Articolo 5: colpito e affondato

Carissimi,

seguono alcune riflessioni sulla proposta di modifica dell’art.5 del Codice Deontologico, ovvero sulla trasformazione di un richiamo etico al dovere di aggiornamento in un sentenziare dal sapore tutto giuridico, centrato sull’esplicitazione del binomio infrazione/sanzione disciplinare.

ImmagineInnanzitutto, che ogni infrazione comporti una sanzione non dovrebbe essere l’implicito di ogni articolo del Codice? Cosa distingue l’art.5 da tutti gli altri? Cosa giustifica l’aura di controllo e punizione che la modifica introduce?

Dal continuo paragone con i medici — tema complesso e controverso, che meriterebbe una discussione a parte — si intuisce immediatamente che l’idea che qui aleggia è quella di introdurre un fac-simile degli ECM e infatti già da qualche tempo a livello più o meno informale (ma anche all’interno del nostro Ordine) circola di bocca in bocca la sigla ECP (o FCP): i “crediti” specificamente pensati per gli psicologi.

In passato mi è capitato di partecipare ad iniziative “con credito” per gli impiegati ASL, conferenze singole o cicli seminariali rivolti a medici, educatori, infermieri ecc.. Beh! Lo spettacolo era … non so, non trovo un aggettivo calzante, vi descrivo ciò che ho visto e fate voi. Mi sembrava di essere tornata a scuola, con pochi interessati seduti in prima fila e una molteplicità di gruppetti sparsi, imboscati sul fondo a parlottare dei fatti loro. Del resto come biasimarli? Anch’io al liceo giocavo a battaglia navale durante la lezione… La cosa più divertente è stata vedere molte attempate dottoresse (il pubblico è, si sa, per lo più femminile) darsi da fare per cercare di copiare le risposte del test di verifica, chiedendo a destra e a manca dove andasse piazzata la benedetta crocetta. Ho sentito dire che certe tutor impiegano i loro tirocinanti per queste noiose incombenze, e che alcuni sono diventati bravissimi nel crocettare tutto alla perfezione.

A questo punto mi chiedo: una pratica del genere può essere di qualche utilità per “garantire la qualità e l’efficacia della prestazione professionale, nell’interesse dell’utente e della collettività”? Cito dall’opuscolo dell’Ordine, quello inviatoci con il “kit” per il referendum. A me personalmente, il rischio di infantilizzazione e deresponsabilizzazione sembra altissimo. Infantilizzazione perché penso che molti come me a scuola abbiano giocato a battaglia navale per ammazzare in qualche modo l’ora di lezione ma, appunto, eravamo ragazzetti calati nel contesto scolare; deresponsabilizzazione perché magari uno ci crede davvero che chiacchierando, sbadigliando e poi crocettando bene il foglio ha fatto tutto quello che doveva fare e si sente a posto così.

C’erano pur sempre quelli in prima fila! E’ vero, c’era anche gente attenta e coinvolta, gente motivata, che a quella conferenza era andata per scelta e non per imposizione. Nella mia limitata esperienza, però, era la minoranza. Il resto faceva solo presenza.

La sola presenza, anche se certificata, non garantisce proprio nulla. E’ la motivazione personale la pietra angolare dell’apprendimento, senza motivazione e libertà di scelta non c’è acquisizione d’esperienza, né crescita, né cambiamento. Ma questo noi psicologi dovremmo saperlo, e dai! sono le basi! E invece vogliamo avvallare la proposta di una formazione burocratizzata e devitalizzata e poi, per sostituire la (comprensibilmente fiacca) motivazione che facciamo? Minacciamo sanzioni…

Si potrebbe obiettare che gli ECP sono ancora tutti da fare, che un’ampia scelta formativa consentirebbe a ciascuno di scegliere ciò che è più consono ai suoi interessi e alle sue esigenze… questo è vero. Purtroppo la formazione continua in psicologia verrà introdotta comunque, c’è la legge e non si scappa. E se proprio deve essere, meglio varia e articolata che a blocco unico, come i programmi scolastici. Ma questo risolverebbe solo in parte il problema.

Per esempio è interessante chiedersi chi decide (o ha già implicitamente deciso) cosa è formazione e cosa non lo è. Sembra sott’inteso che per “formazione” si debba intendere solo qualcosa di simile al modello ECM: un formatore che parla ad un pubblico che ascolta. Eppure sappiamo benissimo che il semplice ascoltare convegni e conferenze di per sé non garantisce alcun arricchimento conoscitivo, che l’acquisizione di sapere deve essere sostenuta anche da letture approfondite e — questo è importante — connessa e rivitalizzata continuamente dalla messa in opera delle conoscenze conquistate. Invece si infiltra ovunque l’idea che siano sufficienti lezioni frontali e che, se uno è attento e interessato, allora ha fatto il suo ed è a posto così. Vedete che anche l’interesse e la motivazione personali da soli non sono garanzia di nulla se restiamo nell’equazione formazione=conferenza? E allora che vogliamo fare? Oltre a certificare la presenza e somministrare il test di verifica, dobbiamo chiedere la fattura di tutti i libri acquistati durante l’anno lavorativo? E istallare telecamere per verificare che vengano letti e non solo comprati? E se uno viene ripreso mentre sfoglia il libro e invece pensa a cosa mangerà per cena come possiamo saperlo?

