QUALE STRADA PER LA TUTELA DELLA PROFESSIONE?

ampel (1)Nella nostra comunità professionale da anni si dibatte su una questione diventata ormai spinosa: il counselling come professione.

Di seguito mi propongo di affrontare l’argomento non tanto per trovare una soluzione ma per esprimere il mio punto di vista alla luce di quanto successo fin’ora.

Un po’ di storia: il Counselling riconosce i suoi padri fondatori nelle persone di Carl Rogers e Rollo May. Il primo dopo aver abbandonato gli studi in agraria, il suo sogno era dedicare la vita alla cura degli animali, intraprende gli studi in Teologia. All’età di 37 anni affascinato sia dalle teorie di Otto Rank che dalla corrente europea dell’esistenzialismo, scrive un libro che gli vale una cattedra in psicologia clinica in Ohio. Rollo May, invece, ha studiato presso  l’Oberlin College in Ohio; questo istituto è un Liberal Arts College, un’università in cui si insegnano materie artistiche come le arti grafiche e, la musica, lo sport, ecc… anche lui affascinato dall’esistenzialismo, continua gli studi sulla psicoanalisi presso il White Institute of Psychiatry, Psychoanalysis and Psychology, dove incontra persone del calibro di Harry Stack Sullivan ed Erich Fromm. Si trasferisce poi alla Columbia University di New York dove, nel 1949, consegue il dottorato in Psicologia Clinica.

Questa premessa biografica serve a sottolineare che lo sfondo da cui nasce la psicologia umanistica e conseguentemente il counselling non è prettamente psicologico ma solo successivamente ne viene a far parte. Le radici affondano nella religione, nella filosofia e in altre materie “vicine di casa” della psicologia, proprio quelle materie che oggi, in Italia, vengono guardate con diffidenza e acredine da parte della Psicologia. Ho specificato volutamente che tale atteggiamento è caratteristico dell’Italia, perchè il counselling ha avuto uno sviluppo molto differente in altri paesi europei come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania e non europei come gli Stati Uniti.

Altrove l’atteggiamento che è stato assunto di fronte al Counseling è stato di tipo integrazionista; secondo me non è un caso che in questi Paesi ci sia uno sviluppo più accentuato delle scienze umane con ampie ripercussioni positive tra gli appartenenti alla categoria in termini di possibilità di lavoro.

In Italia, invece, riguardo al Counselling è stato assunto un atteggiamento tipico del periodo proibizionista: garantista e ostile. Invece di comprendere e accogliere sono state innalzate barricate, ma andiamo con ordine.

La questione, a mio parere, va affrontata tenendo conto di due livelli: uno normativo, istituzionale e uno professionale.

Tutto cominciò mi  pare nel 2010, con l’Ordine Psicologi Lombardia che su propria libera iniziativa e slegato da un movimento coordinato a livello nazionale, aveva invitato le Scuole di Psicoterapia lombarde a seguire una Carta Etica, attualmente ancora in via di definizione e approvazione. Tra gli indicatori di qualità e di condotta etica vi era anche il fatto che le Scuole non dovessero formare counselor e limitrofi (art. 8 del punto D – Organizzazione Didattica), di fatto infrangendo l’art.21 del Codice Deontologico*.

La Carta Etica così recita: Le Scuole di Psicoterapia si impegnano a non organizzare corsi che insegnino strumenti o tecniche peculiari della professione psicologica (colloquio psicologico, test, assessment, ecc.) ad allievi privi dell’abilitazione alla professione di Psicologo e/o Medico Chirurgo. Si impegnano altresì a non rilasciare titolo o altra attestazione relativa a professione intellettuale non regolamentata dalla vigente normativa.

Intanto vorrei evidenziare l’ulteriore salvaguardia della professione medica da parte della nostra categoria, senza però aprire un dibattito sulle motivazioni antiche di tale atteggiamento; al limite lo farò in un altro articolo! In secondo luogo voglio informarvi che l’Ordine della Lombardia paga dei consulenti che lavorano alla Carta Etica ogni anno e stranamente il lavoro non è ancora finito! Ancora, leggendo dal sito dell’Ordine della Lombardia, il suo Presidente dott. Mauro Vittorio Grimoldi, dice che la Carta Etica tra gli altri si pone l’obiettivo di arginare la nascita di professioni non qualificate che svolgono un’attività in diretta concorrenza con lo psicologo; secondo il CNOP siamo 83.000 (abbastanza per farci concorrenza da soli!) in Italia e credo che serva una riorganizzazione al nostro interno prima di guardare al di fuori, verso le altre professioni. Infine ritengo che un argomento così importante debba essere affrontato a livello nazionale attraverso riflessioni serie ed un lavoro organizzato e non lasciato alla libera iniziativa dei singoli Ordini, perché in questo modo rischiamo solo di aumentare la confusione invece che risolvere i problemi.

