Il CPPP: un’identità precaria?

Recentemente, siamo stati confrontati con le seguenti critiche:

1)      Il CPPP è un movimento con obiettivi più sindacali che di politica professionale: mettendo la questione del precariato al centro del suo programma, rappresenta gli interessi di una sola parte e perde di vista la comunità professionale nella sua interezza. Questo significa che non è in grado di assumere un’ottica “di sistema”.

2)      Il CPPP è un movimento di precari, ergo ha un’identità precaria: un’identità passeggera, quasi assunta con contratto a progetto; essa, infatti, è legata ad una particolare fase lavorativa, o meglio ad una particolare fase di vita (è un movimento dal carattere adolescenziale). Quando i membri del CPPP si sistemeranno, quando riusciranno ad acquisire anche loro una stabile identità professionale, non avranno più nulla da dire.

3)      Il CPPP è un movimento con poca esperienza e troppa ingenuità: non è pronto ad affrontare il gravoso compito della mediazione e soprattutto la durezza della realtà amministrativa.

In sintesi: il CPPP ha un essenza partitica, transeunte, adolescenziale e di ingenua incompetenza: come pensarlo alla guida di un’istituzione?

Prima di rispondere, ringrazio di cuore tutti coloro che, più o meno direttamente, ci hanno dato o continuano a darci dei “ragazzini”: sapete com’è, ho 40 anni suonati… fa sempre piacere essere vista ancora come “giovane”.

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Ma andiamo con ordine:

1)      Il CPPP è un movimento di precari, che ha messo al centro dei propri obiettivi politici la questione del precariato professionale. Si obietta che in questo modo rappresentiamo solo una fetta degli psicologi, che ci muoviamo in un’ottica limitata e partigiana, inadatta alla gestione di un organo rappresentativo della professione tutta.

Ma siamo sicuri che il problema del precariato sia solo un problema tra i tanti e noi solo un sottogruppo all’interno di una più vasta comunità professionale? Siamo sicuri che i precari siano soltanto una delle tante anime di una categoria e che il fenomeno non abbia una portata e un significato ben più ampi?

Già i numeri parlano chiaro: noi siamo circa il 60% degli iscritti all’albo, una porzione non solo rilevante ma in continuo aumento visto che, se le cose non cambiano, sarà destinata ad accogliere la stragrande maggioranza di coloro che nei prossimi anni si affacceranno  alla professione. In più, rappresentiamo la parte più giovane, e quindi anche il futuro della categoria.

ImmagineInoltre, è difficile credere nella buona fede di chi ritiene che la lotta al precariato sia l’espressione di un’esigenza “molto limitata”, paragonabile alle richieste di “automobilisti, ecologisti e pensionati”. Solo l’assoluta incapacità gestaltica di distinguere l’essenziale dallo sfondo può equiparare il precariato o la rivendicazione di uno sviluppo sostenibile alla rabbia dell’automobilista per l’aumento della benzina.

E’ del tutto evidente che il precariato lavorativo è il problema socio-politico più urgente e centrale oggi: innumerevoli individui e intere generazioni sono tagliate fuori da ogni possibilità di realizzare sé stessi e le proprie potenzialità nel mondo, impossibilitate a progettare un futuro e immerse in un perenne stato di incertezza (e ovviamente non mi riferisco a quella di chi è incerto se scegliere un cliente o un altro).

Ma l’obiezione più importante, qui, è un’altra: che l’offuscamento partitico ci impedisce di assumere una prospettiva di sistema, cioè un’ottica sull’intera categoria. “Sistema” ci sembra un termine piuttosto impegnativo per essere scomodato in riferimento all’attuale equilibrio di forze tra i vari potentati professionali, equilibrio che, tra l’altro, oggi sta in piedi solo con un’estrema sfida alle leggi della fisica. Un’ottica di sistema, secondo noi, è tale se sa inserire l’analisi delle difficoltà e il prospetto di possibili soluzioni all’interno di un orizzonte più ampio.

