IL PROGRAMMA DEL CPPP: PUNTO 2, LA FORMAZIONE

peso formazione 1

COSA PROPONIAMO

a)    Formazione universitaria

  • Pensiamo che l’Università debba essere rilanciata come centro di attività scientifica e luogo di approfondimento teorico, dove l’individuo possa sviluppare una riflessione che sia libera, vivace, critica e soprattutto personale.
  • Al tempo stesso, riteniamo che essa sia chiamata ad assumere una posizione interessata e competente rispetto alle reali esigenze dei professionisti che concorre a formare, a conoscere in modo approfondito le pratiche, i bisogni e gli strumenti più utilizzati sul campo, a promuovere l’apprendimento e la diffusione delle metodologie scientificamente più validate e riconosciute dalla comunità scientifica internazionale.
  • Il raggiungimento di un obiettivo formativo teoricamente elevato ma non alienato dagli ambiti applicativi della disciplina è possibile solo sulla base di una costante collaborazione tra l’istituto universitario e la professione in atto.

Il Coordinamento ritiene che sia un preciso compito dell’Ordine entrare in un dialogo produttivo con l’istituzione universitaria, promuovendo un confronto per la realizzazione dei seguenti obiettivi:

1)      Dare avvio a serie politiche di controllo sul numero degli iscritti (nel 2004 si registrano 2.944 laureati preriforma e 45 laureati magistrali, per un totale di 2.989 titoli rilasciati; nel 2007 saliamo a 1.858 laureati pre-riforma e 2.409 laureati magistrali, per un totale di 4.267 unità; nel 2012 i laureati pre-riforma sono 279 che, sommanti ai 4.999 laureati magistrali, danno un totale di 5.278 – dati Almalaurea); contrastiamo con decisione la pratica attuale di rimediare all’assenza di selezione a monte operando tardivamente a valle, con un falcidiante Esame di stato.

2)      Migliorare il servizio di orientamento in ingresso, con l’obiettivo di confrontare l’offerta formativa con le aspettative dei singoli e con le reali possibilità occupazionali; proseguire l’orientamento in itinere, per es. nella forma del  tutoraggio.

3)      Promuovere una maggiore adesione dei programmi universitari all’attualità scientifica della disciplina, con l’inclusione curriculare di corsi specialistici finalizzati alla preparazione dei nuovi professionisti sul campo (ad esempio psicooncologia, psicologia dell’emergenza, psicologia ospedaliera) ed esclusione di proposte lontane da ogni applicabilità della disciplina sul territorio italiano, com’è stata la vecchia “psicologia criminale”

4)      Monitorare l’effettiva qualità formativa dei tirocini post-lauream

5)      Ricercare una maggiore coerenza tra l’offerta formativa universitaria e le prove richieste per l’abilitazione professionale. Ci chiediamo, ad esempio, che utilità ci sia, ai fini professionali, nel riproporre una prova teorica su contenuti già appresi e valutati nel percorso di studi universitario: bocciando i candidati alla prima prova, è come se l’Università bocciasse sé stessa e i titoli da essa conferiti. Al tempo stesso constatiamo che, nell’attuale iter formativo, non è chiaro dove il candidato possa acquisire le competenze necessarie a superare la prova di “progettazione”.

b)   Formazione post-universitaria            

La formazione post universitaria per la nostra categoria si svolge secondo un intricato labirinto di possibilità sia pubbliche che private, che spaziano dalla lunga e dispendiosa frequenza di una Scuola di specialità alla ricca e variegata offerta di corsi a breve durata, fruibili secondo le modalità tradizionali o per via informativa.