Un altro punto importante è la sentenza Zerbetto: nel maggio 2011 un gruppo di counselor e l’istituto di psicoterapia CSTG portano in tribunale un ricorso nei confronti della Carta Etica; a settembre 2011 il tribunale rigetta il ricorso affermando, in primo grado, la validità dell’art. 21; conseguentemente c’è stato il ricorso in appello (secondo grado di giudizio) dove è stata confermata la sentenza di primo grado per un motivo di forma. Il tribunale, quindi, sembra aver dato ragione al principio della Carta Etica, peccato per un paio di incoerenze: l’attuazione pratica di strumenti di controllo (radiazione dall’albo per gli psicologi che formano counselor e affini) è lasciata ai singoli Ordini regionali, in assenza quindi di un’azione organizzata a livello nazionale; inoltre in Senato giace il DDL 3270 “Disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi” che mira a liberalizzare il mercato delle professioni non regolamentate. Il governo, quindi, sta andando in direzione contraria alla “sentenza Zerbetto” creando un libero mercato anche in materia di salute del cittadino.

Arriviamo al livello professionale: in altri Paesi europei e non solo (citati sopra) c’è stato un atteggiamento pioneristico di ampia apertura mentale nonché istituzionale, che ha favorito lo sviluppo e il dialogo tra discipline varie che si occupano della salute mentale e spirituale delle persone. Oggi assistiamo alla nascita di molteplici di queste figure, la maggior parte di provenienza americana, quali il coach, il counsellor, il mentoring e altre; tutte queste sono professioni con un loro specifico sapere e campo d’intervento che all’estero ricevono dignità e considerazione al pari di professioni maggiormente note. Ad esempio in Gran Bretagna esiste la British Association for Counselling & Psychotherapy (BACP) la quale si occupa di formare counselor che per ottenere tale titolo, riconosciuto, devono seguire un percorso formativo più lungo e impegnativo di quanto avviene in Italia.

Inoltre anche altre professioni come lo psicologo, lo psicoterapeuta e l’educatore, in altri paesi europei hanno un significato differente. Il percorso istituzionale previsto per queste professioni è diverso rispetto a quanto avviene in Italia; è diverso il corso di studi, sono diversi i criteri di accesso. Ad esempio in Germania per svolgere la professione di psicoterapeuta non è obbligatorio essere psicologi o medici come in Italia. Anche le condizioni lavorative (nonché le possibilità) sono diverse e spesso le differenze tra le preparazioni corrispondono a differenze effettive d’impiego nel modo del lavoro.

In Italia, invece, il percorso è stato diverso e la psicologia ha indirizzato le proprie energie a divenire una disciplina scientifica riconosciuta al pari della medicina; la modalità scelta dagli esponenti della materia per perseguire tale obiettivo è stata di irrigidire i confini intellettuali del campo di sapere della psicologia differenziandola sempre più da altre forme di sostegno alla persona, nel tentativo di individuarne le peculiarità e creare così un’ expertise specifica. Il risultato pratico però non è corrisposto ad una differenza nel mondo del lavoro, infatti ancora oggi siamo in presenza di sovrapposizioni di ruolo tra educatori e psicologi, per non parlare delle professioni non riconosciute come, appunto, i counsellor.

Io credo che sia impossibile salvaguardare la salute dei cittadini mettendo degli argini a professioni altrove riconosciute, sia perché la globalizzazione porta proprio a influenzamenti reciproci tra un Paese e l’altro, sia perché non è eticamente corretto decidere “chi vive e chi no”, cioè decidere quali sono professioni degne di esistere e quali no. Perché invece di perseguire questa strada non impariamo dai nostri “vicini” (pratica purtroppo, a mio modo di vedere, sempre meno esercitata) e ci impegnamo nel sistematizzare ed organizzare le professioni che si occupano della materia più complessa e sfaccettata di tutte: l’essere umano? Pensare di essere l’unica professione in grado di occuparsene lo trovo il risultato di un atteggiamento narcisistico che vuole esercitare la propria onnipotenza per rinfrancarsi dalle frustrazioni ed umiliazioni subite da altre professioni più potenti. Non siamo in caserma e non è il caso di esercitare del “nonnismo” su chi arriva dopo, questo atteggiamento non fa crescere né noi come categoria professionale né la società tutta. Allora creiamo delle partnership in cui definire in modo chiaro le competenze di ognuno in modo da operare come una serie di ingranaggi che ben incastrati fanno funzionare la macchina.

Infine non dimentichiamoci che anche noi psicologi “rubiamo” il lavoro ad altre professioni: prima fra tutte agli educatori, quando veniamo assunti da cooperative per fare gli educatori anche quando la nostra formazione è differente.

 

Jgor Luceri

 

*Art 21: lo psicologo, a salvaguardia dell’utenza e della professione, è tenuto a non insegnare l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo, a soggetti estranei alla professione stessa, anche qualora insegni a tali soggetti discipline psicologiche. È fatto salvo l’insegnamento agli studenti del corso di laurea in psicologia, ai tirocinanti, ed agli specializzandi in materie psicologiche.

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