente sottratto ogni campo d’azione.

Laura Fachin

Articolo 1: no alla lista della spesa

Riceviamo e pubblichiamo un caloroso appello, giunto oggi sulle nostre scrivanie:

“Cari lettori,

sono l’Articolo 1 del Codice Deontologico degli Psicologi italiani, Art. 1 per gli amici.

Nasco nel 1998, orgoglioso del mio ruolo: sono il primo e da me dipende il rispetto degli altri articoli miei fratelli.

Per rinfrescarvi la memoria, io son colui che recita:

Le regole del presente Codice deontologico sono vincolanti per tutti gli iscritti all’Albo degli psicologi.
Lo psicologo è tenuto alla loro conoscenza, e l’ignoranza delle medesime non esime dalla responsabilità disciplinare.

Siccome in questi giorni tanto si parla del referendum che coinvolge me e i miei fratelli 5 e 21, ho ritenuto doveroso dire la mia.

Chi mi conosce sa che sono una garanzia per la professionalità dello Psicologo e questo è un bene anche per chi sceglie di affidarsi al suo operato.

Confesso però, che da qualche tempo a questa parte sono un po’ inquieto: dormo sonni agitati, mi giro e mi rigiro, funestato da voci di corridoio …

Per farla breve, mi è stato riferito che così com’ero non vi andavo bene, o meglio, non andavo bene al CNOP che ha deciso che non vi bastavo più.

Ma come, dico io? Dopo tutti questi anni? Cos’ è successo?! Dopo tutto quello che ho fatto per voi!!

Mi hanno detto che ero troppo generico, che c’era bisogno di aggiungere alcune precisazioni … qualcuno ha anche insinuato che dovessi “svecchiarmi”.

Sembra che adesso io debba anche dirvi:

Le stesse regole si applicano anche nei casi in cui le prestazioni, o parti di esse, vengano effettuate a distanza, via Internet o con qualunque altro mezzo elettronico e/o telematico.

Sia chiaro a tutti che non sono così vecchio da non accorgermi del tempo che passa: non vi sto certo scrivendo per rimembrare con nostalgia i vecchi tempi …

La domanda che vi pongo è questa: credevate forse che in tali ambiti non meritassi osservanza a prescindere? O per ogni possibile contesto avete intenzione di aggiungermi una frase? Cari miei, così mi farete diventare un’enciclopedia: da semplice e immediato che ero, finirò con il blaterare una solfa di casistiche …. povero me!

Vorrete forse farmi credere che quando lavorate in via telematica vi dimenticate di essere psicologi? Vi serviva proprio questa frase in più? Onestamente, mi state offendendo:e se devo dirla tutta, offendete anche voi stessi, se ritenete necessario farmi diventare una lista della spesa …

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So perfettamente che dobbiamo stare al passo coi tempi. Per questo, più che appesantirmi, vi consiglierei di applicarmi così come sono: chi mi ha scritto lo ha fatto così bene da rendermi efficace sin dagli inizi! Con o senza internet.

Non sarebbe forse meglio creare delle linee guida specifiche per questi nuovi ambiti? Mi è giunta voce che in qualche commissione se ne fosse discusso: ripartite da lì e chiaritevi.

Detto tra noi, così diventerei anche un po’ ambiguo e rischierei di essere male interpretato …

Non è mia intenzione rubarvi altro tempo: come avrete capito, sono un tipo sintetico e preciso: votate NO alla mia modifica e rimarrò tale!

Cordialmente  Vostro,

Art. 1”

In effetti, il nostro Art.1 non ha tutti i torti …

Caterina Laria

Articolo 5: cosa fanno i vicini (Ordini)?

In questi giorni in quanto psicologi siamo chiamati a esprimere il nostro parere sulla riforma di alcuni articoli del nostro Codice Deontologico attraverso un Referendum. Misura molto democratica ma gestita con superficialità; se gli iscritti devono esprimersi per avallare o no le modifiche pensate, è importante che gli stessi vengano adeguatamente informati per potersi orientare nella scelta.

ImmagineEcco, lo scopo di queste righe è di fornire informazioni in modo da poter compiere una scelta consapevole e non dettata solo da chi proclama il proprio slogan.

Rispetto all’art. 5 il nostro attuale Codice Deontologico si esprime così:

1 – CODICE DEONTOLOGICO DEGLI PSICOLOGI ITALIANI

Capo I – Principi generali

Articolo 5 (attuale)

Lo psicologo è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione professionale e ad aggiornarsi nella propria disciplina specificatamente nel settore in cui opera. Riconosce i limiti della propria competenza ed usa, pertanto, solo strumenti teorico-pratici per i quali ha acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione. Lo psicologo impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti ed i riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente e/o utente, aspettative infondate.

