LASCIATE IN PACE CARL ROGERS

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Nei dibattiti della nostra categoria c’è una parola che è sempre più presente: COUNSELING! Sfido chi legge a darmi torto.

Non c’è occasione in cui, tra colleghi, l’argomento non venga fuori e credo per questo che sia il caso di dedicarvi un po’ di attenzione provando a fissare qualche punto.

Il mio obiettivo in questo articolo non è di quello di lanciarmi in una difesa corporativa della professione di psicologo, ma di sottoporre alcune riflessioni di ordine storico, teorico e normativo.

Innanzitutto “counseling” è un termine inglese che è spesso usato come sinonimo di psicoterapia e, onde evitare confusioni, è così che dovrebbe essere tradotto. Un esempio può essere ritrovato nel testo “Guida al counseling” della Franco Angeli dove i termini “terapia”, “terapista”, “counseling”, “counselor” sono utilizzati come sinonimi. Cito ad esempio alcuni estratti da pag. 13:

“Il processo del counseling – ciò che fanno terapeuta e cliente in una seduta – influenza il risultato, il successo della terapia”

“La sua formazione comprende lo studio delle diverse terapie”

Ho notato, visitando siti di counselor, che spesso viene citato Carl Rogers come padre del counseling, probabilmente ignorando che Carl Rogers era uno psicologo e che la sua proposta era prettamente psicoterapeutica, tanto è vero che si chiama “terapia (sic!) centrata sul cliente”.

Ribadisco, in inglese counseling e psicoterapia sono sinonimi (al limite in alcuni casi con sfumature diverse) e così dovrebbero essere considerati anche in italiano.

Credo sia su questa ambiguità di linguaggio (e sul fascino indiscusso esercitato sulla nostra società dalle parole inglesi che sembrano dare un che di innovativo) che si è venuto a creare il fenomeno dei counselor. Come a dire: se diamo un nome diverso (e che suona bene) alla stessa cosa diventa un’altra cosa e non sottostà alle stesse normative.

Sicuramente gli psicologi italiani hanno le loro responsabilità, soprattutto relativamente all’enfasi da sempre data alla dimensione più clinica della psicologia, lasciando in secondo piano gli aspetti legati alla crescita personale, allo sviluppo delle potenzialità, al problem solving. Del resto buona parte dei professori universitari insegna nelle scuole di psicoterapia e qualcuno ha pensato bene di utilizzare la propria posizione pubblica per accaparrarsi clienti nel privato.

A onor del vero, in molti paesi si può essere terapeuti/counselor senza essere per forza psicologi o medici e questa è una grande differenza rispetto all’Italia. Credo, senza ombra di dubbio, che in alcuni casi si possa essere dei  buoni terapeuti/counselor anche se non si ha una laurea in psicologia e molti grandi del passato sono lì a dimostrarcelo, così come oggi conosco counselor di grande valore. Il punto è che la legge italiana dice che queste attività sono riservate agli psicologi (e tutt’al più ai medici) e c’è una marea di professionisti che ha seguito le regole e nel seguirle ha sborsato cifre notevoli, ha dedicato ore e ore alla formazione e ai tirocini vari, ha superato esami di stato, paga rette di iscrizione a un Ordine, è tenuto a obblighi specifici, è soggetto a sanzioni, non può fare pubblicità (o quantomeno ha vincoli molto forti), deve aprire partita IVA anche a fronte di un’unica prestazione professionale, deve versare i contributi alla sua cassa professionale, ecc. Altri invece sono presenti sul mercato come competitor svincolati da tutto ciò, liberi e belli. È come se in una gara sui 100 metri uno si fosse allenato per anni e si ritrovasse a correre con delle palle di ferro alle caviglie e l’armatura mentre il suo avversario, che al limite ha fatto jogging qualche volta, può correre libero e felice.

Insomma, credo si tratti di prendere qualche decisione e non credo che ce ne sia una più giusta delle altre, ma se non si prendono decisioni ora, più passa il tempo e più sarà difficile prenderne (già mi immagino poi la sanatoria per coloro che hanno fatto counseling per tot anni…). Personalmente posso anche essere favorevole a concedere a costoro (che, ripeto, in alcuni casi possono anche essere bravi) di esercitare la professione di counselor, coach, o qualsiasi altro termine vogliano utilizzare, ma per farlo rivoglio indietro tutti i soldi spesi in questi anni per la mia formazione, e i mancati guadagni relativi al tempo utilizzato per la formazione, lo studio e il tirocinio. Se questo non è possibile o non si vuole, allora le regole devono valere anche per loro e il nostro Ordine, che paghiamo per tutelare la professione, deve porsi come priorità la lotta a chi abusivamente esercita la professione sotto mentite spoglie.

