La psicologia è giovane, ma è per giovani? Ovvero : La generazione abbandonata

Immagine

Le percentuali sono di quelle che si spiegano da sole: il 68,35% degli psicologi iscritti all’albo piemontese ha meno di 46 anni. Quando ho iniziato a spulciare tra le età dei miei colleghi mi aspettavo di trovare un divario sostanziale tra le nuove e le vecchie leve della psicologia ma, lo confesso, non mi sarei mai atteso un dato così netto. Esso, a mio avviso, necessita di alcune considerazioni e spero che ciò dia il via ad un dibattito, necessario ed urgente, tra i professionisti della nostra professione.

La fetta più grande e consistente degli iscritti all’ordine è quella che viene chiamata, oramai troppo spesso, la generazione perduta; quella generazione che si ritrova a vivere grandi difficoltà nel trovare un lavoro, nel mantenerlo e nell’avviare qualsiasi tipo di attività, complici i tagli e la carenza di risorse. È quella generazione che è figlia di errori che in molti casi non ha potuto nemmeno vedere commettere. La nostra professione non fa, purtroppo, eccezione e in questo caso i “perduti” sono più di 4000 individui solo in Piemonte.

Quello che colpisce e turba è che essi sono la stragrande maggioranza del “Sistema Psi”. Questo dato, oltre a preoccupare per le sorti delle vite delle singole persone che soffrono e faticano, ci pone davanti ad interrogativi urgenti. Quello che ho potuto constatare, parlando con numerosissimi colleghi frequentando le serate del Coordinamento, è che nella maggior parte dei casi di quel settanta per cento solo pochissimi riescono a vivere e professano per davvero il mestiere dello psicologo. Molti fanno altro, dall’educatore ai mestieri più differenti. Ma se ciò è vero, quello verso cui si sta andando è un impoverimento collettivo per la figura dello psicologo che, scusate la forzata iperbole, rischia il collasso o l’estinzione. Perché quel dato è destinato a crescere a dismisura con l’arrivo delle imminenti ondate di nuovi laureati e la oramai sempre minore speranza di vedere comparire qualche bando o contratto nell’area del SSN non alleggerisce gli animi. Purtroppo questo divario e la esiguità di numero degli over45 e degli psicologi a tempo pieno è un danno per tutti perché riduce la voce ed il riconoscimento della professione stessa la quale, di fronte alle numerose sfide a cui è sottoposta, sembra non riuscire a reagire.

Immagine

Perché solo poco più del trenta per cento degli iscritti ha più di quarantacinque anni?

La nascita della psicologia come la indentiamo oggi in Italia è sicuramente recente. Il primo corso di laurea è ufficialmente nato a Padova con l’approvazione dei decreti 183 del 21 luglio 1971 e 279 del 5 novembre 1971. Quasi quarantuno anni fa, dunque.

E prima di esso la figura dello psicologo non esisteva?

Solamente con la legge proposta dal senatore Adriano Ossicini nel 1989 fu istituito l’ordine degli Psicologi. Tale legge previde una sanatoria per tutti quei professionisti che lavorano di fatto in ambito psicologico ma che avevano anche altri percorsi formativi. Verranno considerati psicologi coloro che:

–          ricoprono o abbiano ricoperto “un posto di ruolo presso una istituzione pubblica in materia psicologica” (art. 32 lett. a).

–          ricoprono od abbiano ricoperto “un posto di ruolo presso istituzioni pubbliche con un’attività di servizio attinente alla psicologia,  per il cui accesso sia richiesto il diploma di laurea e che abbiano superato un pubblico concorso, ovvero che abbiano fruito delle disposizioni in materia di sanatoria” (art. 32 lett. b).

–          laureati da almeno sette anni “svolgano effettivamente in maniera continuativa attività di collaborazione o consulenza attinenti alla psicologia con enti o istituzioni pubbliche o private” (art. 32 lett. c).

–          abbiano operato “per almeno tre anni  nelle discipline psicologiche ottenendo riconoscimenti nel campo specifico a livello nazionale o internazionale” (art. 32 lett. d).