A questo punto ribaltiamo la domanda e chiediamo: che tipo di “visione” possiamo aspettarci da chi non inquadra i problemi che affronta nell’ambito delle questioni centrali della società in cui vive?

Il CPPP ha costruito la propria identità mettendo al centro delle proprie riflessioni il precariato lavorativo, cioè la questione essenziale per chi vive e opera oggi. Alla domanda se un’identità fondata sulla lotta al precariato non sia essa stessa un’identità precaria, rispondo dicendo che un’identità fragile è piuttosto quella di chi si occupa del futile e del superfluo, evitando di confrontarsi con i problemi più importanti.

L’accusa di essere “partitici” ha anche un altro aspetto, essendo legata ad una certa idea di rappresentanza. Da questo punto di vista, ogni rappresentante istituzionale è portatore degli interessi e delle istanze di uno specifico gruppo socio-politico di riferimento; nel nostro caso, trattandosi di politica professionale, ogni rappresentante dovrebbe dar voce alle esigenze del particolare raggruppamento di professionisti che lo ha eletto. In quest’ottica, gli psicologi delle ASL, gli universitari, le Scuole, i liberi professionisti e (forse a questo punto anche) i precari dovrebbero eleggere chi, all’interno dell’istituzione, tutelerà i rispettivi interessi di parte.  La “democrazia” dell’istituzione è poi chiamata a garantire che la competizione tra le varie parti avverrà in modo leale e secondo delle regole stabilite.

Da un lato è davvero così.  Perciò, partendo da questa prospettiva, ci chiediamo come mai solo nel nostro caso la difesa degli interessi del nostro gruppo (i precari) ci venga rinfacciata con l’accusa di “partitismo”. Forse perché rappresentiamo gli interessi del 60% della “comunità professionale”?Forse perché, se quel 60% silente finalmente si mettesse in movimento e andasse alle urne, farebbe saltare tutti i giochi, le contrattazioni i confini territoriali delle altre categorie? 

ImmagineMa da un altro lato non è esattamente così. Noi del CPPP siamo fieri di avere idee ampie, un forte desiderio di cambiamento e di aver conservato la capacità di aspirare a qualcosa di migliore, per noi, per i colleghi e soprattutto per tutti coloro che delle nostre prestazioni hanno bisogno. Non miriamo ad avere soltanto elettori appartenenti al precariato professionale.

Il CPPP non si occupa solo di “sindacalismo”, ma con altrettanta decisione mette al centro del programma politico un profondo rinnovamento del sistema dei servizi psicologici. Lottiamo per la demedicalizzazione della cura alla persona e per la centralità della psicologia con la stessa forza con la quale ci opponiamo allo sfruttamento del lavoro. Ma guardate il nostro programma! Vi sembra che parli solo di precariato? Parliamo di formazione, del valore centrale della ricerca, di privato-sociale, dell’importanza di ritrovare un collegamento tra l’Ordine e i suoi iscritti.

 

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2)      La seconda questione è strettamente legata alla prima: cosa farebbero in futuro i membri del CPPP se trovassero tutti lavoro? Sono convinta che la risposta di ciascuno di noi sarebbe banale, addirittura disarmate: saremmo molto felici e ci sentiremmo fortunati, consapevoli di essere entrati in una beata minoranza.

Ma qui si nasconde una subdola insinuazione, dal carattere strettamente personale: vien fatta serpeggiare l’idea che ora il CPPP grida a gran voce contro il precariato perché è una questione che lo riguarda direttamente, ma in futuro, quando tutti i suoi membri saranno “occupati”, smetterà di fare tanto chiasso: o perché non sentirà più il problema sulla propria pelle e quindi se ne disinteresserà o, peggio, perché fin dall’inizio ha strepitato in maniera del tutto strumentale.

