L’INCOMPIUTA FIABA DELLA PSICOLOGIA. COSTRUIRE INSIEME IL LIETO FINE È POSSIBILE E DOVEROSO.

COSA SUCCEDE QUANDO UN GRUPPO DI PSICOLOGI SI TROVA A DOVER RACCONTARE IN SINTESI LA STORIA DEL PROPRIO MESTIERE AD ALTRI PROFESSIONISTI? SEGUE UN RESOCONTO, IRONICO E SURREALE IN STILE FIABESCO, PER DESCRIVERE UN INCONTRO REALMENTE AVVENUTO TRA ALCUNI COORDINATI ED UN GRUPPO DI RICERCATORI UNIVERSITARI CHE STA LAVORANDO AD UNA INCHIESTA SUL TERZO SETTORE.

PRENDETEVI CINQUE MINUTI PER LEGGERLO ED ANNOTATEVI QUESTA DATA: 15 MAGGIO 2013. STIAMO ORGANIZZANDO PER LE 20.30 DI QUEL GIORNO IL PROSSIMO APERITIVO DEI COORDINATI, CON TANTISSIME NOVITÀ ED UNO SPETTACOLO DA NON PERDERE! 

È un giorno, il primo giorno di caldo dopo il freddo invernale ed anche se la primavera ufficialmente non è ancora iniziata il clima è quello dei risvegli e dei colori vivi. La storia che sto per narrarvi ha dell’incredibile ed è legittimo, per chi la leggerà tanto quanto per il sottoscritto che ne è stato testimone, non credere nella veridicità di ciò che verrà raccontato e considerarne i contenuti solamente una leggenda od una fiaba.

Ma veniamo ai fatti. I protagonisti, un gruppetto composto da sei giovani individui di ambo i sessi, sono all’interno di un bugigattolo illuminato a neon; una stanzetta in fondo ad un corridoio in un seminterrato di un palazzo storico di una città di media grandezza in un Paese mediamente nella cacca per la Grande Crisi. C’è sempre chi sta peggio, si dicono gli abitanti di quest’ultimo, ma non si sa se a torto o a ragione.

I ragazzi – o presunti tali – sono tre maschi e tre femmine dall’aspetto assai diverso l’un dall’altro. Parlano molto, ridono e sorridono e si ascoltano con attenzione, senza parlarsi addosso. Sembrano sereni e fiduciosi nonostante il contenuto dei loro dialoghi. Non riporterò i nomi ed i dettagli fisici dei protagonisti perché non utili al fine di comprendere la storia e perché ho l’impressione che essi potrebbero essere facilmente sostituiti da molti altri.

Uno di loro – che chiameremo il Sociologo – esordisce, con tono calmo e rassicurante, così:

“Vi ringrazio per essere venuti. Vi abbiamo contattato perché stiamo lavorando ad un progetto. Esso prevede di analizzare la difficile situazione che stanno attraversando, oggigiorno, le nuove generazioni che lavorano per aiutare gli altri. Tutto ciò per giungere a delle soluzioni, comuni ed efficaci. Ci è sembrato sensato iniziare da voi”.

“Iniziate da chi è messo peggio, insomma” – interviene quella che chiameremo la Psicologa1. Tutti ridono e si guardano negli occhi.

Poi esordisce la Politologa: “Ci raccontate un po’ la vostra storia? Non sappiamo moltissimo… e se non vi dispiace, oltre a voler registrare, avremmo un po’ di domande da fare.. vi interromperemo un po’ di volte per capire meglio…”.

Tutti gli psicologi si guardano interrogativi e poi uno di essi, lo Psicologo2, decide di prendere parola:

“Fate quello che vi è utile e grazie a voi per l’interessamento. La nostra storia è particolare ed un po’ bizzarra. È fatta, oggi come un tempo, di grandi persone e di grandi obiettivi ma anche, purtroppo, di tanto individualismo, di gravi difficoltà di comunicazione e di inerzia. Proveremo a raccontarvela in gran sintesi anche se è storia secolare”. Segue un attimo di pausa e l’impressione è che tutti i protagonisti dedichino qualche secondo a sistemarsi comodamente sulle proprie sedie.

“Tutto ha inizio molti anni addietro – prosegue lo Psicologo2 – in un paese non lontano dal nostro. A seguito di grossi cambiamenti sociali alcuni individui iniziarono a farsi delle domande e a pensare che fosse giunto il momento di cambiare alcune idee sul genere umano e non solo.

