Cosa é stato detto alla TAVOLA ROTONDA e a che punto siamo con la “DELIBERA SAITTA”

Cari lettori,

dedichiamo questo report a tutti gli interessati che non hanno potuto partecipare alla tavola rotonda, tenutasi il 30 giugno presso l’hotel NH Ambasciatori di Torino, indetta dall’Ordine degli Psicologi e in cui è stata discussa l’imminente riforma della residenzialità psichiatrica prospettata dalla cosiddetta delibera Saitta. L’atto, che è stato approvato dalla Giunta Regionale senza il necessario passaggio attraverso la valutazione degli esperti della IV Commissione, non è tutt’ora stato pubblicato. Il temporaneo stato di sospensione ha dato il via ad accesi dibattiti e a vari propositi di revisione. La “tavola rotonda” è stato un modo per aprire le danze.

30 giugno 15_tavola rotonda residenzialità psichiatrica

Ad avviare la discussione è stato il bell’intervento del collega Antonio Celentano, Psicologo della cooperativa  “ Il Margine”. Dopo aver evidenziato la pluralità di modelli di cura esistenti sul territorio (soprattutto nell’alveo della cosiddetta “residenzialità leggera”), Celentano ha messo in guardia da un rischio molto serio contenuto nella delibera, cioè quello di infrangere il rapporto vitale tra pensiero e atto compromettendo l’unità dell’intervento terapeutico. La netta divisione tra il socio-assistenziale (l’azione senza pensiero, rappresentata da figure di pura manovalanza come gli OSS) e il sanitario (il pensiero senza azione, rappresentato da figure puramente cliniche, come psichiatri o consulenti-psicologi), è esplicitamente enunciata nel “minutaggio” degli interventi professionali previsti dalla delibera (x minuti di psicologo, y minuti di oss ecc.).  Lo psicologo, escluso dalle funzioni psicoeducative e sostituito da figure assistenziali, uscirà dalla pratica quotidiana della cura rientrando come “sanitario”, come “esperto” che somministra colloqui;in questo modo, la gestione operativa degli utenti diverrà soltanto una questione “di badanza”. E’ chiaro come tale impostazione distrugga alla base l’efficacia degli interventi residenziali, che dovrebbero prevedere la collaborazione diretta di più figure nella quotidianità.

Il secondo ad intervenire è Metello Corulli, Presidente Fenascop Piemonte e direttore della comunità “Il Porto”. Corulli richiama le origini storiche delle strutture residenziali (le prime comunità sorte in Inghilterra nel secondo dopo guerra – Tom Main — e l’esperienza francese nel trattamento residenziale delle psicosi — Recamier), mostrando come fin dagli albori il personale impiegato fosse composto da Psichiatri, Psicologi, Psicoanalisti, Psicoterapeuti, nonché esperti di arti espressive come artisti e artigiani. Tutt’ora nel mondo anglosassone, all’avanguardia per quanto riguarda la residenzialità, è prevista un’equipe mista di questo tipo, rispondente alle esigenze di un modello terapeutico (studiato e validato) centrato sulla riabilitazione socio-affettiva del paziente. Il modello di Comunità proposto dalla delibera invece, contro ogni evidenza scientifica, è di tipo esclusivamente medico. Ancor più grave appare la condizione della futura residenzialità leggera, in cui è esplicitamente abbandonato ogni obiettivo terapeutico e riabilitativo.

Un ulteriore limite della delibera è la riduzione della residenzialità leggera ai soli Gruppi-appartamento e Comunità alloggio, senza che siano previste altre strutture vitali per un adeguato inserimento dell’utente sul territorio, come i Centri Diurni o gli Alloggi assistiti. L’arretratezza italiana si mostra, tra le altre cose, nella totale trascuratezza di studi sistematici sul settore e di ricerche sull’efficacia degli interventi. Finché le strutture residenziali saranno organizzate da tecnici ed economisti e non da clinici sulla base di evidenze scientifiche, gli interventi saranno inefficaci e il risparmio solo apparente. In questo, dovremmo prendere esempio dai nostri colleghi inglesi.

Corulli conclude fornendo dati sulla quantità di posti-letto esistenti nelle regioni Piemonte e Lombardia e chiarendo come l’apparente “eccesso” di offerta nella residenzialità leggera piemontese derivi dall’aver messo a confronto dati parziali, avulsi dall’insieme dei servizi e delle strutture esistenti in ciascuna delle due regioni.

