Lo psicologo nella residenzialità: quando il setting incontra il paziente

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Se l’immaginario comune potesse assumere sembianza di vignetta, alle parole stimolo “psicoterapeuta”,” psicoanalista”, “psicologo” apparirebbero moltissime nuvolette con un personaggio mediamente maturo, barba bianca, occhio torvo e lettino allungato. Questa foto, statica, congelata, impedisce tuttavia di cogliere le potenzialità e le sfaccettature di una professione complessa che imprescindibilmente da un metodo e da una teoria che guida l’azione ha il suo potenziale trasformativo in una relazione, di cui il professionista ha la responsabilità clinica. Il concetto di responsabilità clinica è molto importante dal momento che implica una conoscenza teorica, una conoscenza delle proprie dinamiche interne, ed una capacità di vicinanza affettiva ed emotiva autentica mediata da una distanza professionale, quella del pensiero. La responsabilità clinica implica che il professionista metta a disposizione il proprio bagaglio per l’evoluzione emotiva e relazionale dell’altro.

Nel testo il Setting in Psicoterapia di Zavanella si riprende un interessante e storica distinzione della psicologia clinica tra set e setting, laddove il set costituisce l’insieme degli elementi esterni che caratterizzano e fanno da contenitore allo svolgersi della funzione psicologica (ambiente, colore delle pareti, mobilio più o meno caratterizzato etc..) e il Setting riferito agli aspetti interni dello psicologo (bagaglio teorico, esperienziale, clinico, personale). Lo psicologo tiene insieme questi aspetti e li declina nella relazione conoscendone l’influenza.
Il setting in quanto interno, può essere portato dietro, come la casa di una tartaruga, e può essere utilizzato tenendo conto delle condizioni esterne e anzi integrandosi ad esso.
Il set e il setting non possono essere precostituiti ma devono essere flessibili e capaci di rispondere al paziente che stiamo trattando.

Nello specifico, quando lavoriamo con i pazienti psicotici, ci troviamo di fronte ad un’organizzazione di personalità che necessita un trattamento specifico e differente da quello ritenuto comunemente un setting “classico” ed “ortodosso”. Il paziente psicotico infatti utilizza un linguaggio corporeo, simbolico, analogico, spesso ossimorico, concatenato, che può essere letto e significato solo nella relazione del quotidiano. Il paziente parla di sé attraverso gli oggetti, attraverso il suo armadio, il suo comodino, la sua scheda sim, o una sigaretta elettronica che nonostante sia continuamente riparata continua a non funzionare. Nel fare le cose insieme si costituisce tra operatore e paziente un dialogo che dalla contingenza del”fare” piano piano permette di raggiungere la creazione di un codice comune. il paziente psicotico spezza, divide la sua storia, passato presente e futuro perdono la loro dimensione di continuità e diventano un buco nero. E’ compito dell’equipe curante tenere insieme i pezzi e, con la sua presenza strutturante, nutrire l’apparato per pensare, per dirla alla Bion.

L’equipe ha in questo lavoro una funzione fondamentale perché deve contenere la storia del paziente, deve essere la sua possibilità di sentire, di pensare, di immaginare. E deve essere in grado di rispecchiare le parti scisse del paziente senza assumere un atteggiamento difensivo.

Building-your-dream-home-300x300.jpgPer questi motivi, che potrebbero essere ulteriormente e abbondantemente esplicati, la terapia del paziente grave può esprimersi in un set che abbia caratteristiche primigenie di “casa” per consentire una ripartenza evolutiva. Calore, colore, mobilio casalingo e non medico, ritualità costanti e rassicuranti, costituiscono un contenitore entro cui è possibile allenarsi nel contatto umano, rispettando le reciproche e desiderate distanze o vicinanze.

La residenzialità è il contesto che permette un contatto quotidiano con la psicosi, rende possibile osservarla, pensarla e ripensarla, è il luogo ed il tempo in cui nascono e si sviluppano relazioni particolari che hanno come obiettivo la cura e la significazione della sofferenza.
Il lavoro diventa allora quello di riattivare e rivitalizzare quei processi interrotti dalla malattia, attraverso la differenziazione degli interventi (sanitari, educativi, psicologici) che integrati gli uni agli altri forniscono un quadro coerente e trasformativo per i pazienti.
Tutte le volte che consideriamo soltanto un aspetto riabilitativo e non l’interezza dei bisogni di questi pazienti, e che non riconosciamo la complessità dell’intervento che questa tipologia di utenza richiede, stiamo lavorando a favore della psicosi e della sua funzione divisoria e frammentante. Tutte le volte che non consideriamo gli aspetti psicologici della cura, come, in integrazione agli altri, fondamentali per l’evoluzione reale dei pazienti, li condanniamo al rischio della cronicità. Tutte le volte che i pazienti tornano indietro dobbiamo chiederci se abbiamo fatto qualcosa per impedirgli di andare davvero avanti.
Questa è la responsabilità clinica di tutti coloro che lavorano nella salute mentale.
Riconoscendo l’unicità di questo specifico set e setting di cura si evince la necessità di un’equipe di lavoro multidisciplinare, formata e al contempo essa stessa “curata” (attenzione al benessere degli operatori, manutenzione delle dinamiche interne, formazioni e supervisioni permanenti che preservano dal contagio, dall’autoreferenzialità e dalla cronicità).

social-work-lecture-series.jpgIn un periodo fortemente critico per ciò che riguarda la sanità piemontese, con ripercussioni a vari livelli, vale la pena chiedersi non solo quali aspetti organizzativi ed economici della residenzialità psichiatrica vadano legittimamente rivisti e rivalutati, ma cogliere l’occasione per differenziare ed identificare i fattori efficaci e non sostituibili per garantire la funzione terapeutico riabilitativa della cura che non è riducibile all’assistenzialismo, ma volta all’evoluzione e alla dignità dei pazienti e al riconoscimento della professionalità di chi lavora nella salute mentale.

Maria Laura Trifilò, psicologa psicoterapeuta, operatore di comunità

Silvia Veltri, psicologa, operatore di comunità.

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