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Si narra che prima d’allora, per dirne una, si pensasse che alcune donne fossero in grado di fare cose inenarrabili: camminare sul soffitto a testa in giù, per esempio, o ruotare il collo di 360° emettendo liquidi verdognoli dalla bocca. Non ho mai capito perché solo le donne, ma questa è un’altra storia. Questi pensatori e scienziati dunque iniziarono pian piano a ritrovarsi e ad organizzarsi – all’inizio erano pochi, poi pian piano sempre più numerosi. Di baggianate sulle donne e su tanto altro continuarono a dirle, ma, per i tempi e col tempo, sempre e decisamente di meno. Tutto questo fino a quando, tra tutti, emerse la figura barbuta di quello che poi verrà chiamato Inconscio Man, un supereroe coi fiocchi e tutte le caratteristiche per far parlare di sé. Egli iniziò a dire cose nuove, interessanti e controcorrente per l’epoca, ed all’improvviso si ritrovò circondato da tanti giovani e volenterosi studiosi, i RobinPsicologi.

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All’inizio tutto sembrava andare per il meglio, poi le cose cambiarono: I RobinPsicologi iniziarono ad avere idee contrarie a quelle del loro maestro e tutti, o quasi, presero a litigare. A tal proposito alcuni narrano che Inconscio Man fosse un po’ permaloso e pistino, altri che molti RobinPsicologi fossero desiderosi di affermarsi, smaniando dalla voglia di prendere il posto dell’oramai vegliardo loro padre putativo. Il fatto incontrovertibile è che presto, qualsiasi sia la voce da considerarsi più vera, iniziarono a guerreggiare tra di loro, usando i loro superpoteri l’uno contro l’altro. In molti casi avevano forze molto simili ma presero a chiamarle con nomi altisonanti e differenti. Ogni sfumatura di diversità fu evidenziata con clamore e le vere e proprie peculiarità individuali divennero, un po’ per realtà ed un po’ per leggenda, tratti così distintivi e distanzianti che in molti si sentirono costretti a separasi ed allontanarsi. Chi non aveva preso parte alle battaglie fu portato – o si sentì portato – a prendere una posizione. E la guerra fu esportata in vari paesi ed in quasi tutti i continenti nei quali i RobinPsicologi si scontrarono con gli psicoscienziati autoctoni e le teorie a cui essi si riferivano.

Al centro vi era la voglia di sapere, senza alcun dubbio. Infatti ogni psicoscienziato motivava l’uso dei suoi superpoteri – alle volte impiegati inspiegabilmente anche contro i civil-pazienti – come unico modo per esportare conoscenza. Si narra che tutto ciò durò decenni e che dalle macerie ne uscirono, dopo la morte dei suoi maggiori protagonisti (per morte non sospetta sia ben chiaro), tante psicologie che parlavano linguaggi assai diversi l’uno dall’altro, una babele di lingue fatte di vocaboli che spesso avevano come prefisso la parola psico.

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Ed è così che la leggenda narra che siano nate, in ricordo di quei supereroi che tanto avevano dato alla psicologia, le famigerate scuole per insegnare ciò che col tempo divenne una coltre intellettualmente fitta di teorie e neologismi. In un primo momento furono scuole di pensiero, successivamente scuole di specializzazione, ma non corriamo troppo e ritorniamo al post-macerie. Per quanto riguarda i RobinPsicologi, essi vennero considerati dalle generazioni successive come veri e propri profeti ed il loro verbo fu allontanato sempre più dall’intento per cui era nato: dare una migliore spiegazione, magari unitaria, ad un concetto che avrebbe potuto migliorare la vita altrui. Anche gli altri psicoscienziati, che facevano risalire le loro lingue e le loro teorie ad altri supereroi, iniziarono a battagliare al loro interno. Per esempio è considerata epica la battaglia tra i seguaci di Black Box Man e quelli di Funzionalist, una battaglia tra professionisti che, pur ritenendosi fratelli di sangue, non limitarono l’uso di superpoteri e colpi di scena. Inutile dire che anche in questo caso ne nacque una spaccatura ed altre scuole.

Per farvi capire potrei utilizzare una immagine: pensate ad un albero dal cui tronco partono un fittissimo numero di rami dai quali si dipanano altrettanti, se non più numerosi, ramoscelli. Questo albero è talmente carico da apparire non più in grado di rimanere ancorato stabilmente alla superficie e si intravedono le radici uscire dalla terra. Questo è il nostro albero genealogico.”. Lo Psicologo2 si ferma e prende fiato.