Prosegue il collega Diego Menchi,  psicologo di Psicopoint, con un’interessante riflessione sul contributo “galvanizzante” che gli psicologi portano nella quotidianità delle cure residenziali: per formazione e per condizione “esistenziale”, infatti, i nostri colleghi sono spinti a non dare mai nulla per scontato e a cercare sempre nuove vie di cura, rivedendo continuamente le diagnosi dei pazienti, pensando a nuove soluzioni e possibili progettualità; in questo modo sono in grado di mobilizzare molte situazioni a rischio di impaludamento e cronicizzazione.

A questo punto si apre un nuovo giro di interventi, e sono chiamati a parlare Caterina Corbascio e Vincenzo Villari, gli psichiatri che hanno offerto consulenza alla Giunta-Saitta nel redigere la delibera.

Entrambi rilevano con preoccupazione la situazione finanziaria della Regione Piemonte, sottoposta da anni al Piano di rientro.

Corbascio afferma che molti servizi, soprattutto nella residenzialità leggera, rappresentano un’offerta eccessiva rispetto alle reali risorse disponibili: un effetto prodotto da anni di malgoverno e di un uso non sempre efficiente del danaro pubblico. Per questo motivo una riforma andava comunque fatta, anche se la delibera è senz’altro bisognosa di revisioni e miglioramenti.

Villari apre l’intervento evidenziando l’esubero di posti-letto in Piemonte rispetto alla media nazionale e la grande disomogeneità dell’offerta di strutture residenziali sul territorio. Anche dal suo punto di vista la delibera era necessaria: non è perfetta ma ci sono ancora molti margini di intervento.

Ulteriore tornata di relatori, che vede protagonisti lo psichiatra Enrico Di Croce e la psicologa Barbara Bosi, presidente dell’Associazione Lotta Contro Malattia Mentale.

Di Croce ci offre un bellissimo contributo, di grande contenuto e spessore, centrato sul senso e sulle caratteristiche della residenzialità leggera. I Gruppi-appartamento in Piemonte rappresentano un ampio spettro di modelli di cura che  spazia dal terapeutico-riabilitativo al socio-assistenziale. Non tenendo conto di tale pluralità, il progetto di riforma espresso nella delibera degrada al livello della sola assistenza anche realtà dall’ampio potenziale riabilitativo. La regione Piemonte ha da sempre privilegiato un sistema di psichiatria fondato sulle strutture territoriali leggere, in particolare i gruppi appartamento. La ragione di tale scelta è legata al modo in cui è intesa la “malattia mentale”, cioè come incapacità relazionale e difficoltà di vivere nel mondo reale. Il Gruppo-appartamento consente al paziente già parzialmente autonomo ma non così robusto da essere trattato solo a livello ambulatoriale di vivere in una dimensione il più vicina possibile alla realtà, in un luogo inserito nel tessuto urbano e con programmi terapeutici che prevedono la gestione semiautonoma delle incombenze quotidiane. Le Comunità di tipo A e B rappresentano un ambiente più protetto e separato, ma ciò significa anche più artefatto e meno realistico. Per essere veramente efficace, tuttavia, l’intervento territoriale dovrebbe poter integrare anche strutture e attività di altro tipo, come i Centri diurni e gli alloggi assistiti, e soprattutto prevedere un programma terapeutico individualizzato. dati corulli_giugno 15 Riprendendo i dati forniti da Corulli, chiarisce che in Lombardia il numero dei Gruppi-appartamento è molto inferiore a quello del Piemonte perché in quella regione, che da sempre ha privilegiato un sistema di cura di tipo comunitario, si tratta davvero di strutture assistenziali e di come siamo quindi difronte ad un differenza di carattere “terminologico”.

Bosi, la più applaudita, ci propone un intervento finalmente centrato dal punto di vista degli utenti. L’Associazione di cui è presidente richiede da anni una riforma della residenzialità, che è avvertita da più parti come necessaria e urgente; purtroppo, però, la delibera approvata dalla giunta Saitta risulta non solo del tutto inadatta a risolvere i problemi riscontrati, ma anche potenzialmente dannosa per diverse ragioni. L’aspetto più preoccupante è che si tratta di un progetto realizzato da tecnici ed economisti, completamente alieno da conoscenze specifiche del settore, non fondato su studi scientifici e portato avanti senza ascoltare il parere delle parti coinvolte e soprattutto degli utenti. Il paziente è un cittadino che ha il diritto di concordare il proprio percorso di cura con l’equipe curante e con l’appoggio della famiglia, ha diritto alla continuità del proprio iter riabilitativo, cioè ad un programma individualizzato, firmato anche da lui e perseguito con coerenza. Al contrario, oggi il paziente psichiatrico è trattato spesso come un pacco postale da smistare nelle varie strutture, in una serie di azioni frammentate e incoerenti che comportano, ad ogni passaggio, la perdita di un pezzo della sua storia. La delibera non fa altro che confermare e aggravare tale stato di cose. I Gruppi appartamento sono solo una parte della residenzialità leggera e dovrebbero essere integrati dalla presenza di altre risorse territoriali come i Centri diurni o gli Alloggi  assistiti, ma la delibera non fa alcun cenno alla presenza di tali strutture. A fianco e dopo il Gruppo-appartamento, per il paziente c’è il nulla. La riforma parla di costi, conti e dati, ma non prevede alcun lavoro di osservazione, verifica dell’efficacia e nuova pianificazione degli interventi. Per tutti questi motivi, la delibera non è da revisionare ma da ritirare e l’Associazione Lotta Contro la Malattia Mentale si muoverà in tale direzione facendo ricorso al TAR.

