NO AL CENTRO PSICODIAGNOSTICO GESTITO DA TIROCINANTI!

Affezionatissimi lettori,

SEGUE UN ARTICOLETTO DAL TOCCO LEGGERO E DAL CONTENUTO EDIFICANTE, IL RESOCONTO DI DUE CURIOSI INVIATI DAL CPPP INOLTRATISI NEI MEANDRI DELLA ASL TO1 CON L’INCARICO DI FARE CHIAREZZA IN MERITO ALLA PROSSIMA APERTURA DI UN MISTERIOSO E CONTROVERSO CENTRO PSICODIAGNOSTICO, SOTTO LA RESPONSABILITÀ DELLA DOTTORESSA MARIA PIA MUSCI.

Antefatto:

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Già nell’estate del 2011 erano giunte al Coordinamento diverse segnalazioni da parte di alcuni specializzandi che, dopo discussioni più o meno accese, erano riusciti a rifiutare il gentile e onorevole incarico di impiantare e mandare avanti un servizio che avrebbe raccolto e “smaltito” tutte le richieste di Psicodiagnosi della regione Piemonte. L’onore, in questo caso, consisteva nel fatto che il progetto non prevedeva impiego alcuno di psicologi strutturati o convenzionati — non prevedeva personale pagato, insomma — ma doveva sorreggersi solo sulla motivazione, la buona volontà, l’alto senso di responsabilità verso la propria professione, nonché su un certo ardire e creatività dei tirocinanti in questione, ai quali era richiesto di esprimere un parere professionale in questioni come, ad es., restituire o meno la pistola d’ordinanza ad un poliziotto.

Peccato per il bel progetto, che avrebbe portato tanta gloria e lustro alla nostra importante professione così ingiustamente bistrattata nelle ASL! Ma purtroppo l’onore di ricevere siffatto incarico non è stato sufficiente a convincere i recalcitranti specializzandi, ai quali sfuggivano il prestigio e l’importanza di erogare gratuitamente prestazioni professionali per le quali erano già abilitati al posto di esercitare le pratiche in cui si stavano formando, la psicoterapia appunto. Inoltre, seppur formalmente abilitati alla diagnosi, sentivano un certo imbarazzo ad essere impiegati come psicodiagnosti esperti quando si tratta di questioni come pistola sì o pistola no, con l’unico sostegno di una tutor così impegnata in molteplici e variegate attività che non era comprensibile dove avrebbe trovato il tempo per seguire da sola tutto il progetto. Così il gruppetto aveva protestato a gran voce e il bel sogno della dott.ssa Musci era andato in fumo. La storia, quindi, sembrava essersi conclusa.

Ma dopo circa un anno, nel Luglio del 2012, ecco arrivare improvvisamente tre richieste di diagnosi e la notizia che il famoso Centro psicodiagnostico era ormai aperto. Nello scompiglio generale, aumentato dal contropiede del clima già vacanziero e dalla forza del solleone, i test erano stati fatti.

Pausa d’agosto.

A settembre i tirocinanti serrano le fila e sospendono l’attività.

Terzo capitolo: siamo nell’inverno 2012 e molti membri del gruppo recalcitrante stanno lentamente terminando il loro incarico presso la Asl. E’ il momento dei saluti e chi prima chi dopo se ne va. Cosa succede allora? Nella mente dell’attivissima dottoressa si riaccendono i sogni di gloria. La brillante idea è quella di aspettare l’arrivo di nuovi tirocinanti: carne fresca, entusiasta, spesso poco consapevole dei sottili limiti tra attività formativa e lavoro gratuito e quindi ben disposta a darsi da fare di qua e di là. L’attività psicodiagnostica verrà proposta, non imposta, e solo i tirocinanti bravi, interessati e ben motivati parteciperanno al prestigioso progetto. Molto liberale, all’apparenza. Peccato che da qui alla selezione degli specializzandi in base alla loro disponibilità o meno a lavorare gratuitamente per 4 anni all’agognato Centro, il passo è breve.

Fin qui quello che ci è stato segnalato e variamente raccontato.

Azione!

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Per accertare la veridicità dell’allarme lanciato, siamo andati a parlare direttamente con la dott.ssa Musci, previo accordo telefonico in cui avevamo chiesto un incontro per ascoltare la sua versione dei fatti e avere una visione più completa ed equilibrata del caso “Centro Psicodiagnostico”.