“Che immagine incoraggiante!”, afferma lo Psicologo3 prima di scoppiare sonoramente in una risata contagiosa. Mentre il Sociologo dichiara: “Immagine evocativa ma allo stesso tempo chiara, direi” ed il brusio pian piano svanisce.

“Ciò fa parte della nostra storia – afferma la Psicologa4 – ed è, anche se finora è stata un po’ colorita probabilmente più del dovuto in senso negativo dallo Psicologo2, una storia che ha portato con sé grandi risultati, benessere ed ha cambiato radicalmente il paradigma della società tutta. Forse adesso questo paradigma è in crisi e la nostra credibilità ancor di più. Ma usciamo dalla storia dei leggendari supereroi e parliamo di quello che è successo nel nostro paese.”. Gli psicologi, come all’inizio, si guardano tutti con fare di complicità e sguardi fatti di sorrisi tristi.

“Anche questa può essere considerata una leggenda, ma è più vicina a noi e ci pare di coglierne meglio le conseguenze”. A parlare è ancora la Psicologa4, il cui tono calmo e pacato sembra rassicurare tutti. Ella prosegue così:

“I profeti giunsero anche nel nostro paese e strinsero legami, entrando ben presto all’interno dei luoghi di culto del sapere. Le diverse teorie trovarono il giusto humus per poter crescere in modo florido. In un primo momento le spore furono accolte nei diversi giardini non come se fossero invasione di future piante aliene. Col tempo qualche medico-giardiniere, soprattutto floripsichiatra, iniziò a storcere il naso e tentò di proporre una caccia alle psicostreghe. Ma era troppo tardi, a quei tempi le piante, quelle piante, erano solide. Ed il paradigma cambiò di nuovo.

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Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 del secolo scorso accaddero grandi cose: per esempio le persone iniziarono a scendere in piazza e decisero, insieme, che bisognava cambiare il verso alle cose, così forse si sarebbero potute vedere meglio. Una figura tra tutte vorrei citare: Martin Luther Basaglia che lottò per anni per far chiudere le fortezze-manicomio. Una sua frase, diventata col tempo famosa, è questa: <<La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere.*>>. Non è stupenda? È grazie a persone come queste che in quegli anni, nei Servizi dedicati al disagio umano, fu tentato di cambiare il verso delle cose. Ed io sono convinta che ci riuscirono ed a proporre questo cambiamento furono psichiatri e psicologi insieme.

Ma questi ultimi non esistevano per davvero, o meglio non ufficialmente. Perché nel nostro paese se non vi è qualcuno che insegna quel qualcosa che tu fai, il tuo fare non ha una identità e non è preso sul serio. Ma ciò fu risolto proprio grazie a coloro che, come spore, erano riusciti ad entrare nelle chiese universitarie. Infatti, dopo essersi ben radicati, decisero di unire le forze e dettero vita ad una diaspora: nacque così nel nordest, nei primi anni ’70, il primo corso di laurea in Psicologia, seguito a ruota da tanti altri in diversi luoghi della Nazione.

Ma era sufficiente? Ovviamente no e all’inizio del decennio successivo fu introdotto, per legge, il Grande Ordine degli Psicocavalieri. In teoria avrebbe dovuto dare forma e dignità alla professione dello psicologo. In pratica fu un colossale condono: tramite una sanatoria, che per alcuni fu gestita assai male, molti di coloro che fino a quel momento si erano professati come sedicenti Psicologi lo divennero per davvero, senza troppa attenzione al fatto che le storie dei singoli erano state spesso lontane ed inconciliabili tra loro o che, per esempio, la formazione di alcuni non fosse adeguata e sufficiente. Ed è qui, a nostro avviso, che sono iniziati molti dei nostri problemi.”.