Sorvolo sulle accuse di strumentalità, perché sono illazioni che solo la pratica potrà confutare. La logica secondo cui chi smette di essere precario smetterà anche di impegnarsi contro il precariato non spiega, ad esempio, perché una persona sensibile al maltrattamento dell’infanzia (magari perché lui stesso non è stato un bambino felice) anche una volta adulto continui ad interessarsi al problema e magari lavori in un’associazione in difesa dei minori maltrattati. Secondo tale logica, ormai è un adulto e in qualche modo se l’è cavata… allora, che ci fa ancora lì?

C’è però un ulteriore significato in questa critica, che deriva da una teoria evolutiva triviale, ma piuttosto utile per bloccare, con la svalutazione preventiva di “infantilismo”, qualsiasi possibilità di critica e cambiamento. La favola recita più o meno così: quando si diventa adulti e si lavora, ci si scontra con una dura realtà; e allora non ci sono altre possibilità, o ti immetti nelle istituzioni e ti limiti ad amministrarle (tirando il più possibile l’acqua al tuo mulino) oppure resti un “ragazzino”, un idealista, una persona che non sa prendersi “le sue responsabilità”. Eppure l’attuale retorica politica dovrebbe esserci abbastanza familiare per sapere che chi, a quanto dice, sta per “assumersi le proprie responsabilità”, di fatto sta preparandosi a compiere azioni dal tenore piuttosto dubbio (non occorre ricordare che ogni taglio, oggi, è un “atto di responsabilità”).

La perplessità più grande deriva dal fatto che sono proprio degli psicologi a presupporre un percorso evolutivo di validità universale, che dall’adolescenza turbolenta traghetta l’individuo all’integrazione conformistica entro lo status quo. Ma se le cose stessero davvero così, l’umanità non sarebbe mai uscita dalle caverne e continuerebbe a scaldarsi col fuoco amministrando oculatamente le clave.

Se “responsabilità” significa questo, allora no, non siamo disposti ad assumere un atteggiamento responsabile, il che significa: non siamo disposti né ad affiancare “i vecchi” nella semplice amministrazione dell’esistente né ad adottare la strategia di quei “giovani” che seguono la massima politica di Tancredi nel Gattopardo: cambiare tutto perché nulla cambi.

3) Veniamo all’ultimo punto: l’incompetenza gestionale.

ImmagineNessuno di noi ha mai ricoperto cariche politiche né ruoli istituzionali. Molti di noi non pensavano neanche lontanamente, fino a poco tempo fa, che si sarebbero occupati di politica professionale. Ma siamo persone interessate ed appassionate, con una lunga formazione alle spalle e con tre anni di riflessioni condivise sulle tematiche centrali della nostra professione. Per il resto siamo convinti che le competenze si acquisiscano sul campo. Tuttavia, se con abilità gestionali si intendono le capacità dei nostri predecessori di amministrare “politicamente” i propri affari, ecco, di queste competenze facciamo volentieri a meno.

A questo punto, non riesco a reprimere una domanda: ma questa gente che ci richiama al “senso di responsabilità” e che ritiene infantile o idealista tutto ciò che non è la “la dura realtà dell’amministrazione”, questi qui, mi chiedo, almeno una volta nella vita saranno stati mossi da una qualche idea, almeno da un barlume, un’ispirazione, un vago bisogno di giustizia, un certo desiderio di trasformazione… avranno mai creduto che fosse possibile qualcosa di diverso… oppure no, oppure sono davvero nati morti? Eppure saranno stati bambini, adolescenti, poi studenti. Hanno studiato psicologia: da cosa erano spinti? Dall’attraente possibilità di amministrarci tutti?

Noi siamo convinti che l’Ordine abbia bisogno di idee, non di grigi amministratori dell’esistente.

Laura Fachin, candidata per il CPPP alle prossime elezioni per il Consiglio dell’ordine degli psicologi piemontese

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