Ciò, come è ben prevedibile, fu oggetto di aspri dibattiti, soprattutto a causa della genericità dei requisiti per gli iscrivibili all’ordine. La formazione prima d’allora era stata disomogenea e senza alcun controllo effettivo. Furono comprese all’interno del neonato Ordine molte categorie affini e più o meno pertinenti con la psicologia (grande dibattito ci fu attorno al riconoscimento, per esempio, degli insegnanti di sostegno di ruolo delle scuole medie).

Perché affrontare tutto ciò in questo articolo? È un tema di attualità? A mio avviso si ed ora proverò a spiegarmi. L’iter per la formazione è diventato e sta diventando sempre più lungo, costoso, forse anche come risposta alle mancanze di regole precedenti e ai danni che ne conseguirono. Tra università, tirocinio post-lauream, esame di stato e scuola di specializzazione si arriva oggi a dieci anni dedicati all’istruzione e tanti, troppi, soldi spesi. La cosa strana è che a formare i neofiti è proprio in molti casi una generazione a cui non sono stati richiesti d’obbligo tempi e costi così proibitivi.  Perché non ci si rende conto di ciò che sta avvenendo? A contribuire allo stato delle cose c’è una evidente incapacità delle nuove generazioni a protestare, pretendere, unirsi per farsi sentire. E con ciò non è mia intenzione attribuire colpe a nessuno, né agli uni né agli altri.

Sono davvero necessari dieci anni di formazione e cinque anni di tirocini vari? Utili senza dubbio, per me lo sono stati, ma essi rischiano semplicemente di allontanare una generazione dal lavoro e impoverirla. Per esempio è davvero indispensabile portare a cinque anni le scuole di specializzazione in psicoterapia? Oramai si sa che questo capiterà, si vocifera da anni ma non se ne discute, sembra quasi non si possa fare. Ho posto spesso questa domanda, anche ad alcuni membri dell’attuale Ordine, e la risposta che mi sono sempre sentito dire è che non dipende da nessuno, che sono decisioni che vengono dall’alto. Voglio credere alla buona fede di tutti, non voglio pensare che quell’anno in più faccia gola a molti che di formazione vivono e, quindi, voglio credere anche che a decidere su tale argomento siano per davvero in pochi, magari a Roma, magari a Bruxelles. Quello che però non accetto è che non ci si indigni e non si protesti, non facendo nulla per impedirlo. Quell’anno in più avrà un peso enorme, saranno tre o quattromila euro (alle volte anche di più) che un giovane ragazzo dovrà pagare e per farlo spesso dovrà fare un qualsiasi lavoro sottopagato o sarà costretto a rimanere in famiglia.

Questo non può passare in secondo piano e mi piacerebbe immaginare, sempre rimanendo in buona fede, che chi ha il compito di rappresentare la nostra professione e chi ne assume le massime cariche possa unirsi al coro di persone che, a breve, tenterà di fermare e cambiare queste ingiustizie. È dovere di tutti ragionare su ciò che non va e mostrare, a chi non li vive sulla propria pelle, i malfunzionamenti e i punti critici.

Il consiglio dell’Ordine, d’altronde, vede le percentuali sull’età dei propri componenti tristemente capovolte. Chi forma dovrebbe dimostrare di avere come propria priorità non il guadagno personale ma la crescita della professione, che è di tutti (e sono convinto che in moltissimi casi è per davvero così).

Ho trentatre anni ma non mi sento perso, so cosa vorrei fare e sto facendo di tutto per ottenerlo. Più che perso mi sento, troppo spesso, solo. La mia è una generazione abbandonata a se stessa e senza strumenti. Non ho colpe per questo stato di cose ma ho deciso, come tanti altri, di fare tutto quel che posso per reagire e ottenere, con l’aiuto di tutti, qualcosa di più equo e giusto.

Dario Fieni

Immagine

Annunci

20 pensieri su “La psicologia è giovane, ma è per giovani? Ovvero : La generazione abbandonata

  1. Filippo Gibiino ha detto:

    Dario, condivido per molti aspetti il tuo articolo. Penso che rimadare l’esperienza lavorativa così in là nel tempo, mi riferisco alle scuole di psicoterapia, impoverisca molti ragazzi. Ho frequentato 3 scuole di psicoterapia solo in occasione di convegni, presentazioni di libri, promozione… In queste pochi momenti ho sempre avuto il sentore di trovarmi immerso in un clima troppo scolastico, in cui lo psicologo si comportava e veniva trattato dai docenti ancora come una matricola. Gli atteggiameti che ho trovato da parte di docenti/alunni mi hanno lasciato molto perplesso.