“Ah! Ecco che arriva il colpo di scena! Anche se confesso che i problemi che avevate fin qui raccontato nella vostra storia, senza dubbio seri e sostanziosi, sono molto simili ai problemi che hanno infestato anche la storia della mia professione.” esclama la Politologa. “Sicuro, ed anche della mia” aggiunge il Sociologo. “Già, è vero, ma, come detto dalla mia collega, questo è l’inizio – chiosa deciso lo Psicologo3 – una inevitabile premessa che ha portato, purtroppo, allo stato attuale.”. Ora tutti si son fatti seri, poi si prosegue così:

“Sono passati decenni e sembra che solamente ora sia diventato chiaro cosa è successo: tutto ciò perché è avvenuto gradualmente e perlopiù, si spera, in buona fede. Gli psicosanati presero a lavorare in modo sistematico nei Sacri Servizi Sanitari Pubblici e la Psicologia divenne un mestiere riconosciuto. Ma più si affermava socialmente più coloro che ne facevano parte, forse a causa di un sempre maggior numero di detrattori, furono portati ad irrigidire la propria identità. La formazione crebbe come la pasta della pizza sotto un panno di lana e gli ultimi arrivati si ritrovarono a dover compiere percorsi il cui termine diventava, pian piano, sempre più lontano. Certo è che alcuni di coloro che iniziarono a dedicarsi solo ed esclusivamente a formare i novellini si approfittarono economicamente della cosa, forse non troppo inconsapevolmente e ciò avvenne anche grazie al supporto di molti psicoreligiosi nelle chiese universitarie. Infatti un giovane psicologo si trovava nel mezzo di frasi come <<La nostra psicoreligione è più efficace, devi diventare un nostro seguace!>> oppure <<Noi ti daremo strumenti migliori per imparare meglio il mestiere e con noi il lavoro è assicurato>>. Una cosa è certa e cioè che questo portò profitto ad alcuni e non a tutti: in molte chiese universitarie le cattedre vennero assegnate non tanto per motivi legati alla meritocrazia ma solo ed esclusivamente per appartenenza ad una psicoreligione. E più questa riusciva ad avere un maggior numero di adepti, più venivano piazzati gli amici degli psicoreligiosi. Stessa cosa accadde nei Sacri Servizi Pubblici. E questo portò beneficio almeno per la professione intera? Ovviamente, come potete immaginare, così non fu. Infatti ci fu nuovamente un periodo di guerre intestine tra correnti e la nostra professione diede una immagine distorta di sé. Gli psicologi, ed in particolar modo gli psicocavalieri del Grande Ordine, essendo annebbiati dalla polvere prodotta in battaglia, non riuscirono a vedere in prospettiva quello che poi avvenne. Oggigiorno la Psicologia è fatta di tante idee, tante parole, tante teorie e, soprattutto, tanti professionisti che si smentiscono l’un l’altro e che non hanno un codice comune, né tantomeno delle regole. Appariamo divisi e poco seri, anche se in realtà ognuno di noi, soprattutto le ultime leve, ha tanta formazione e teorie alle spalle quanto mai prima d’ora.

E lo psicologo è diventato per la società colui che “cura i matti”, finendo così per unire nell’immaginario collettivo proprio i due concetti astratti contro i quali, durante gli ultimi decenni, ha lottato: l’idea di cura intesa come guarigione da una malattia e la pazzia come genere ontologico distinto dalla sanità. Ovviamente non siamo questo e nessuno di noi – o quasi – crede d’essere questo ma, un po’ per inerzia ed un po’ per carenza introspettiva, non ci siamo accorti che per la società eravamo diventati questo e poco altro. Dovrei anche raccontarvi che la psicologia infatti non è solamente clinica e psicoterapia, ha mille sfaccettature ed applicazioni. Ma tale discorso necessiterebbe un racconto a parte e, per ora, ve lo risparmiamo.”.

“E perché, secondo voi, oggi le cose potrebbero cambiare?” chiede fiducioso il Sociologo.

“Perché la situazione è al limite – risponde seria la Psicologa1 – e gli Psicologi sono e saranno costretti a capirlo perché, altrimenti, il rischio è che non ci siano nuovi cambi di paradigma ma semplicemente l’estinzione della specie. Passiamo ora ai paradossi attuali che coinvolgono noi giovani professionisti e che saranno la causa, noi ne siamo convinti, dell’inizio per il futuro nuovo cambiamento, vi va?”. I non psicologi, entrambi, fanno cenno di sì con la testa.

“Ora ogni nuovo psicologo deve sottoporsi ad un rito di iniziazione che dura più di dieci anni. I primi cinque li passa nelle chiese universitarie e i restanti cinque ballonzolando tra i Sacri Servizi Pubblici e le Ultraspecialistiche Scuole di Specializzazione. Secondo alcuni queste ultime sono nate perché, durante le guerre dei decenni passati, era diventato necessario mostrarsi altrettanto formati rispetto ai cugini benestanti floripsichiatri. Peccato però che le scuole dei cugini oggi siano gratis e la loro formazione venga considerata un vero e proprio lavoro retribuito, mentre le nostre scuole arrivano a costare più di ventimila euro e ci portano ad essere costretti ad elargire gratuitamente un mestiere mascherato da esperienza formativa. Insomma, come spesso in questo nostro stupendo paese, per il bene di pochi – quelli che magari hanno sperato di avere un ruolo importante nei Sacri Servizi – si è finito con l’affossare una generazione intera. Amen.”.