La discussione si è prolungata per quasi due ore, in cui abbiamo appurato che:

—    L’idea di aprire un servizio di psicodiagnosi presso la sede di via Gorizia è un progetto in attesa di realizzazione;

—    Non sono previsti psicologi strutturati e il servizio sarà fondato esclusivamente sul lavoro dei tirocinanti

—    Non sono stati erogati fondi

—   L’attività testistica verrà realizzata in toto dai tirocinanti, che firmeranno di proprio pugno il materiale prodotto

—    La tutor apporrà una controfirma

—    Non è chiaro dove il Centro avrà luogo: era stata messa a disposizione una stanza che, dopo la protesta dei tirocinanti, è stata sottratta alla gestione della tutor e destinata ad altro uso

Nel corso del lungo incontro abbiamo potuto confrontarci con la dottoressa Musci su diversi temi.

  1. Il tirocinante per definizione è una figura che arricchisce le proprie competenze esercitandole in un luogo di lavoro e, mentre impara, offre anche un servizio. Perciò è una figura integrativa e non sostitutiva dei lavoratori regolarmente pagati; se questo principio è rispettato o no, emerge chiaramente dalla percentuale di tirocinanti presente in ogni posto di lavoro. Come è pensabile considerare la possibilità di un servizio pubblico in cui non figuri neanche uno psicologo strutturato, ma solo tirocinanti?
  2. Il tirocinante offre il suo tempo per apprendere pratiche per le quali non è ancora abilitato. Che senso ha, allora, che uno specializzando in psicoterapia già autorizzato alla pratica psicodiagnostica sia impiegato in un centro di psicodiagnosi e non di psicoterapia?
  3. Il numero delle ore di tirocinio di specialità non è normato da una precisa legge, visto che è fissato un minimo ma non un massimo (almeno 500 ore tra attività teorica offerta dalla scuola e attività pratica in un luogo di lavoro accreditato). Nella prassi, però, le scuole di psicoterapia erogano 300 ore di attività seminariale e richiedono 200 ore di tirocinio. Il numero di ore richiesto, quindi, è di circa 5 ore alla settimana, il che rende possibile allo specializzando lo svolgimento di un’attività lavorativa part-time. Cosa pensare della richiesta di almeno 10 ore di tirocinio obbligatorie per ciascuno specializzando? Com’è possibile immaginare che un individuo adulto con a carico 3600 euro di retta annua e un impegno di circa 10 ore di frequenza scolastica alla settimana possa svolgere almeno ulteriori 10 ore di tirocinio non pagato e assicurare contemporaneamente la propria sopravvivenza?
  4. Come è possibile con qualche ora di tutoraggio e una massa di tirocinanti non pagati garantire la qualità di un servizio pubblico deputato ad esprimere un parere professionale su questioni centrali nella vita delle persone?
  5. Non è svalutante per la professione psicologica offrire prestazioni a titolo completamente gratuito? In questo modo, non siamo noi stessi a mettere le basi per l’eterna sudditanza della psicologia nel mondo delle ASL?

Queste le critiche da noi sollevate e le richieste di chiarimento. Ma vediamo un po’ che risposte abbiamo ottenuto:

Al punto 1) — come giustificare servizi retti esclusivamente da tirocinanti — la dottoressa Musci ha risposto candidamente di aver provato a chiedere dei fondi, che però le sarebbero stati negati. Veniamo poi a sapere, allibiti, che aveva fatto richiesta di una (!) borsa di studio. Notando il disappunto, ha aggiunto che è molto più facile chiedere finanziamenti per servizi già esistenti e ben funzionanti: partiamo, miei prodi, e i soldi arriveranno! Peccato, facciamo notare, che l’esperienza mostra esattamente il contrario: quando un servizio è erogato gratis, tanto più se ben funzionante, nessuno sente la necessità di doverlo pagare. E perché dovrebbe? La dottoressa sembra abbracciare l’idea che, alla fine, chi tribola sarà premiato e in proporzione tanto maggiore quanto più ha tribolato. Peccato che la vile realtà non sia degna di tanto romanticismo.