    • michela ha detto:

      Sono d’accordo con te Filippo! MI sono iscritta alla scuola di psicoterapia a gennaio a 7 anni dalla laurea. sono tra le piu’ “anziane” della mia classe. Prima di iscrivermi sono andata a qualche presentazione: l’atteggiamento di chi illustrava la proposta nella maggior parte dei casi era la medesima dei professori di fronte a studenti imberbi, con il “tu” nel rispondere a domande che venivano poste con il “lei” e con commenti del tipo “…qui c’è addirittura qualcuno che ha già dato l’esame di stato!!”, come se la “normalità” fosse rivolgersi a chi ha appena terminato un ciclo di formazione per cominciarne un altro senza aver fatto esperienze o acquisito competenze nel frattempo; parlando sempre amabilmente e cordialmente dall’alto in basso.
      Trovo d’altro canto che la mancanza di esperienze sul campo di chi fa la scuola “troppo presto” (non parlo solo di età anagrafica) non favorisca un’impostazione di confronto tra professionisti (piu’ e meno esperti) quale credo dovrebbe essere una formazione in psicoterapia.
      sono convinta che questo alimenti l’impostazione scolastica dei corsi di psicoterapia incidendo spesso negativamente sulla qualità della formazione!

  2. Dario Fieni ha detto:

    Già Filippo! Poi sono convinto che non tutte le scuole e non tutti i docenti che ne fanno parte hanno come scopo quello di autoalimentarsi. Alcuni miei insegnanti, ne sono sicuro, lo fanno per passione e perché ci credono. Per questo non parlo tanto di colpe, quanto di diffusa cecità! Siamo stati ciechi un po’ tutti ed è ora di iniziare ad aiutarci a vicenda ad aprire gli occhi!

  3. Ciao colleghi, ho 56 anni, ma sono vicina alle vostre problematiche e ai temi discussi sopra e non immune dalle difficoltà della psicologia ad essere riconosciuta come scienza seria e valida.
    La crisi economica aggrava una situazione già grave, ma la responsabilità dell’aumento degli psicologi non è nella legge istitutiva dell’ordine, ma nel proliferare dei corsi di laurea. E delle scuole di psicoterapia.
    ci sono più psicologi in Italia che nel resto d’Europa che vogliono fare tutti i terapeuti.
    Mentre la psicoterapia diventa sempre di più un prodotto di lusso: ma chi se la può permettere? Costi, tempo, impegno sono troppo lontani dalla vita quotidiana della gente.
    E allora? Siete giovani non siete cresciuti con il mito del posto fisso, avete dimestichezza con la rete sia come strumento che come metafora. Cercate di capire cosa volete fare: se davvero volete essere terapeuti perseguite il vostro obiettivo con tutte le vostre forze, Io l’ho fatto: insegnavo, mi sono laureata a 32 anni (senza i permessi del diritto allo studio- nello stato non ci sono) ho frequentato la scuola di formazione e ho fatto un percorso di psicoterapia personale piuttosto impegnativo. Era quello che volevo, lavoravo e studiavo è stato faticoso, ma quanta soddisfazione!
    Adesso credo che la psicologia abbia compiti più significativi e formativi nell’ambito della scuola, della medicina, del lavoro dello sport, del tempo libero, del la pubblicità, del marketing dcc. Essere psicologi vuol dire avere studiato come funziona la nostra mente (iintendo aspetti cognitivi, empivi, comportamentali, neuro fisiologici).
    Le applicazioni? Dove c’è un essere umano c’è qualcosa che uno psicologo può fare. Pensateci, riunitevi, discutete, fate nascere idee, trasformateli in progetti e cercate di costruirli. Ne va bene uno su 3? e voi fatene 4! Non arrendetevi avere studiato psicologia, più che altri corsi di laurea, vuol dire aver acquisito strumenti per comprendere le situazioni…. si possono usare facendo psicoterapia , gli educatori, e mille altre cose.
    I laureati in legge non fanno tutti gli avvocati o i magistrati!
    Dai inventatevi qualcosa, anzi tante cose! Vi abbiamo lasciato un mondo difficile, anzi ce lo teniamo noi e non vi lasciamo spazio, non protestate, prendetevi in mano la vostra vita professionale (e non). Noi non ce ne accorgeremo neppure chiusi nel nostro ottuso credere che i vecchi sistemi di potere funzioneranno sempre… la rete, intesa com internet, ma anche come modo di pensare è vostra ed è libera.
    in bocca al lupo!