Sottolineiamo alcuni aspetti critici di questa situazione:

  • Fin dai suoi esordi il Coordinamento ha denunciato il preoccupante fenomeno denominato “cannibalismo professionale”, per cui i professionisti già affermati si mantengono in qualità di formatori a spese dei più giovani. Contro i desideri e le convinzioni del CPPP, la modifica all’articolo 5 è entrata in vigore, e da allora la formazione prevede una durata che è pari a quella della vita professionale dell’individuo. In pratica: abbiamo “adottato i nostri formatori a vita”. Eppure, noi vediamo bene che quello di cui i professionisti oggi hanno bisogno non è più formazione, ma più lavoro! Questo paradosso — diciamo meglio: questa presa in giro — risulta ancora più marcato se paragoniamo il nostro iter formativo e lavorativo a quello dei nostri formatori: loro hanno iniziato a praticare la professione fin dal periodo universitario, per noi un “paziente” resta un extraterrestre fin dopo il superamento dell’Esame di stato; loro si sono formati lavorando e guadagnando, noi dobbiamo ricorrere alle famiglie per pagare i nostri formatori, in vista di un obiettivo professionale che si sposta sempre più in avanti nel tempo; loro provenivano dai percorsi universitari più diversi, o addirittura non erano laureati (prima dell’89), a noi è prescritto un iter unico, che dura fino a 10 anni per l’esercizio della psicoterapia, per poi proseguire ab aeternum come formazione continua. Molti di loro sono entrati nella professione con la sanatoria, mentre noi restiamo perennemente chiusi fuori a guardarli lavorare, e a pagarli per sperare di farlo.
  • Su questa base, osserviamo con preoccupazione il continuo proliferare di Scuole di specializzazione dai requisiti scientifici spesso sbrigativamente accertati, promotrici di un’offerta priva delle caratteristiche  indispensabili per una seria formazione psicoterapica, come le ore di supervisione o la richiesta di un’approfondita analisi personale. Il risultato è che si assiste ad un moltiplicarsi di titoli, alcuni dei quali privi di valore, ma tutti equivalenti sul mercato. Questo accade soprattutto perché i neolaureati, messi di fronte all’impossibilità di trovare collocazione sul mercato del lavoro, si illudono che sarà un titolo in più a fare la differenza. Al tempo stesso, impoveriti e nella necessità di dividere il loro tempo tra vari lavori, ore di lezione e tirocinio, spesso scelgono la possibilità formativa meno impegnativa e di più facile gestione.
  • Registriamo il fatto che alcune Scuole di psicoterapia, parallelamente ai propri iscritti, formano anche counsellor. I colleghi già psicoterapeuti o ancora in formazione, sottoposti ad un iter formativo lungo, impegnativo e dispendioso, non possono che guardare con irritazione a simili pratiche. Esse, infatti, offrendo indiscriminatamente corsi a psicologi specializzandi e non-psicologi (che a volte siedono insieme nelle stesse aule), scavalcano e dichiarano implicitamente vane le tappe formative richieste dalla regolamentazione della professione: e così, mentre aumentano le loro possibilità di lucro, gettano ulteriore benzina sulla spinosa questione dei confini inter-professionali.
  • Insieme alla Scuole, vediamo diffondersi corsi privati di ogni tipo e livello di serietà, per via tradizionale o informatica, più una variegata pletora di sedicenti “master”, che cercano di accaparrarsi iscritti con la vana promessa di fornire titoli spendibili in ambito lavorativo. Ne emerge un panorama formativo intricato e sconfortante.
  • Poiché la formazione post universitaria per noi psicologi non è solo teorica, ma anche pratico-esperienziale, non possiamo non parlare dei tirocini di specialità. Il Coordinamento fin dalla sua nascita ha portato all’attenzione dell’Ordine il vero e proprio sfruttamento legalizzato mascherato sotto la nobile insegna della formazione: interi servizi  pubblici vivono e funzionano grazie ai tirocinanti, spesso impiegati per un monte-ore ben superiore a quello previsto e con mansioni che esulano dagli obiettivi formativi della pratica psicoterapica (un esempio su tutti: la somministrazione di test psicodiagnostici, alla quale gli specializzandi sono già abilitati e che, pertanto, andrebbe retribuita). Avendo ricevuto numerose segnalazioni a riguardo, il Coordinamento ha richiesto e ottenuto che presso l’Ordine fosse istituito un tavolo di trattative per redigere delle linee-guida per la regolamentazione dei tirocini. Al tavolo hanno partecipato, oltre al CPPP, alcuni rappresentanti della Consap e delle Asl, con l’Ordine in qualità di mediatore e garante. La bozza di regolamento che siamo riusciti a produrre dopo quasi un anno di pazienti trattative, purtroppo, è rimasta lettera morta, arenata tra gli interessi delle singole Asl (o parte di esse) e lasciata in sospeso dopo il cambio di maggioranza interno all’Ordine.