Il punto 2) — attività psicodiagnostica dello specializzando — è stato occasione per un coinvolgente e costruttivo dibattito su questioni di alta sofisticazione teorica, che hanno visto tutti i dibattenti concordi sulla stretta e imprescindibile unità di diagnosi e terapia. Abbiamo fatto notare, però, che in barba alla lotta contro ogni scissione teorica o pratica il nostro percorso formativo è scandito in due fasi ben distinte, di 5 e 4 anni, che abilitano l’una alla sola diagnosi e l’altra all’esercizio della psicoterapia. Quindi, a prescindere dal proprio piacere personale, uno specializzando in psicoterapia che pratichi la diagnosi di fatto sta elargendo una prestazione professionale a titolo gratuito e proprio mentre gode dell’accrescimento delle sue competenze e capacità toglie un posto di lavoro ad un altro professionista suo simile. La dottoressa non concordava con questa visione della cosa, a detta sua vincolata a una prospettiva ristretta e poco ariosa. Un tirocinante, secondo lei, deve essere introdotto a tutte le pratiche e le attività del servizio in cui è inserito per averne una visione più globale e per formarsi in maniera veramente completa. In questo senso, ha precisato, anche il caricare sul computer i dati dei pazienti è un’esperienza importante. Ci siamo chiesti, ad alta voce, ma importante per chi? Come si può spacciare come formazione l’utilizzo di laureati, abilitati alla professione ed iscritti ad un ordine professionale per caricare dati sul computer? Forse tutto ciò poteva aveva un senso quando i tirocinanti avevano ancora la possibilità di ricevere incarichi retribuiti alla fine del periodo di “apprendistato”. Ma oggi? Quale valore ha per un tirocinante prendere dimestichezza con tutte le pratiche, anche le più meccaniche e burocratiche, di un Servizio dove non entrerà mai? La Musci ci ha risposto, pensate un po’?, che ci invidia. “Beati voi! — ha detto — beati voi che riuscite a vivere soltanto dell’attività privata, io non sono così fortunata!” Cioè lei, che guadagna 80.000 euro lordi l’anno solo dal suo incarico pubblico, invidia noi, che secondo lei dobbiamo davvero navigare nell’oro se non accettiamo a braccia aperte le sue belle offerte di lavoro “variegato” e non pagato. E mentre l’invidia si riversa su di noi e sui nostri colleghi ancora specializzandi, questi caricano dati sul computer, aprono centri di psicodiagnosi, prestano servizio come psicologi di base in ambulatori medici, lavorano in sportelli d’ascolto per adolescenti ecc. ecc., tutti servizi che risultano gestiti e diretti dall’attivissima dottoressa!

Le parole d’ordine del punto 3) — le 10 ore di tirocinio obbligatorie e la loro compatibilità con la sopravvivenza dello specializzando— sono state “qualità” e  “motivazione”. A detta della dottoressa, si tratta di una questione morale. La coscienza della dottoressa Musci e il suo senso di responsabilità nei confronti dei suoi tirocinanti la spingono a chiedere il numero di ore che lei ritiene adeguato allo svolgimento di un tirocinio veramente formativo. Le questioni finanziarie sono elementi troppo grezzi nel mondo fatato della Musci, che non si degna di scendere su un piano così pieno di pantano. E’ la motivazione del tirocinante, secondo lei, ciò che conta davvero, nel senso che se l’uomo non vive di solo pane, lei si aspetta che il tirocinante possa vivere di sola motivazione. “La richiesta di 10 ore mi serve anche per selezionare i tirocinanti in base alla loro motivazione”. Alla domanda: e una volta selezionati, qual è il destino dei fortunati insigniti della meritata qualifica di “tirocinante motivato”? Momento di vuoto, battito di ciglia, un farfugliare confuso di fondi, borse di studio, vaghe possibilità. Detto tra noi, la dottoressa non sembra una paladina dei sistemi meritocratici, ma di contesti simili al purgatorio dantesco, dove sono necessarie sofferenze e patimenti per ascendere di grado in grado verso il sospirato paradiso. E chi più zerbina più ascende. Le possibili critiche a tale procedura di selezione del personale sarebbero le più varie se le cose andassero davvero così. Ma gli anni a cui pensa la Musci sono passati, e oggi chi zerbina, zerbina e basta e alla fine del tirocinio se ne torna a casa con le pive nel sacco e tanta esperienza nel caricamento dati.