  4. Mi domando:
    -cosa vogliamo in Italia? un percorso di studi in Psicologia (… ma non solo, il discorso vale anche per architettura, lettere, legge, …) da frequentare soprattutto per un interesse personale, aperto al maggior numero possibile di studenti, che si frequenta al di là delle prospettive lavorative, oppure un percorso di studi (tipo ingegneria, …) che offre la quasi certezza di trovare un lavoro coerente con gli studi fatti ma che limita a priori il numero degli iscritti all’università?
    In parole povere, l’università si fa soprattutto per cultura personale o per avviarsi al lavoro? Mi pare che fino a poco tempo fa la cultura prevalente in Italia fosse a favore del diritto allo studio fino alla laurea per tutti, con la postilla di libera scelta della facoltà al di là delle proprie attitudini. Che le Facoltà di Psicologia siano state e siano ben contente di ciò (non mi pare che ci siano grandi barriere all’ingresso per questa Facoltà), tranne poi, ogni tanto, fare come i coccodrilli che piangono dopo aver mangiato, riscoprire le leggi del mercato, della domanda e dell’offerta.
    Questo articolo, e i numerosi giovani che rifiutano di parcheggiarsi all’Università, dimostrano che questo orientamento sta cambiando (d’altra parte, se non sbaglio, la scuola moderna di massa nacque più per soddisfare la domanda di mano d’opera qualificata da parte delle industrie che non per promuovere la cultura fine a se stessa).
    Domanda: cosa succede all’estero in Paesi che hanno una realtà economica simile alla nostra (ovvero, non perdiamo tempo a confrontarci con Paesi, come quelli anglosassoni, che hanno economie basate su medie e grandi aziende mentre in Italia il tessuto economico è fatto soprattutto da piccole e micro imprese)?
    -perché si parla di un percorso di studi in Psicologia lungo e impegnativo come se fosse una cosa negativa?
    A parte il fatto che approfondire le proprie conoscenze dovrebbe essere, oltre che un obbligo morale verso i propri Clienti, un piacere per chi ha scelto liberamente questi studi, non dimentichiamo che al giorno d’oggi non esiste professione, per umile che sia, che non imponga uno studio continuo (solo per fare un esempio: ieri per riparare una automobile bastava la passione per la meccanica ed essere disponibili a sporcarsi le mani, oggi se non si padroneggia anche l’elettronica è inutile guardare un motore). Teniamo poi conto che la maggior parte dei lavoratori cambia (a volte per scelta, ma spesso per necessità) lavoro 3-4 volte nel corso della propria vita, il più delle volte dopo una radicale riqualificazione. Perché gli psicologi dovrebbero essere esentati dallo studio continuo? Mi fanno paura i “professionisti” che pensano di essere a posto solo perché hanno 10 o 13 anni di studio alle spalle, o un pezzo di carta, perché di sicuro sono dentro si sé dei dinosauri. Non mi preoccupo per loro, … peggio per loro, mi preoccupo per i loro Clienti, che inevitabilmente non ricevono quanto il progresso della conoscenza permetterebbe e quanto avrebbero diritto di ricevere da un vero Professionista.

    • michela ha detto:

      non c’è nulla di male in un percorso di studi lungo e impegnativo se però mi serve per la professione che svolgo e non come l’eterno tassello mancante per riuscire finalmente a farla! Con questo non intendo addossare la responsabilità di quello che considero un sistema cannibale solo a chi la fa e vende. Credo che vada in parte condivisa con chi ne fruisce illudendosi che sia proprio quel tassello mancante il motivo del proprio non riuscire ad esercitarla.
      Certo è difficile non notare come chi mi forma e mi ha formato faccia spesso parte di quella generazione che è diventato psicologo e psicoterapeuta senza nemmeno aver fatto psicologia e che le politiche professionali decise da quel 13% che cita Dario nel suo post sono state parecchio miopi (a non voler pensar male…).