Per iniziare ad affrontare le problematicità rilevate, il Coordinamento propone di:

1)      Rendere immediatamente operativa la “Bozza delle linee guida sui tirocini di specialità” e istituire presso l’Ordine uno sportello che accolga denunce di abuso e sia garante della corretta applicazione della normativa.

2)      Dare avvio a una seria politica di monitoraggio sull’attività delle Scuole esistenti sul territorio piemontese, accertandone i requisiti scientifici e la qualità dell’offerta formativa.

3)      Diffidare formalmente le Scuole che, oltre ai propri allievi psicologi, formino anche counsellor.

4)      Ai fini di una maggiore “sostenibilità” economica e per contrastare scelte formative “al ribasso”, provvedere affinché le Scuole di Psicoterapia accreditate mettano a disposizione un tot annuo di “borse di studio”.

5)      Operare in vista di una maggiore chiarezza e articolazione dell’offerta formativa post-universitaria, sia pubblica che privata, per evitare che l’iscrizione ad una Scuola di psicoterapia sia, per i neolaureati interessati alla clinica, quasi una scelta obbligata. Pensiamo a percorsi formativi mirati, strutturati in sinergia con l’offerta specialistica universitaria e di durata stabilita in relazione all’obiettivo formativo da raggiungere, ad es. psiconcologia, psicologia scolastica, forense, ospedaliera, dell’emegenza ecc. La possibilità di accedere ad una formazione post-universitaria regolamentata (annuale, biennale o triennale) che conferisca titoli riconosciuti, avrebbe diversi vantaggi: comporterebbe un abbattimento del monte-ore globale devoluto alla formazione, consentendo un investimento formativo più specifico e più funzionale alle esigenze sia dei singoli che del mondo lavorativo; impedirebbe il riversarsi annuo di psicologi con molteplici obiettivi professionali nell’unico contenitore delle Scuole di psicoterapia, riducendo il numero totale degli iscritti e aumentandone il livello formativo; contrasterebbe fortemente il moltiplicarsi delle offerte formative privare non regolamentate, interrompendo così un odioso business.

6)      Per far fronte alle richieste di crediti formativi, proponiamo che l’Ordine si renda garante e propulsore di una formazione di qualità, finanziata con i fondi di cui dispone e senza oneri aggiuntivi da parte degli iscritti. Proponiamo, inoltre, di affiancare alle tradizionali lezioni frontali momenti di intervisione e scambio di competenze, riconosciuti come credito formativo. Pensiamo allistituzione di una sorta di banca-ore presso l’Ordine, che renda possibile a ciascun formando di entrare in gioco anche come formatore.

cppp lista

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Un pensiero su “IL PROGRAMMA DEL CPPP: PUNTO 2, LA FORMAZIONE

  1. Marce. ha detto:

    Come regolarsi se si è contattati per fare docenze in corsi per figure “nuove” (non counselor, ma simili con altri nomi…) ……non psicologi…..ma che hanno a che fare con il benessere della persona? ci sono delle possibili linee guida da seguire? io navigo in un mare di dubbi…..!! il codice deontologico non è poi così chiaro a riguardo. Chiarissimo il non insegnare strumenti psi a non psi, ma …..qual’è il limite vero, pratico, concreto, al di là delle mille parole? anche perchè se io insegno una materia……c’è poi un collega che insegna il colloquio….uno la struttura del setting….e per se io non facessi “chissà che” ci sarebbe in toto la formazione di una figura che apprende “troppo” in base al suo titolo…. Vorrei sapere il parere del coordinamento a tal proposito.

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