Carissimi! Con il controllo non se ne esce. E la minaccia di sanzioni non migliora certo le cose.

Faccio parte di una generazione di psicologi che ha ricevuto (e in parte subìto) una formazione interminabile. Eppure spesso siamo professionisti inesperti, perché ci manca la pratica della professione. Quello che consentirebbe un vero e proprio salto qualitativo delle prestazioni da noi (appassionatamente ma esiguamente) erogate non sono ulteriori ore di conferenze o seminari, ma LA POSSIBILITA’ DI LAVORARE, di mettere in opera le conoscenze acquisite, di stabilire finalmente quella circolarità tra apprendimento ed esperienza che è la base di ogni crescita, personale e professionale. E invece siamo tagliati fuori da ogni possibilità lavorativa che non sia estemporanea, precaria o soltanto affine all’ambito di intervento per il quale ci siamo preparati (e continuiamo a prepararci, anche senza obblighi e minacce…).

In questa situazione ci vengono a proporre la formazione continua. Sapete com’è? E’ come dire ad uno che è uscito dal conservatorio, ha preso lezioni private, ha frequentato l’università della musica ecc., ad uno che per anni ha letto trattati musicali, studiato partiture, solfeggiato… è come dirgli alla fine di tutto che, purtroppo, nessun pianoforte è disponibile, ma che può partecipare ad una serie di interessantissime conferenze sul barocco italiano. Insomma: quello vuole il pianoforte mentre, nel migliore dei casi, ogni tanto gli capita sotto mano una pianola Bontempi;  è il pianoforte quello che gli serve per essere davvero un musicista e invece gli propinano altra (sedicente) teoria.

La metafora, come sempre accade, si incaglia in un punto: il musicista può suonare anche da solo e quindi può essere un musicista anche senza incarichi lavorativi ma lo psicologo no, ha bisogno del paziente per essere uno psicologo (o dell’organizzazione se è uno psicologo del lavoro ecc.), da solo è ben poco, perché non può esercitare autonomamente la sua arte. Questo è il nostro limite: siamo a rischio di ruggine, rischiamo che le conoscenze acquisite si spengano e perdano vita e a ciò non si rimedia con altre conoscenze.

Ma oltre ai musicisti e agli psicologi ci sono anche gli psicologi-formatori, e anche loro hanno i loro specifici bisogni professionali: ogni formatore ha bisogno di un formando per essere formatore, e questo vale per tutta la vita … per la sua, ma a quanto recita la nuova versione dell’articolo 5 anche per quella del formando. Ecco, per questa particolare categoria il sistema ECP assolve pienamente alla funzione di garantire acquisizione e messa in opera di conoscenza, con crescita professionale e aggiornamento continui.

Ci sarebbe tanto altro da dire rispetto al famigerato articolo 5, soprattutto se pensiamo al fatto che buona parte della formazione probabilmente sarà a pagamento e che le condizioni economiche di buona parte della nostra categoria non sono certo paragonabili a quelli dei medici. Ma in questo articolo ho voluto concentrarmi sugli aspetti qualitativi della proposta di modifica.

Vi immaginate la pletora di corsi on-line, con esplicitato il numero di crediti offerto e il relativo prezzo da pagare? E vi immaginate che qualcuno potrebbe anche salutare con gioia l’iniziativa, perché in questo modo si aprirebbe un nuovo mercato per la professione di psicologo? 

Concludendo, ci tengo a precisare una cosa: sono il mio grande interesse e passione per lo studio, la consapevolezza dell’importanza che si continui a pensare, ad imparare e fare esperienza che mi spingono a questa polemica contro la proposta di una formazione continua nella psicologia, che vedrebbe tutto questo svilito ed abbandonato ad un mercanteggiare selvaggio di crediti e denaro. Inoltre, sono profondamente convinta che trasformare il richiamo morale presente nel bel testo dell’articolo originario con il guazzabuglio di minacce e controllo della modifica sia un’operazione che rivela ancora una volta la profonda crisi che la nostra categoria (e non solo quella) sta attraversando: crisi generazionale, di senso, di valori.

