Comunicato del CPPP in merito alle recenti problematiche emerse in tema di tirocini

Alla luce delle problematiche emerse rispetto allo svolgimento dei tirocini, espresse dagli studenti in protesta, e delle reazioni di professori e professionisti dell’Ordine degli Psicologi, il Coordinamento Psicologi e Psicoterapeuti Piemontesi (CPPP) riconosce la centralità del ruolo dei tirocini in quanto occasioni formative, che dovrebbero favorire l’apprendimento della professione, all’interno di regole chiare e condivise. Tali opportunità di pratica professionale sono senza dubbio non prive di criticità e di contraddizioni, come evidenziato dal Collettivo di psicologia e dalla rete nazionale Link- Coordinamento Universitario, ma è proprio per questo che, presso il Dipartimento di psicologia, è stata costituita la Commissione Tirocini, di cui tre nostri rappresentanti fanno parte in rappresentanza dell’Ordine degli Psicologi. L’ente deputato proprio al monitoraggio e alla gestione delle problematiche specifiche, ha l’intenzione e la necessità di ricevere un rimando costante da parte degli studenti, per poter garantire la propria efficacia . Precisiamo che la Commissione Tirocini ha però bisogno dell’aiuto proprio degli studenti per individuare le sedi in cui ci sono maggiori criticità per poter intervenire tempestivamente. Per questo, i rappresentanti del CPPP, Enrica Locati, Laura Fachin e Dario Fieni, in stretta collaborazione con tutti gli altri membri della Commissione, in primis la presidente Dott.ssa Angela Fedi, sempre estremamente disponibile al dialogo e al confronto, rinnovano la propria disponibilità ad ascoltare e dialogare con i rappresentanti degli studenti, allo scopo di garantirne la tutela e l’efficacia del processo formativo.

Per qualsiasi comunicazione, rimaniamo a vostra disposizione: coordinamentopsi@gmail.com

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7 aprile: Giornata europea a difesa dei Sistemi Nazionali Sanitari

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“La dimensione relazionale è centrale nel rapporto di cura, e coinvolge il paziente come persona all’interno delle proprie reti familiari e sociali. Per questo serve un approccio multidisciplinare, in stretta sinergia con l’ambito di intervento sociale”
Manifesto 7 Aprile della Rete Sostenibilità e Salute

Il 7 Aprile, in tutta Europa, si terrà una mobilitazione europea contro la commercializzazione della salute. Alcuni psicologi del settore pubblico e privato che aderiscono a tale mobilitazione si interrogano e interrogano la propria comunità professionale anche alla luce della recente pubblicazione del Decreto sui nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) in Gazzetta che sancisce il diritto dei cittadini all’assistenza psicologica come norma dello Stato che rischia di rimanere una dichiarazione giusta nelle intenzioni ma senza consistenza.

Laddove le politiche professionali sono riuscite a sperimentare forme di collaborazione con i medici si è potuto osservare un incontrovertibile miglioramento della presa in carico delle forme di crisi dei cittadini ed una riduzione della spesa pubblica. Non è forse il tempo di riconoscere che anche noi psicologi possiamo e dobbiamo portare il proprio contributo nell’ambito della salute pubblica? Non dobbiamo forse occuparci anche noi di questo bene comune? Come mai è difficile ritrovarci ai tavoli di sanità pubblica con gli altri operatori della salute, in particolare i medici, per portare il nostro contributo rispetto alla dimensione relazionale e di significato della sofferenza. Crediamo non abbia valore?

La sofferenza che la crisi economica impone ai cittadini e alle istituzioni che dovrebbero farsene carico non può essere affrontata senza uno sguardo scettico verso un paradigma neoliberista che, privatizzando e mercificando la salute mentale, relega sempre più il contributo della nostra comunità professionale nel libero mercato. È così vero che la privatizzazione ha favorito l’assunzione delle giovani generazioni? E se le assunzioni sono avvenute, a quali condizioni si lavora oggi nell’ambito sanitario privato?