Il punto 4 — sulle garanzie di qualità del Centro — ci ha portato a chiarire nel dettaglio quale ruolo la dottoressa pensa di svolgere nel progetto da lei patrocinato. In questo caso non è stato per niente facile avere delle risposte, e solo la tecnica del molosso che stringe la mandibola sul polpaccio ha potuto dare i suoi frutti. In cosa consiste, alla fine, il “tutoraggio” offerto dalla dottoressa Musci, unica garanzia di qualità del progetto? Non ci saranno affiancamenti né nella somministrazione né nell’interpretazione dei test e non ci sarà nessuna discussione comune dei risultati della diagnosi; resta solo il vago impegno di “prendere visione” del lavoro svolto e la concreta controfirma sul materiale prodotto. Con quali ore lavorative l’impegnatissima dottoressa pensa di monitorare l’attività del Centro non è affatto chiaro, visto che a quanto pare non esiste alcun incarico ufficiale in merito all’apertura di un servizio di psicodiagnosi e il Centro psicodiagnostico risulta essere solo una pericolosa fantasia nella mente dell’intraprendente tutor — pericolosa, perché rischia di realizzarsi davvero. Né la spiazza il lasciare che giovani colleghi esprimano in completa autonomia pareri professionali in merito a questioni di psicologia forense, medicina legale, idoneità al lavoro o altro[1]. Certo, sono psicologi abilitati! E qui l’ambiguità della loro posizione di specializzandi già psicologi è usata in senso contrario, a garanzia della legalità del progetto. Ma noi sappiamo bene che una cosa è la diagnosi che ci viene richiesta per poter superare l’esame di stato (inquadramento psicodiagnostico del caso e pianificazione del trattamento), tutt’altro è fornire diagnosi in ambiti specifici della pratica psicologica, in cui per esempio si è chiamati a fornire un parere professionale sul fatto che un poliziotto possa ricevere di nuovo la pistola d’ordinanza o meno. Siate sinceri, vi sentireste sicuri se un tale poliziotto se ne andasse in giro sotto casa vostra con la sua bella pistola certificata dal prestigioso Centro psicodiagnostico della dottoressa Musci?

E così siamo arrivati all’ultimo punto, il 5), ove si è discusso della svalutazione radicata e generalizzata della nostra professione e dei meccanismi che la producono e la rinforzano. Abbiamo chiesto alla dottoressa se le risultasse, ad esempio, l’esistenza di centri di cardiologia retti solo da medici specializzandi (avremmo anche dovuto chiederle se lei si sarebbe rivolta ad uno di questi centri nel caso in cui fosse cardiopatica, ma non lo abbiamo fatto). Sapete cosa ci ha risposto? Che interi reparti di medicina sono retti da specializzandi! Ma intanto gli specializzandi in medicina sono pagati, e poi la loro percentuale non è mai tale da coincidere con la totalità del reparto (o altro luogo) dove esercitano la loro professione. Solo noi psicologi siamo capaci di arrivare a tanto, e da qualche parte ci è stato anche detto che dovremmo essere contenti dello stato delle cose, perché le ASL potrebbero addirittura chiederci un contributo monetario (è stato già tentato in Piemonte e in alcune regioni è davvero così) per poter lavorare gratis per loro! Che dignità possiamo aspettarci per una professione che si svende con tanto fervore? E nel caso della dottoressa Musci, di vero e proprio fervore religioso si tratta! Siamo noi laici e materialisti che non riusciamo a vedere l’enorme importanza che l’apertura del Centro avrebbe per il ruolo della psicologia nelle Asl! Quale riconoscimento sarebbe per noi! Ha ragione: noi non lo vediamo proprio.

I saluti:

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Siamo arrivati al momento dei saluti. E dobbiamo davvero ringraziare la dottoressa, qui senza nessuna ironia, perché ci ha dedicato ben due ore del suo tempo, due ore molto fitte di botta e risposta su tutti i temi sollevati negli anni dal Coordinamento, tanto che una sbobinatura della discussione potrebbe rappresentare davvero un nostro manifesto. Sappiamo che la dottoressa Musci non è l’unica ad intendere in questo modo il ruolo del tirocinante nelle ASL e specularmente il proprio ruolo di tutor, ma che interi servizi versano nelle stesse acque. Sappiamo anche che alla base di molte situazioni per noi assolutamente inaccettabili c’è una forte identificazione del tutor con il Servizio nel quale lavora e al quale ha dedicato  gran parte delle sue energie e della sua vita professionale, con una passione e una dedizione che sicuramente in un contesto diverso sarebbero encomiabili e preziosi. Lo capiamo. Questo però non esime nessuno psicologo strutturato dal mettersi anche dall’altro punto di vista, quello di noi più o meno giovani colleghi “diversamente psicologi”. Né lo esime dal sollevare lo sguardo dai bisogni immediati e spesso cogenti del proprio Servizio per guardare alla situazione complessiva della nostra professione e al peso che certe scelte hanno sia dal punto di vista pratico che sul piano della dignità di tutta la categoria.