Nella pratica clinica sappiamo che lo scopo di una psicoterapia non è tanto quello di ripensare insieme al paziente le varie problematicità della sua vita, quanto favorire l’acquisizione di una facoltà riflessiva autonoma, così che diventi in qualche modo uno psicologo di sé stesso. E allora, perché quando si parla di formazione non dovremmo pensare che scopo principale degli insegnanti (prima, durante e dopo l’università) sia quello di promuovere nell’allievo la capacità di formare sé stesso? Un professionista se è davvero formato, allora deve avere già acquisito questa consapevolezza e deve essere in grado di procurarsi autonomamente le indispensabili occasioni di crescita professionale ed approfondimento di conoscenza, siano esse conferenze, libri, gruppi di lavoro e di discussione, supervisioni, intervisioni ecc. E invece lo si vuole paziente a vita e lo si rimanda nei banchi di scuola, dove con buona probabilità si rimetterà a giocare a battaglia navale.   

Laura Fachin

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2 thoughts on “Articolo 5: colpito e affondato

  1. Ally ha detto:

    “Faccio parte di una generazione di psicologi che ha ricevuto (e in parte subìto) una formazione interminabile. Eppure spesso siamo professionisti inesperti, perché ci manca la pratica della professione. Quello che consentirebbe un vero e proprio salto qualitativo delle prestazioni da noi (appassionatamente ma esiguamente) erogate non sono ulteriori ore di conferenze o seminari, ma LA POSSIBILITA’ DI LAVORARE, di mettere in opera le conoscenze acquisite, di stabilire finalmente quella circolarità tra apprendimento ed esperienza che è la base di ogni crescita, personale e professionale. E invece siamo tagliati fuori da ogni possibilità lavorativa che non sia estemporanea, precaria o soltanto affine all’ambito di intervento per il quale ci siamo preparati (e continuiamo a prepararci, anche senza obblighi e minacce…).

    In questa situazione ci vengono a proporre la formazione continua. Sapete com’è? E’ come dire ad uno che è uscito dal conservatorio, ha preso lezioni private, ha frequentato l’università della musica ecc., ad uno che per anni ha letto trattati musicali, studiato partiture, solfeggiato… è come dirgli alla fine di tutto che, purtroppo, nessun pianoforte è disponibile, ma che può partecipare ad una serie di interessantissime conferenze sul barocco italiano. Insomma: quello vuole il pianoforte mentre, nel migliore dei casi, ogni tanto gli capita sotto mano una pianola Bontempi; è il pianoforte quello che gli serve per essere davvero un musicista e invece gli propinano altra (sedicente) teoria.”

    concordo al 100%, tristemente, con questo dato di fatto, a mio avviso sola ed unica priorita’ per noi psicologi è la promozione della nostra figura professionale, solo questa potrebbe darci maggiore visibilità e credito e quindi speranze di poterci impegnare a livello pratico mettendo finalmente da parte tanta teoria e formazione. e invece…

  2. Il collegamento con il sistema ECM, introdotto nel 2002 per effetto di una legge del 1999 mirata al SSN e non alle professioni, non c’entra nulla con la formazione obbligatoria: è diversa la legge, ed è diversa la platea di persone coinvolte. Con gli ECM si obbligano dipendenti e convenzionati delle aziende sanitarie pubbliche, e le aziende stesse. Con la riforma delle professioni sono interessati tutti i professionisti iscritti ad ordini, sanitari e non, pubblici e privati.

    Quello che voglio dire è che si tratta di un falso collegamento.

    Che poi ECM e formazione obbligatoria – come ogni obbligo di legge – possano dar luogo a distorsioni e ad un adesione del tutto fittizia da parte di molti è pacifico: la maggior parte di noi non parcheggia in divieto di sosta x evitare la multa e non certo per un richiamo etico sull’uso corretto dello spazio pubblico. Ma questo non toglie che un divieto di sosta possa farmi pensare – quando vedo il cartello – che forse se non posso parcheggiare lì esiste un motivo che ha a che vedere con la tutela dell’interesse collettivo.

    Ecco, credo sia questo il punto: non semprre interesse collettivo e interesse individuale collimano, e la formazione obbligatoria è solo una fattispecie di questo tema del vivere sociale. Per cui il discorso andrebbe allargato dall’ottica del professionista che si trova una nuova rogna, a quella del rapporto fra questi e la società.

    Resta comunque un dibattito interessante, che in fondo ne richiama un altro, molto affascinante e aperto da un secolo, sulla laicità della psicanalisi. Lo dico perchè ampliare il quadro può far bene al nostro pensiero.

    A livello istituzionale, resta un mio giusizio negativo su come il CNOP ha gestito tutta la faccenda, buttando addosso agli psicologi una crocetta da segnare invece che coinvolgerli in un tema su cui esprimersi. Bastava poco, in fondo: qualche articolo, un convegno, dei dibattiti sui social… Sempre che al CNOP si sappia cosa sono i social. Ma questo è oggetto dell’altra modifica, quella all’articolo 1 🙂

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