      • Cosa serve per cambiare la situazione, per trasformare (il vissuto del)la formazione da strumento per avere un pezzo di carta che abilita a fare qualcosa a mezzo economico (apprendere da chi già conosce è più efficiente che non apprendere da soli) per acquisire conoscenze?
        La situazione è quella che è, e tutto sommato serve a poco cercare i colpevoli dello stato attuale, più produttivo è individuare cosa si può fare per cambiarla …dopo aver deciso in che direzione andare, cosa che non mi sembra così universalmente condivisa dalla comunità degli psicologi italiani (per questo suggerivo di guardare anche all’estero, per far tesoro anche di altre esperienze).

      • Dario Fieni ha detto:

        Mi piace quel che hai scritto ed ora ho capito che non siamo poi tanto in disaccordo. Si può iniziare a pensare insieme, qui nel nostro piccolo, a come cambiare le cose.

        Perché per esempio non pensare ad una formazione tra professionisti fatta di scambio? sarebbe così assurdo e insensato donare un’ora del proprio tempo all’anno per (in)formare gli altri su quel che si sa e quel che si pensa?

        e potremmo finalmente passare dal verbo formare al verbo comunicare.. Si potrebbe per esempio pensare a dei gruppi di formazioni gratuiti (o a contributi simbolici) volti ad unire i professionisti. chi vuol parteciparvi deve donare un’ora del suo tempo, una sorta di banca del tempo! Anche chi è alle prime armi..

        Perchè credo, come hai detto bene tu Sergio, che si ha sempre da imparare e lo si può fare anche da chi è alle prime armi, e per certe cose forse anche di più.

        Concordo sul guardare cosa capita all’estero, ma non credo che troveremo la soluzione perfetta in qualche altro paese.. ma qualche spunto.

        Altra proposta, scriviamo un articolo a due (tre, quattro, cinque) mani su questo tema e lo postiamo qui? chi ne ha voglia? tu sergio? del tipo un dialogo su questo tema, fatto di botte e risposte e proposte..?

  5. Dario Fieni ha detto:

    ciao sergio, sarei d’accordo con te, in linea di principio.. ma hai omesso una cosa: la formazione costa..e tanto! se quei dieci anni non avessero un costo avrebbe senso il tuo discorso.. come anche quello sulla formazione continua.. Se molti di noi specialisti decidessero di donare del proprio tempo gratis ai neofiti potrei appoggiare del tutto il tuo discorso. O propendi per una formazione solo per pochi, per chi può permettersela? altro appunto: i dati parlano di iscritti all’albo, non laureati in psicologia: chi è iscritto all’albo dovrebbe fare di mestiere lo psicologo, è l’albo dei professionisti.. ti ringrazio per il tuo commento, è sicuramente un altro punto di vista e spero che possa servire ad aprire ancor di più il dibattito

    • La formazione costa sempre, per tutti i lavoratori, perché i docenti devono vivere e quindi il loro lavoro va remunerato. La cosa è universale, vale in tutti i settori, e in realtà è meno gravosa per i settori dove conta quasi solo il know-how degli operatori e non anche investimenti in macchinari, merci, … (vogliamo, ad esempio, confrontare i costi di avviamento e mantenimento di uno studio per un Dentista e per uno Psicologo?)

      Visto che la selezione per gli psicologi non viene fatta a monte, e che l’offerta supera di gran lunga la domanda, la selezione finisce per essere fatta a valle.
      Sono d’accordo che i costi elevati dei corsi, anche se aiutano a fare selezione, non sono il mezzo migliore per selezionare i migliori.