Votando SI’ al Referendum avvalliamo questa modifica:

Articolo 5 modificato

Lo psicologo è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale, con particolare riguardo ai settori nei quali opera. La violazione dell’obbligo di formazione continua, determina un illecito disciplinare che è sanzionato sulla base di quanto stabilito dall’ordinamento professionale. Riconosce i limiti della propria competenza e usa, pertanto solo strumenti teorico-pratici per i quali ha acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione. Lo psicologo impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti e riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente e/o utente, aspettative infondate.

Sostanzialmente le righe sottolineate consistono nell’aggiunta proposta. Lette superficialmente sembrano idonee, ma prima di esprimere pareri o interpretazioni sono andato a cercare cosa dicono altri Ordini Professionali in merito.

Ho trovato, così, che l’Ordine dei Medici si esprime in questo modo:

2 – CODICE DI DEONTOLOGIA PROFESSIONALE 1998

CAPO V – Obblighi professionali

Articolo 16
Aggiornamento formazione professionale permanente

Il medico ha l’obbligo dell’aggiornamento e della formazione professionale permanente, onde garantire il continuo adeguamento delle sue conoscenze e competenze al progresso clinico scientifico.

Gli avvocati, invece, che di leggi se ne intendono hanno normato la formazione nel loro Codice Deontologico in questo modo:

3 – CODICE DEONTOLOGICO FORENSE – Testo comprensivo delle ultime modifiche apportate con delibera CNF

del 12 giugno 2008

Art. 13 – Dovere di aggiornamento professionale.

E’ dovere dell’avvocato curare costantemente la propria preparazione professionale, conservando e accrescendo le conoscenze con particolare riferimento ai settori nei quali svolga l’attività.

I. L’avvocato realizza la propria formazione permanente con lo studio individuale e la partecipazione a iniziative culturali in campo giuridico e forense.

 II. E’ dovere deontologico dell’avvocato quello di rispettare i regolamenti del Consiglio Nazionale Forense e del Consiglio dell’Ordine di appartenenza concernenti gli obblighi e i programmi formativi.

Inoltre, a parte, hanno creato un Regolamento per la Formazione Permanente in cui è scritto che la valutazione della formazione continua ha durata triennale e ogni Avvocato iscritto all’Albo deve conseguire almeno 90 Crediti Formativi per un minimo di 20 ogni anno, “maturati su base non obbligatoria ma in conformità alle previsioni del presente regolamento” – e qui segue un elenco di cosa si intende per Eventi Formativi.

In conclusione, avendo visto come si comportano i nostri “vicini di casa”, non capisco per quale motivo serva modificare un articolo già correttamente scritto che espone in modo esaustivo i princìpi della Formazione. Aggiungere la frase  La violazione dell’obbligo di formazione continua, determina un illecito disciplinare che è sanzionato sulla base di quanto stabilito dall’ordinamento professionale” è fuorviante e pericolosa, perché parla di obbligo senza specificare di cosa si tratti ma inserisce tale obbligatorietà senza determinarne i confini e le caratteristiche.

Credo che sia più faticoso fare un lavoro di esplicitazione e chiarimento degli eventi formativi ma il nostro Ordine non può pensare di sottrarsi a tale compito aggiungendo una frase che non rende esaustiva la norma.

Jgor Luceri

Articolo 5: colpito e affondato

Carissimi,

seguono alcune riflessioni sulla proposta di modifica dell’art.5 del Codice Deontologico, ovvero sulla trasformazione di un richiamo etico al dovere di aggiornamento in un sentenziare dal sapore tutto giuridico, centrato sull’esplicitazione del binomio infrazione/sanzione disciplinare.

ImmagineInnanzitutto, che ogni infrazione comporti una sanzione non dovrebbe essere l’implicito di ogni articolo del Codice? Cosa distingue l’art.5 da tutti gli altri? Cosa giustifica l’aura di controllo e punizione che la modifica introduce?

Dal continuo paragone con i medici — tema complesso e controverso, che meriterebbe una discussione a parte — si intuisce immediatamente che l’idea che qui aleggia è quella di introdurre un fac-simile degli ECM e infatti già da qualche tempo a livello più o meno informale (ma anche all’interno del nostro Ordine) circola di bocca in bocca la sigla ECP (o FCP): i “crediti” specificamente pensati per gli psicologi.