Dopo una pausa di silenzio di qualche secondo il Sociologo esprime, scandendo bene le parole, vicinanza e costernazione in questo modo: “Ammazza! Sapevo che eravate messi male… ma non pensavo minimamente che le cose vi andassero così tanto male…”. E qui la risata amara si fa assordante.

“Aggiungiamo solo due piccole annotazioni – dice velocemente, quasi un po’ vergognandosi la Psicologa4 – giusto per dare compiutezza alla cronaca dei fatti. Gli ultimi governi hanno dato il colpo di grazia e quello che sto per dirvi può sembrare una barzelletta, ma vi assicuro non lo è. Da poco è passata una legge che prevede che lo psicologo debba sottoporsi ad una formazione perenne obbligatoria. Posto che a noi giovani psicologi già era parsa eterna, questo concretamente significa che dopo i dieci anni summenzionati dovremo rientrare immediatamente nel circuito della formazione o, per meglio dire, non ne potremo proprio mai uscire. La formazione è importante ed è sempre stata ben accolta, soprattutto dai professionisti seri, ma questo obbligo formativo temiamo che diventi un’arma potentissima in mano ai tristemente noti baroni della psicologia per continuare a spillare soldi ai colleghi più giovani. Sono tante le immagini che mi vengono in mente ma quella che rende di più, a mio avviso, è quella del criceto che fa girare una ruota alla quale è collegato un generatore di energia che dà luce all’umano suo padrone. Siamo il motore di un sistema che non ci dà nutrimento. Anche perché, per assurdo, chi lavora nei Sacri Servizi Pubblici la formazione la fa già ma è gratis, mentre per noi, ovviamente, si prospetta a pagamento.

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Poi possiamo anche aggiungere che, sempre recentemente e sempre per merito dei politici, sono state riconosciute alcune professioni che parlano un linguaggio simile al nostro ma che si definiscono altro e questo senza che esse siano state costrette, neanche in minima parte, a subire tutto l’iter a cui siamo stati sottoposti noi. Un po’ come se in una corsa ad ostacoli alcuni partecipanti fossero costretti a bardarsi con armature pesanti mente altri fossero liberi e attrezzati con scarpe ultramoderne. Il rischio è ovviamente che la nostra categoria inizi a cercare streghe tra altri lavoratori: per evitare ciò basterebbe solo far capire – o costringerli a capire – chi prende simili decisioni quanto esse siano surreali e quanto possano essere ingiuste”.

Gli sguardi di sconcerto tra il Sociologo e la Politologa durante tutto il racconto hanno avuto un esponenziale crescendo. Lo Psicologo2 prende nuovamente parola ed asciutto e sornione se ne esce con quanto segue:

“Dobbiamo aggiungere una cosa e con questa per davvero concludiamo la storia. No, non ridete, non posso non parlarne! Riguarda i Sacri Servizi Pubblici. Lo sapete che in essi il lavoro psicologico è pressoché totalmente svolto da persone in formazione o volontarie, quindi non pagate, e che oramai sono anni, anzi decenni, che non viene assunto più nessuno con un contratto serio? Al suo interno resistono, retribuiti, solamente qualche psicosanato ed una manciata di altri psicologi con contratti che fanno ridere. Perché? Perché nel nostro superbo ed inimitabile paese se qualcosa puoi ottenerlo aggratis, certo non ti fai domande e lo prendi per quello che è: tanto quasi sempre ci si dice che ai problemi ad esso connessi si penserà poi. E così sta capitando ed anche molti tra gli psicologi nei Sacri Servizi paiono non pensare a queste cose. Infatti, per chiudere in bellezza, molti Servizi oggigiorno vengono attivati senza costi aggiuntivi proprio dagli psicologi stessi che, impiegando i colleghi in formazione, mettono su vere e proprie micro realtà senza onere per il SSN. Il volontariato è cosa bella e sana, certo, ma sarebbe molto più gradito se a farlo fossero quelle stesse persone che, pur avendo un buon lavoro e nessuna difficoltà nel sostenersi, finiscono per proporlo alle nuove stremate generazioni.”.