A questo punto, terminati gli interventi da parte dei colleghi e degli esperti, la parola passa ai politici.

Il primo a prendere parola è Gian Luca Vignale, Consigliere Regionale di Forza Italia, coautore della precedente delibera detta Burzi-Vignale.

Vignale esprime i motivi che hanno indotto già la precedente giunta a tentare un’azione normativa nei confronti della residenzialità leggera, prima di tutto l’enorme disparità di costi e di condizioni abitative, nonché l’ineguale distribuzione delle strutture sul territorio. Ciò che lo preoccupa in riferimento alla delibera-Saitta è l’evidente esigenza di una riduzione immediata della spesa sanitaria a fronte di una scarsa attenzione per la qualità della cura offerta. La vera sfida, dice, dovrebbe essere quella di combattere i “residui manicomiali” ancora esistenti sul territorio, ostacolando la cronicizzazione della malattia e la spesa che essa comporta con il rinforzo di servizi e attività territoriali: Gruppi appartamento, Centri diurni, alloggi assistiti, borse-lavoro. Inoltre, bisogna concentrare gli interventi soprattutto alla prima insorgenza di malattia.

Segue il contributo di Nino Boeti, Vicepresidente del Consiglio Regionale di area PD.

Uno dei grandi problemi generati dalla delibera è che le strutture della residenzialità leggera diventeranno servizi di tipo esclusivamente socio-assistenziale e non sanitario. Ciò significa che ricadranno al di fuori dai Lea (Livelli essenziali di assistenza: tutti quei servizi in carico al Servizio sanitario nazionale, gratuiti per l’utenza) e dovranno, quindi, essere finanziati dai Comuni e dai privati cittadini. Sappiamo però che le casse dei Comuni sono vuote e che non tutte le persone sono in grado di sostenere il costo delle rette. Per garantire un servizio di cura davvero efficace e fruibile da tutti i cittadini è indispensabile che i Gruppi appartamento e le altre strutture della residenzialità leggera  siano in carico al sistema sanitario e che prevedano figure professionali adeguate al perseguimento di obiettivi terapeutico-riabilitativi, vale a dire psichiatri, psicologi, educatori e non soltanto OSS. Di fatto, in accordo con l’ispirazione Basagliana, oggi i Gruppi Appartamento rappresentano un modello misto che, a seconda dei casi, offre interventi a bassa, media o alta intensità. La riduzione di tale poliedrica realtà al solo livello socio-assistenziale è dannosa secondo diversi aspetti, non da ultimo quello strettamente economico. Infatti è prevedibile che pazienti già inseriti nella residenzialità leggera ma non in grado di sostenere i costi della retta finiranno per essere inseriti di nuovo in Comunità, con un rilevante aumento della spesa. Inoltre, la delibera provocherà il licenziamento di molto personale, soprattutto di psicologi, con la conseguenza di un preoccupante impoverimento di individui e famiglie.

Conclude la serata l’intervento di Stefania Batzella, Consigliere Regionale di area 5 stelle:

La critica principale è rivolta al metodo con cui è stata approvata la delibera, cioè saltando sia la IV Commissione che le diverse parti sociali coinvolte. Per questo motivo i consiglieri 5 stelle hanno chiesto una sospensione immediata dell’atto e l’apertura di un Tavolo di confronto con operatori, Associazioni, enti gestori e soprattutto con i pazienti, che la delibera ha escluso del tutto. La richiesta di mettere all’ordine del giorno apertura di un Tavolo di discussione è stata avanzata per ben due volte dal loro gruppo consigliare, ma entrambe le volte è stata bocciata.

Il 10 luglio è previsto il primo incontro del Tavolo di discussione sulla delibera, a cui anche l’Ordine degli Psicologi ha chiesto di partecipare. Tutti i relatori hanno espresso soddisfazione nei confronti dell’Ordine che, per la prima volta nella storia della psichiatria piemontese, ha evidenziato ufficialmente l’importante apporto degli psicologi nella residenzialità psichiatrica e rivendicato un riconoscimento formale della loro effettiva funzione.