In passato mi è capitato di partecipare ad iniziative “con credito” per gli impiegati ASL, conferenze singole o cicli seminariali rivolti a medici, educatori, infermieri ecc.. Beh! Lo spettacolo era … non so, non trovo un aggettivo calzante, vi descrivo ciò che ho visto e fate voi. Mi sembrava di essere tornata a scuola, con pochi interessati seduti in prima fila e una molteplicità di gruppetti sparsi, imboscati sul fondo a parlottare dei fatti loro. Del resto come biasimarli? Anch’io al liceo giocavo a battaglia navale durante la lezione… La cosa più divertente è stata vedere molte attempate dottoresse (il pubblico è, si sa, per lo più femminile) darsi da fare per cercare di copiare le risposte del test di verifica, chiedendo a destra e a manca dove andasse piazzata la benedetta crocetta. Ho sentito dire che certe tutor impiegano i loro tirocinanti per queste noiose incombenze, e che alcuni sono diventati bravissimi nel crocettare tutto alla perfezione.

A questo punto mi chiedo: una pratica del genere può essere di qualche utilità per “garantire la qualità e l’efficacia della prestazione professionale, nell’interesse dell’utente e della collettività”? Cito dall’opuscolo dell’Ordine, quello inviatoci con il “kit” per il referendum. A me personalmente, il rischio di infantilizzazione e deresponsabilizzazione sembra altissimo. Infantilizzazione perché penso che molti come me a scuola abbiano giocato a battaglia navale per ammazzare in qualche modo l’ora di lezione ma, appunto, eravamo ragazzetti calati nel contesto scolare; deresponsabilizzazione perché magari uno ci crede davvero che chiacchierando, sbadigliando e poi crocettando bene il foglio ha fatto tutto quello che doveva fare e si sente a posto così.

C’erano pur sempre quelli in prima fila! E’ vero, c’era anche gente attenta e coinvolta, gente motivata, che a quella conferenza era andata per scelta e non per imposizione. Nella mia limitata esperienza, però, era la minoranza. Il resto faceva solo presenza.

La sola presenza, anche se certificata, non garantisce proprio nulla. E’ la motivazione personale la pietra angolare dell’apprendimento, senza motivazione e libertà di scelta non c’è acquisizione d’esperienza, né crescita, né cambiamento. Ma questo noi psicologi dovremmo saperlo, e dai! sono le basi! E invece vogliamo avvallare la proposta di una formazione burocratizzata e devitalizzata e poi, per sostituire la (comprensibilmente fiacca) motivazione che facciamo? Minacciamo sanzioni…

Si potrebbe obiettare che gli ECP sono ancora tutti da fare, che un’ampia scelta formativa consentirebbe a ciascuno di scegliere ciò che è più consono ai suoi interessi e alle sue esigenze… questo è vero. Purtroppo la formazione continua in psicologia verrà introdotta comunque, c’è la legge e non si scappa. E se proprio deve essere, meglio varia e articolata che a blocco unico, come i programmi scolastici. Ma questo risolverebbe solo in parte il problema.

Per esempio è interessante chiedersi chi decide (o ha già implicitamente deciso) cosa è formazione e cosa non lo è. Sembra sott’inteso che per “formazione” si debba intendere solo qualcosa di simile al modello ECM: un formatore che parla ad un pubblico che ascolta. Eppure sappiamo benissimo che il semplice ascoltare convegni e conferenze di per sé non garantisce alcun arricchimento conoscitivo, che l’acquisizione di sapere deve essere sostenuta anche da letture approfondite e — questo è importante — connessa e rivitalizzata continuamente dalla messa in opera delle conoscenze conquistate. Invece si infiltra ovunque l’idea che siano sufficienti lezioni frontali e che, se uno è attento e interessato, allora ha fatto il suo ed è a posto così. Vedete che anche l’interesse e la motivazione personali da soli non sono garanzia di nulla se restiamo nell’equazione formazione=conferenza? E allora che vogliamo fare? Oltre a certificare la presenza e somministrare il test di verifica, dobbiamo chiedere la fattura di tutti i libri acquistati durante l’anno lavorativo? E istallare telecamere per verificare che vengano letti e non solo comprati? E se uno viene ripreso mentre sfoglia il libro e invece pensa a cosa mangerà per cena come possiamo saperlo?

Carissimi! Con il controllo non se ne esce. E la minaccia di sanzioni non migliora certo le cose.