Salutando la dottoressa Musci e ringraziandola per la sua disponibilità, le abbiamo lasciato una copia della Risoluzione del Parlamento europeo del 6 luglio 2010 sulla promozione dell’accesso dei giovani al mercato del lavoro, rafforzamento dello statuto dei tirocinanti e degli apprendisti (2009/2221(INI), con alcuni passi messi in evidenza. Riporto i più significativi, in cui il Parlamento europeo:

21.   Chiede tirocini migliori e garantiti; chiede alla Commissione e al Consiglio, a seguito dell’impegno espresso nella Comunicazione COM(2007)0498 “di proporre un’iniziativa per una Carta europea della qualità dei tirocini”, di istituire una Carta europea della qualità dei tirocini prevedendo norme minime per garantirne il valore educativo ed evitare lo sfruttamento, tenendo conto del fatto che i tirocini fanno parte della formazione non devono sostituire dei veri impieghi; sottolinea che tali norme minime devono includere una descrizione sommaria delle funzioni da esercitare e delle qualificazioni da acquisire, il limite di durata dei tirocini, un’indennità minima basata sul costo della vita del luogo dove si svolge il tirocinio conformemente alla prassi nazionale, un’assicurazione nell’ambito lavorativo in questione, prestazioni di previdenza sociale in base alle norme locali e un collegamento specifico al programma di istruzione in questione;

25.   Chiede che i giovani siano tutelati nei confronti dei datori di lavoro i quali, nel settore pubblico come in quello privato, grazie all’esperienza professionale, ai contratti di apprendistato e di tirocinio, soddisfano i propri fabbisogni immediati e basilari a basso costo o a costo zero, sfruttando la volontà dei giovani di apprendere senza fornire loro alcuna prospettiva di futuro inserimento nell’organico;


[1] Per quanto riguarda gli ambiti di diagnosi previsti dal progetto (medicina legale, idoneità lavorativa, ecc.) la confusione è massima. “Su questo — così suona la segnalazione di una specializzanda — c’è confusione anche in noi. Ed è significativo: non c’è mai stata fatta una formazione rispetto a cosa andavamo incontro, chi farà richiesta di test? per conto di chi? con quale obiettivo? Nel caso di un test rispetto all’idoneità lavorativa di un’impiegata amministrativa di una scuola, la richiesta giungeva addirittura dall’Aeronautica Militare… non abbiamo ben capito perché… forse per gli statali è la Difesa a pronunciarsi su tale questioni????? Capite, nessuno ci ha spiegato le cose!” . Il testo prosegue presentando un altro caso di idoneità lavorativa che offre ulteriori e interessanti spunti di riflessione: “per l’idoneità lavorativa era specificamente richiesta una SCID ed era precisato che a pronunciarsi dovesse essere un diagnosta che lavorasse nel pubblico. Due cose: la SCID non era in dotazione del Servizio e una collega è andata a recuperarla una domenica pomeriggio da un’amica (…). Il fatto poi che volessero un arbitro del pubblico ha il suo peso in un’ottica di distribuzione del lavoro nella professione…. cioè, lo Stato ti chiede che ci sia un lavoratore statale ad occuparsene: non è cosa di poco conto!”

Laura Fachin

Davide Debertolo

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4 thoughts on “NO AL CENTRO PSICODIAGNOSTICO GESTITO DA TIROCINANTI!

  1. Grazie per il vostro articolo, mi sembra molto utile, provero’ senzaltro a sperimentare quanto avete indicato c’e’ solo una cosa di cui vorrei parlare piu’ approfonditamente, ho scritto una mail al vostro indirizzo al riguardo.

  2. Questo e’ il blog giusto per tutti coloro che vogliono capire qualcosa su questo argomento. Trovo quasi difficile discutere con te (cosa che per in realta’ vorrei… haha). Avete sicuramente dato nuova vita a un tema di cui si e’ parlato per anni. Grandi cose, semplicemente fantastico!

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