CONSIDERAZIONI

E’ stata una serata molto ricca, con contributi interessanti e di grande spessore. La scelta dei relatori, molto attenta e accurata, ha permesso al pubblico presente in sala di accedere ad un’immagine molto articolata della situazione in atto, riferita dal diverso punto di vista di colleghi, altri professionisti del settore e politici.

Un limite a nostro avviso è stato  il fatto che, nonostante l’evento fosse annunciato come una Tavola Rotonda alla fine si è trattato di una carrellata di lunghi interventi frontali che non hanno lasciato spazio ad alcun dibattito, né tra esperti e politici, né tra pubblico e relatori. I politici hanno parlato per ultimi davanti ad un pubblico fortemente ridotto e ormai stanco.

Ad essere penalizzato, insomma, è stato il livello interattivo e partecipativo, che forse poteva dare un contributo importante alla riflessione e alla messa in movimento dei contenuti. Detto questo, è stata comunque un’iniziativa importante e ben riuscita.

Dal punto di vista delle strategie d’azione, sono state prospettate due diverse soluzioni per contrastare la delibera:

  • Bloccare l’atto di delibera che, in quanto fondato su un modello economico e non clinico-scientifico, rappresenta una base di lavoro del tutto inadeguata (su questa linea sembravano concordare gli interventi di Corulli, Di Croce, Bosi);
  • Salvare il salvabile, rimboccarsi le maniche e lavorare nel Tavolo di discussione previsto (tutti gli altri).

La prima riunione del Tavolo di discussione avrà luogo, lo ricordiamo, il 10 luglio, speriamo con la presenza dell’Ordine degli Psicologi.

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Il Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti Piemontesi, da sempre attento e attivo sui temi della residenzialità psichiatrica (nella foto il presidio del 7 aprile 2014 di fronte alla giunta regionale, dell’allora presidente Cota), continuerà a seguire con attenzione lo svolgersi degli eventi, raccogliendo informazioni, partecipando ai dibattiti, aggregando gli interessi delle diverse realtà coinvolte. Rispetto alle strategie d’azione, promuoveremo o appoggeremo ogni tentativo di far ritirare la delibera, come ogni iniziativa volta a migliorarla.

Non sappiamo esattamente chi parteciperà al Tavolo, ma ci preoccupa l’ipotesi che da esso sia esclusa ogni rappresentanza sindacale.

La delibera produce effetti su diversi piani e ci tocca da punti di vista diversi: intanto come cittadini di uno Stato che sta smantellando servizi essenziali riportando l’orologio della storia indietro di 30 anni; poi come psicologi, a cui è sottratto un importante campo di applicazione delle nostre competenze negandoci definitivamente un ruolo mai formalmente riconosciuto, ma da noi ampiamente e lungamente esercitato; come esperti, in grado di riconoscere la follia di un “progetto” fondato sul nulla clinico e scientifico; come familiari (reali o potenziali) di utenti psichiatrici, a cui vediamo impedita ogni possibilità di partecipazione attiva al proprio percorso di cura. A tutto questo, durante la serata di ieri è stato dato ampio spazio. Eppure è mancata (e, temiamo, mancherà anche in futuro) una prospettiva che riteniamo centrale: il punto di vista di noi in quanto lavoratori. Certo, si è parlato (e si parlerà ancora al Tavolo) del tragico licenziamento di quasi un migliaio di psicologi e della riduzione dello stesso personale educativo a vantaggio dei più economici OSS. Ma chi potrà tutelare le future condizioni lavorative dei colleghi se il discorso non è affrontato seriamente anche in un’ottica sindacale e se al Tavolo mancherà ogni rappresentanza in tal senso?  Il problema che si prospetta all’orizzonte non riguarda solo il licenziamento di molti, ma anche un drastico crollo delle condizioni di lavoro di tutti (notti passive e reperibilità non retribuite, turni sfiancanti, assenza di copresenza ecc.). Nella catastrofe generale e nell’ansia di sopravvivere è molto facile perdere di vista l’obiettivo più importante, vale a dire tutelare la residenzialità come ambiente lavorativo comune a tutte le professioni e ricorrere a facili quanto nocive soluzioni di parte. Il rischio è che i tagli imposti dalla delibera finiscano per innescare una lotta selvaggia tra operatori-psicologi e operatori-educatori per la spartizione della magra preda delle ore sottratte agli OSS. Senza una rappresentanza sindacale temiamo che il Tavolo di discussione, anziché opporsi alla drastica riduzione di risorse, finisca per trasformarsi in un triste mercato delle ore, distinguendosi così molto poco dal tanto criticato “minutaggio” previsto dalla delibera.

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