Faccio parte di una generazione di psicologi che ha ricevuto (e in parte subìto) una formazione interminabile. Eppure spesso siamo professionisti inesperti, perché ci manca la pratica della professione. Quello che consentirebbe un vero e proprio salto qualitativo delle prestazioni da noi (appassionatamente ma esiguamente) erogate non sono ulteriori ore di conferenze o seminari, ma LA POSSIBILITA’ DI LAVORARE, di mettere in opera le conoscenze acquisite, di stabilire finalmente quella circolarità tra apprendimento ed esperienza che è la base di ogni crescita, personale e professionale. E invece siamo tagliati fuori da ogni possibilità lavorativa che non sia estemporanea, precaria o soltanto affine all’ambito di intervento per il quale ci siamo preparati (e continuiamo a prepararci, anche senza obblighi e minacce…).

In questa situazione ci vengono a proporre la formazione continua. Sapete com’è? E’ come dire ad uno che è uscito dal conservatorio, ha preso lezioni private, ha frequentato l’università della musica ecc., ad uno che per anni ha letto trattati musicali, studiato partiture, solfeggiato… è come dirgli alla fine di tutto che, purtroppo, nessun pianoforte è disponibile, ma che può partecipare ad una serie di interessantissime conferenze sul barocco italiano. Insomma: quello vuole il pianoforte mentre, nel migliore dei casi, ogni tanto gli capita sotto mano una pianola Bontempi;  è il pianoforte quello che gli serve per essere davvero un musicista e invece gli propinano altra (sedicente) teoria.

La metafora, come sempre accade, si incaglia in un punto: il musicista può suonare anche da solo e quindi può essere un musicista anche senza incarichi lavorativi ma lo psicologo no, ha bisogno del paziente per essere uno psicologo (o dell’organizzazione se è uno psicologo del lavoro ecc.), da solo è ben poco, perché non può esercitare autonomamente la sua arte. Questo è il nostro limite: siamo a rischio di ruggine, rischiamo che le conoscenze acquisite si spengano e perdano vita e a ciò non si rimedia con altre conoscenze.

Ma oltre ai musicisti e agli psicologi ci sono anche gli psicologi-formatori, e anche loro hanno i loro specifici bisogni professionali: ogni formatore ha bisogno di un formando per essere formatore, e questo vale per tutta la vita … per la sua, ma a quanto recita la nuova versione dell’articolo 5 anche per quella del formando. Ecco, per questa particolare categoria il sistema ECP assolve pienamente alla funzione di garantire acquisizione e messa in opera di conoscenza, con crescita professionale e aggiornamento continui.

Ci sarebbe tanto altro da dire rispetto al famigerato articolo 5, soprattutto se pensiamo al fatto che buona parte della formazione probabilmente sarà a pagamento e che le condizioni economiche di buona parte della nostra categoria non sono certo paragonabili a quelli dei medici. Ma in questo articolo ho voluto concentrarmi sugli aspetti qualitativi della proposta di modifica.

Vi immaginate la pletora di corsi on-line, con esplicitato il numero di crediti offerto e il relativo prezzo da pagare? E vi immaginate che qualcuno potrebbe anche salutare con gioia l’iniziativa, perché in questo modo si aprirebbe un nuovo mercato per la professione di psicologo? 

Concludendo, ci tengo a precisare una cosa: sono il mio grande interesse e passione per lo studio, la consapevolezza dell’importanza che si continui a pensare, ad imparare e fare esperienza che mi spingono a questa polemica contro la proposta di una formazione continua nella psicologia, che vedrebbe tutto questo svilito ed abbandonato ad un mercanteggiare selvaggio di crediti e denaro. Inoltre, sono profondamente convinta che trasformare il richiamo morale presente nel bel testo dell’articolo originario con il guazzabuglio di minacce e controllo della modifica sia un’operazione che rivela ancora una volta la profonda crisi che la nostra categoria (e non solo quella) sta attraversando: crisi generazionale, di senso, di valori.

Nella pratica clinica sappiamo che lo scopo di una psicoterapia non è tanto quello di ripensare insieme al paziente le varie problematicità della sua vita, quanto favorire l’acquisizione di una facoltà riflessiva autonoma, così che diventi in qualche modo uno psicologo di sé stesso. E allora, perché quando si parla di formazione non dovremmo pensare che scopo principale degli insegnanti (prima, durante e dopo l’università) sia quello di promuovere nell’allievo la capacità di formare sé stesso? Un professionista se è davvero formato, allora deve avere già acquisito questa consapevolezza e deve essere in grado di procurarsi autonomamente le indispensabili occasioni di crescita professionale ed approfondimento di conoscenza, siano esse conferenze, libri, gruppi di lavoro e di discussione, supervisioni, intervisioni ecc. E invece lo si vuole paziente a vita e lo si rimanda nei banchi di scuola, dove con buona probabilità si rimetterà a giocare a battaglia navale.   

Laura Fachin