Quanto detto, tuttavia, non ci svincola dalle nostre responsabilità, che hanno a che fare con la cronica incapacità di molti colleghi di immaginarsi qualcosa di diverso dalla psicoterapia o di ritenere tutto il resto fuffa. Chi sta chiuso nel proprio studio ad aspettare il paziente perfetto è il primo responsabile di questa situazione, poiché lascia il campo libero a chi (riconosciamo questo merito) ha voglia di sporcarsi le mani e andare incontro alle esigenze delle persone nei luoghi in cui queste esigenze si manifestano.

Ancora un’ultima riflessione rispetto alla formazione dei counselor, realizzata da psicologi in molte scuole di psicoterapia in cui molti di noi studiano o hanno studiato. Trovo che non ci sia alcuna controindicazione nell’insegnamento di competenze relazionali ed emotive, anzi. Molte professioni hanno bisogno di queste competenze e il loro lavoro ne può trarre estremo beneficio. Pensiamo ad esempio a infermieri, OSS, assistenti sociali, ma anche, perché no?, ad avvocati, amministratori di condominio, dirigenti, ecc.

Ciò che non può essere tollerato è l’insegnamento di tecniche di intervento psicologico che instillano l’idea che tutti possono aprirsi uno studio e ricevere persone per aiutarle da un punto di vista psicologico, relazionale, emotivo.

Sono molto contento se l’infermiere in ospedale ha delle competenze per affrontare in modo migliore lo stress a cui la sua nobile professione lo sottopone: il beneficio è suo e dei pazienti di cui si occupa ogni giorno. Sono felice se un avvocato divorzista ha un’idea chiara delle relazioni familiari e delle sofferenze a cui tutti i membri della famiglia sono sottoposti in certe situazioni: il suo lavoro potrà aiutare la famiglia nel suo complesso e non solo il suo cliente nell’ottica mors tua vita mea.

Sono molto meno entusiasta se un infermiere o un avvocato ricevono persone per affrontare disagi esistenziali e fasi critiche della vita, per situazioni di difficoltà e incertezza, percorsi di autoconsapevolezza (tutti termini trovati in rete, non inventati da me). Capite che la differenza è enorme.

Vi lascio con l’articolo 21 del nostro Codice Deontologico, che qualcuno avrebbe bisogno di ripassare e che altri avrebbero il dovere di fare rispettare:

“Lo psicologo, a salvaguardia dell’utenza e della professione, è tenuto a non insegnare l’uso

di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo, a soggetti

estranei alla professione stessa, anche qualora insegni a tali soggetti discipline psicologiche.

È fatto salvo l’insegnamento agli studenti del corso di laurea in psicologia, ai tirocinanti, ed

agli specializzandi in materie psicologiche.”

 

Davide Debertolo

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3 pensieri su “LASCIATE IN PACE CARL ROGERS

  1. Complimenti per l’articolo, scritto molto bene e illuminante su un aspetto inconsueto quanto importante: il significato del termine ‘counseling’ nel suo contesto culturale e linguistico di origine: ‘psicoterapia’. Più che da molte e complesse argomentazioni che hai più appaiono come sterile difesa corporativa, questa semplice osservazione basta già a svelare l’equivoco di base. Ringrazio l’autore.

  2. Dott. ALDO GOMBIA PSICOLOGO E PSICOTERAPEUTA ha detto:

    Sono totalmente in accordo su ciò che dice Davide Debertolo. Ho 64 anni Psicologo con doppia specializzazione. Laureato alla Sapienza di Roma, pur essendo di NAPOLI in quanto era l’Unica Università. ,Un anno di tirocinio post- laurea presso un servizio di salute mentale con obbligo di frequenza, esame di stato con esami scritti ed orali sempre presso l’Università La Sapienza di Roma…..anni di studi , di psicoterapia (costosa) , di scule di specializzazioni costose…..per essere equiparato ad un Counselor. E’ totalmente fuori dal sociale chi afferma che poi “la gente sa distinguere” NON E’ VERO! Conosco migliaia di persone che non sanno la differenza fra Neurologo, Psichiatra, Psicologo e Psicoterapeuta.Nemmeno nella classe medica c’è questa conoscenza! Figuriamoci quindi l’ulteriore confusione. Molti di noi vengono a conoscenza di counselor che fanno Psicoterapia ,ma chi li va a denunziare per abuso della professione, accollandosi spese e tempo. Dovrebbero essere gli Ordini a tutelare la nostra professione!!!!!!!!!!!!!! Anche le stesse scuole di formazione per Specializzazione in psicoterapia fanno corsi per cunselor. Allora bisogna abolire il nostro codice deontologico?!!

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