Riflessioni di una psicologa sull’orlo di una crisi di nervi

Ho partecipato di persona al flashmob organizzato dal CPPP e, ogni volta che prendo parte a queste iniziative collettive, mi rendo conto “l’unione fa effettivamente la forza”.

Noi psicologi, soprattutto noi giovani psicologi, siamo tra le categorie professionali più numerose (basta guardare i nostri numeri di iscrizione all’albo!), siamo una grande massa con un potenziale enorme. Quante cose potremmo fare se solo per un attimo ci fermassimo a riflettere davvero sulla nostra condizione, sugli sforzi e i sacrifici che ci hanno chiesto e ci chiedono costantemente per avviare una professione che sembra non ingranare mai, anziché continuare ad accettare più o meno passivamente tutto ciò che il sistema professionale e formativo ci impone.

Spesso mi interrogo sulla ragione per cui la nostra comunità professionale, tutti i nostri colleghi (io compresa), non si sono ancora attivati in massa per dire cercare di cambiare qualcosa… Perché in fondo è del nostro futuro lavorativo e personale che si parla. La frustrazione per le precarie condizioni di lavoro (e di vita) c’è, la rabbia per avere investito tanto in un percorso professionale che non da i suoi frutti c’è, l’indignazione per le continue e spropositate richieste (lavoro gratis, formazioni a pagamento, ecc.) fatte alla categoria professionale c’è, la delusione per i propri progetti professionali c’è, la fatica e la stanchezza nel dover portare avanti la professione con un altissimo dispendio di energie (e di soldi) e scarsi ritorni, direi che sono presenti…

Insomma, mi sembra che ci siano tutti gli ingredienti necessari per dare vita, insieme, ad un grande cambiamento, per attivare quel potenziale enorme che, data la nostra numerosità, avremmo. Quindi mi chiedo: cosa deve ancora accadere perché riusciamo ad attivarci tutti insieme per tutelare la nostra professione e, direi, il nostro futuro (visto che è strettamente legata al lavoro!)? Quale è l’ingrediente che manca per farci uscire da questa condizione di passività?

Se non facciamo qualcosa ORA quali prospettive ci sono per noi nei prossimi anni? Dico davvero, se avete qualche idea rispetto a queste domande per favore ditemelo, perché io da sola non riesco più a trovare una risposta convincente…

Bianca Casella

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6 thoughts on “Riflessioni di una psicologa sull’orlo di una crisi di nervi

  1. Marco ha detto:

    Cosa manca ? Io penso la spinta politica perchè si varino delle riforme in nostro favore.

    Detto questo vorrei però dire una cosa. Durante i miei anni di studio (in psicologia), ogni volta che ho chiesto cosa intendi fare dopo la laurea, la risposta è stata “non lo so'”. Io credo che allo studente di psicologia medio manchi la progettualità, si studia e si fanno corsi e corsetti senza fermarsi a pensare come potrò spendere quelle conoscenze. Un po’ come gran parte del libri che si studiano si manca di praticità, troppe chiacchiere e aria fritta, serve più concretezza sia nel percorso di studio che nella mente di chi si affaccia a questo percorso.

    • la mancanza di rappresentanza dello psicologo è senza dubbio un fatto reale e concreto. Al cppp ne parliamo e discutiamo da tanto e ci trovi totalmente d’accordo. è necessario mettere da parte le differenze e gli interessi individuali per cercare di ottenere qualcosa di più per tutti.

  2. gogo ha detto:

    sì ok ma la spinta politica deve venire da noi non si crea da sola..
    cmq dal mio punto di vista quello che manca è la visione dello stato di cose ovvero nessuno capisce bene cosa fanno i colleghi più grandi, in che situazioni lavorano ecc.
    io fino al 4° anno credevo che dopo la laurea specialistica si andasse a cercare lavoro! magari la consapevolezza la si acquisisce quando si hanno finito gli studi ma prima è difficile

  3. gogo ha detto:

    ah e vorrei specificare che non è che manca proprio la progettualità negli studenti o la voglia di capire “cosa c’è dopo” ma a volte non si sa dove trovare le risposte.. i professori non parlano mai di questi argomenti (sembra quasi sia un tabù parlare delle condizioni di lavoro degli psicologi) una volta sono andata apposta allo sportello orientamento dell’università a chiedere quali sbocchi ci fossero col mio indirizzo di studi e mi sono trovata davanti una giovane dottoranda che non mi ha saputo dire niente perchè era di un’altro orientamento (neuropsicologico vs clinico) solo con lo stage pre-laurea (che sottolineo non è obbligatorio ma ho scelto di fare volontariamente) mi sono un attimino chiarita le idee su COSA CAVOLO FA UNO PSICOLOGO.
    scusate lo sfogo

      • Bianca ha detto:

        Sono d’accordo con ciò che è stato detto. Non è del tutto chiaro cosa può fare uno psicologo dopo la laurea e questo rende più difficile per ogni studente/laureato ipotizzare un possibile progetto professionale per il futuro. Anche io, quando frequentavo l’Università, avevo la sensazione che ci fosse una sorta di tabù sul “dopo”, il futuro mi appariva molto nebuloso. Ad un certo punto mi sono detta che se alla domanda: “ma cosa fa, di fatto, uno psicologo nel mondo del lavoro?” non ho mai ricevuto risposta, forse effettivamente una risposta non c’è. E allora meglio evitare l’argomento e creare un tabù. Ora mi sto chiedendo se chi si occupa di politica professionale (e, dunque, dovrebbe operare per trovare una risposta) sta svolgendo al meglio il suo lavoro o potrebbe fare qualcosa di più…Penso però, come emerge anche dal post precedente del Coordinamento, che a questo punto tocchi anche a noi singoli psicologi lavorare per creare degli sbocchi professionali, degli spazi in cui la psicologo può operare e offrire le proprie competenze alla cittadinanza. Insomma è necessario trovare delle soluzioni creative che riescano a mettere insieme il bisogno di interventi psicologici (che a mio avviso è molto presente ma forse poco riconosciuto) e le nostre competenze. Non è facile perchè penso si tratti di “ideare qualcosa di nuovo” anzichè percorrere i binari precostituiti della formazione (che io personalmente sono sempre stata abituata a seguire). Dare vita al nuovo richiede, in qualsiasi ambito, uno sforzo molto grande…Se questo sforzo lo facessimo insieme, anzichè ognuno per conto suo, non risulterebbe per tutti molto più sostenibile?

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