      Albo! a parte che sembra siano destinati a sparire, chi ha mai detto che basta essere iscritti ad un albo per avere lavoro (fare di mestiere lo psicologo)?
      se così fosse avremmo trovato il modo per azzerare la disoccupazione nel mondo!
      Non basta essere iscritti ad un albo, servono clienti e saper gestire la propria attività in maniera economica.
      Come in tutti i settori, non bastano le sole competenze tecniche per aver successo. Un libero professionista DEVE avere competenze organizzative, manageriali, per gestire la propria attività come un’azienda che produce valore. Non basta saper “fare lo psicologo”, occorre saper gestire una “azienda che eroga servizi psicologici”.
      Se serve un supporto, posso dare una mano. Non perché ho il bollino di Coach professionista rilasciato dall’International Coach Federation ma perché ho le competenze per farlo (esperienza sia come dirigente d’azienda che come coach a dirigenti d’azienda)

      • Dario Fieni ha detto:

        Dunque … Chi forma deve vivere e quindi deve guadagnare.. chi si forma deve farlo per un interesse personale ed accettare costi proibitivi. Lui non deve vivere? Questo discorso secondo me non fila.. e soprattutto non fila la selezione a valle perchè finisce con l’essere una selezione che dipende dal conto corrente e non dalle competenze. Capisco Sergio la tua posizione, sei un formatore, e sono sicuro che tu lo fai perchè ci credi e stai cercando di spiegarci il senso del tuo lavoro. Quello che voglio dire io è che se non si trova un accordo “generazionale” (chiamiamolo così) a breve non ci saranno nè formatori nè formati. Tu ci stai? è una sfida che si può affrontare?

    • Scusa, non mi sono spiegato bene. La formazione professionale non avviene, nella maggior parte dei casi, per un semplice interesse personale (per “cultura”) ma, come un qualsiasi altro investimento, per convenienza economica (investo X in formazione perché questo mi permetterà poi di guadagnare Y). Se uno ritiene che un investimento conviene, lo fa, se ritiene che il ritorno non sia adeguato, non lo fa … salvo, nel caso specifico di cui stiamo parlando, distorsioni (volute da una parte della stessa comunità degli psicologi) per cui un certo pezzo di carta è indispensabile per puri motivi legali (è come l’acquisto della licenza dei taxisti, necessaria per poter entrare a far parte della casta dei taxisti).
      Purtroppo la scelta di iniziare un percorso di studi in Psicologia non è per molti giovani il frutto di un calcolo di convenienza economica, una scelta basata sulle prospettive di lavoro e reddito, ma una pura scelta “culturale”, per cui l’impatto con la realtà economica viene rimandato ad un secondo momento, quando già un notevole investimento in formazione è stato fatto e diventa difficile mettere in discussione la bontà, da un punto di vista economico, della scelta effettuata anni prima.

      Selezione che dipende dal conto corrente: sono d’accordo con te, non è un metodo che seleziona le persone in base alla capacità di essere un bravo psicologo.

      Però, sarai d’accordo anche tu, in un ecosistema una selezione avviene, in un modo o nell’altro, quando una specie “prolifica” troppo rispetto alle risorse dell’ambiente.
      E se gli psicologi in Italia sono troppi, in proporzione alla popolazione e alle risorse economiche, è inevitabile che alcuni che hanno studiato psicologia debbano poi rinunciare a fare gli psicologi (che siano iscritti o no all’albo).
      Secondo Darwin la selezione premia non chi è più forte o più intelligente (e quindi, aggiungo io, neanche chi ha più soldi o ha studiato di più o ha tanti pezzi di carta), ma chi sa meglio adattarsi all’ambiente e ai suoi cambiamenti. Per cui riflettiamo bene sui consigli di Alessandra Tedeschi, una persona che ha imparato a convivere con la selezione senza farsi selezionare.

      Lavoro nel settore della formazione, ma non voglio “promozionarla”. Non serve. Se uno studia e, in senso lato, fa corsi di formazione solo perché “deve” farli e non perché ha capito che gli sono preziosi, è meglio che non faccia formazione, che risparmi tempo e denaro, tanto quello che potrebbe apprendere rimarrà una conoscenza superficiale che non verrà mai veramente utilizzata nel suo lavoro.
      Quello che cercavo di fare era lanciare un avviso: occhio, per fare impresa (e quindi anche per fare lo psicologo, ovvero gestire con successo una azienda che eroga servizi di psicologia) non basta la pura competenza tecnica in psicologia. L’ho imparato sulla mia pelle e lo vedo quotidianamente. Le aziende sono piene di manager fortissimi nelle loro specializzazioni tecniche ma che hanno serie difficoltà quando devono condurre un’azienda, anche se piccolissima, perché rimangono ancorati alle loro competenze tecniche e trascurano il resto. E’ comprensibile, hanno fatto carriera grazie a quelle competenze tecniche, ma passando da tecnici a responsabili di azienda devono imparare ben altro.