“Sono davvero stupito – è un eufemismo, mi rendo conto – dalla vostra storia e wow… Vi sono estremamente vicino.”, afferma il Sociologo cercando di mostrare la più completa vicinanza al gruppo che sta intervistando. “Secondo voi questo può cambiare e sta cambiando? E, soprattutto, cosa vi potrebbe impedire di giungere a quello che voi avete definito un cambio di paradigma?”.

Anche questa volta è lo Psicologo2 a dare una risposta, forse perché ancora emotivamente scombussolato dalla sua ultima ricostruzione:

“Credo che il cambio di paradigma sia già in atto e la riprova siamo noi. Non noi nello specifico, noi quattro psicologi: non siamo importanti o differenti da altri. Ma importante è il fatto che ci siano sempre più giovani e vecchi professionisti che riconoscono quello che è successo e sentono l’esigenza di dover cambiare, insieme, il verso delle cose per il bene di tutti. Il cambiamento sta avvenendo e non in modo urlato: non è una guerra, abbiamo già avuto abbastanza guai da quelle passate per permettercene di nuove. E non vogliamo più dare ascolto a chi ci dice di essere meglio, a chi ci offre delle soluzioni nuove non condivise e ci divide dagli altri, criticando ed aggredendo. Non crediamo più a chi ci promette il lavoro, la formazione migliore (o gratis) o le scorciatoie. Abbiamo capito che il cambiamento è il risultato del lavoro di tante menti messe in contatto, non di piccoli grandi egocentrismi. E noi, insieme a tanti altri, arriveremo ad una soluzione nuova ed a un lieto fine per questa fiaba che finora, coi suoi chiaroscuri, è sembrato più un racconto dark. È anche l’ottimismo a cambiare il verso delle cose no?”.

L’intervista prosegue con domande più dettagliate in un clima che pare, ora per davvero, fiducioso.

La fiaba che ho cercato di raccontare nasce da una situazione reale. Un gruppo di ricercatori e dottorandi dell’Università di Torino sta svolgendo una ricerca sul lavoro ed il precariato nel terzo settore ed ha contattato il CPPP per avere informazioni sulla situazione attuale della professione psicologica. Questo incontro è stato sicuramente interessante ed arricchente ma ha permesso di riconoscere e mostrare a coloro che ne hanno fatto parte – tra cui il sottoscritto – anche altri importanti sentimenti. Ricostruire per intero e sinteticamente la storia della nostra professione per poterla raccontare a degli estranei è stata una esperienza frustrante, oltre che complicata e faticosa. Siamo usciti da quel bugigattolo provando rabbia ed incredulità. Ero, fino a quel momento, convinto d’avere sufficiente consapevolezza sulla nostra situazione ma il vederla attraverso gli occhi di un estraneo e nella sua interezza mi ha fatto capire quanto, in realtà, sia facile cadere nella spirale della rassegnazione. Ho riflettuto molto su come avrei potuto condividere questa frustrante esperienza poiché ero – e sono – convinto, non certo per sadismo, che la situazione d’empasse in cui noi psicologi ci troviamo oggi necessiti, per portare ad una risoluzione, anche dell’elaborazione di questo tipo di emozioni. La cosa che ci ha colpito molto è stata vedere l’immenso stupore negli occhi dei nostri intervistatori: la nostra Storia è apparsa surreale ed a tratti incomprensibile. Probabilmente la storia di molte altre professioni potrebbe apparire in tal modo ma, ed è questa la cosa grave, per noi oramai non lo è più: è la normalità.

Ho volutamente deciso di arrivare alla descrizione di queste emozioni attraverso l’uso di un registro descrittivo apparentemente meno serio e puntuale: che nessuno me ne voglia se il mio racconto è parso banalizzare o denigrare teorie, persone o l’intera nostra professione. Il mio intento, come spero si sia capito, era esattamente l’opposto. La nostra storia, proprio perché importante ed assurda, deve insegnarci qualcosa: dobbiamo trovare unità e giungere, tutti insieme senza esclusioni, ad un necessario cambiamento. Non è un caso la scelta del genere letterario della fiaba, esso infatti è impiegato come strumento terapeutico, in modo assolutamente trasversale, da credo quasi tutti gli orientamenti psicologici.

*da Che cos’é la Psichiatria,1967. Ristampa: Piccola biblioteca Einaudi, Torino, Einaudi, 1973.

Dario Fieni

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