      Accordo generazionale: uhmmm, sono convinto del valore della collaborazione, dei migliori risultati che questa porta rispetto alla pura competizione, ma non conterei troppo sul realizzarsi di un accordo spontaneo tra generazioni. Perché chi è entrato a far parte di una certa casta di psicologi dovrebbe rinunciare ai suoi privilegi? E poi, siamo sicuri che il problema sia quello di quella casta e non della pura e semplice eccessiva proliferazione degli psicologi in Italia?
      Un cambiamento avviene quando l’equilibrio precedente non è più sostenibile, quando il cambiamento è necessario o opportuno ad un numero sufficiente di soggetti. Quale è il nuovo equilibrio che hai in mente?

  6. Roberto ha detto:

    Per me la formazione non è diventata altro che una speculazione di pochi.
    E’ una realtà che sta coinvolgendo quasi tutti i settori, ma il nostro in particolar modo, e anche chi invece dovrebbe tutelarci come l’ordine non fa altro che alimentare… Forse proprio perché anch’esso è gestito dai soliti “pochi”.
    La competitività formativa è importante, ma dovrebbe andare di pari passo con la volontà e la capacità del singolo, e non con le disponibilità economiche.
    Mi sembra un sistema creato solo per poter creare un ulteriore mercato sulla grande quantità di laureati.
    A questo punto forse meglio selezionare più rigorosamente all’inizio.

    • Sì sarebbe meglio selezionare prima: come? chi lo fa? con che legittimità?
      Solo tre note brevissime:
      1. gli Ordini con la formazione c’entrano solo se le persone che vengono elette rappresentano le scuole di psicoterapia. Quello della Lombardia ha fatto e sta facendo molto contro lo sfruttamento dei giovani in questi percorsi, come mai votano il 20% degli iscritti? E poi si lamentano tutti?
      2. La formazione costa troppo? NON FATELA , fate gli psicologi, invece che i terapeuti, imparate sul campo, leggete (su internet), create dei gruppi in cui confrontarsi e scambiarsi informazione e formazione, crescete insieme e tagliate fuori chi non vi piace! inventate ambiti di applicazione della psicologia nuovi o inesplorati….
      3. i maestri nella vita sono tanti e spesso servono a poco, i Maestri sono indispensabili. La psicoterapia non è indispensabile, la formazione come professionisti e come persone sì.
      Consiglio la lettura di “Wolden two” – Skinner, che i colleghi dovrebbero conoscere, se no è una buona occasione per legggerlo. E’ roba vecchia, ma se ripartite gli psic del 900 trovate idee per il futuro! Maslow, Kelly, pure Tolman, va…
      La generazione dei vostri nonni si è beccata due guerre mondiali, i vostri genitori (anche io, forse) ce la siamo presa comoda, ma dai ….
      … non arrendetevi!!

  7. Dario Fieni ha detto:

    Innanzitutto grazie a Sergio, abbiamo sicuramente punti di vista diversi ma stiamo dialogando ed è cosa rara e difficile.

    Quello che propongo è semplice: non penso ad una guerra tra generazioni o a una rivolta. Penso ad una cosa più semplice: cercare di unire tutti gli psicologi per chiedere che non avvenga un peggioramento delle condizioni attuali.
    Chiedere di non aggiungere anni di formazione a pagamento è cosa utile, a mio avviso, per tutti: per chi la deve fare e per chi la elargisce. Per i primi è ovvio il perché. Per i secondi il rischio è quello di non avere più nessuno da formare.. i costi stanno diventando proibitivi e chi decide di iscriversi a suole di psicoterapia o fare corsi sta diminuendo..

    Quindi, per esempio, un No collettivo al quinto anno di scuola di psicoterapia.
    No ai crediti ecm (o formazione continua) a pagamento.
    E la creazione, per esempio, di borse di studio per i giovani più meritevoli e con redditi bassi è un’altra strada.

    Non sono cambiamenti impossibili e non creerebbero una rottura tra generazioni e tra professionisti, anzi potrebbero aiutare il dialogo..

    Grazie anche alle altre persone che hanno commentato il mio articolo o lo hanno letto!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...