Può essere difficile combattere per la salute pubblica, settore da cui ci siamo esclusi come professionisti, relegandoci nella giungla delle cooperative e del privato sociale. Ma in qualità di cittadini salvaguardare il sistema sanitario nazionale è in primis un gesto verso la comunità tutta oltre che verso noi stessi. È auspicabile che la psicologia entri di diritto all’interno di un sistema sanitario universalistico che sia realmente attento ai bisogni della cittadinanza. Quanto costa, oggi, comprarsi un pezzo di salute?

Come professionisti siamo portatori di un sapere realmente utile per tutta la collettività, il nostro lavoro è stato sancito come diritto per chi dovrebbe beneficiarne. Ne siamo consapevoli? Quanto siamo pronti a ribadire l’importanza di adottare una visione olistica dell’uomo, dell’importanza della relazione al di fuori del nostro studio? Quanto vorremmo che tutti possano beneficiare del frutto di quello che sappiamo funzionare e dei nostri strumenti?
L’occasione di questa mobilitazione europea ci offre il pretesto per riflettere su quale direzione di sviluppo il nostro operato quotidiano stia favorendo. La possibilità di riflettere ed incontrarsi per discutere e costruire un fronte comune di lavoro sono le basi per la costruzione di una consapevolezza che non sia solo individuale ma collettiva.

Per info e sottoscrizioni : sportelloconnessioni@gmail.com

Primi Aderenti:

Leopoldo Grosso
David Ruben Barbaglia
Matteo Bessone
Guido Leonti
Marcella Cernicchiaro
Maria Teresa Fenoglio
Simone Martino
Stella Brancato
Stefano Berta
Pietro Sarasso
Chiara Tarantino
Marco Sassoon
Mara Mazzocchi
Alice Decker
Enrica Locati
Manuel Sedda
Nicoletta Chiaracane
Francesca Monoli
Francesca Malandrone
Sara Bondoli
Alessandro Livelli
Giulia Lorenzi
Simona Lucà
Marina Panato
Enrica Sarotto
Giuseppina Maila Scimemi
Gianna Sgaramella
Giulia Tirelli
Federica Torrente
Enrico Todesco
Giulia Bondone
Paolo Rabajoli
Giorgia Reiser
Viola Galleano
Dario Fieni
Caterina Laria
Massimo Campisi
Bianca Casella

Il CPPP in rete con il GASP – Gruppo Autonomi Soccorso Precari

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GASP” non è solo una delle esclamazioni che pronunciamo di fronte alle nostre disavventure da psicologi precari (o aspiranti tali): è la sigla che identifica il neonato Gruppo Autonomi Soccorso Precari.

Il CPPP entra così in rete con altri liberi professionisti e lavoratori precari per rivendicare tutele e diritti.

Oggi, solo nel Nordovest d’Italia, sono 450 mila i professionisti che lavorano come autonomi: di questi, una buona percentuale è costituita da freelance a partita Iva, impegnati con diversi committenti. Se a questi aggiungiamo i precari nel senso stretto del termine (ovvero con un unico datore di lavoro) il dato cresce a dismisura.
La condizione di precarietà riguarda ormai gran parte delle professioni un tempo considerate come “privilegiate” e che oggi invece vivono un disagio che è spia di un problema diffuso: giornalisti, ricercatori, psicologi, ingegneri, architetti, medici, avvocati, agronomi, archivisti, bibliotecari, lavoratori del mondo dello spettacolo e tanti altri. Il disagio è condiviso anche dagli studenti universitari, comprensibilmente preoccupati per il loro futuro prossimo.
Freelance e precari sono sempre più numerosi e sempre più abbandonati a se stessi.

È assolutamente necessario porre un’argine a questo fenomeno, intervenendo subito. Spinti dall’urgenza di uscire dall’isolamento (che è il primo svantaggio del lavoratore autonomo) qui in Piemonte alcuni professionisti di varia estrazione, tutti attivi nel campo dei lavori cognitivi, si sono incontrati per rivendicare insieme dal basso diritti che sembrano dimenticati. Il risultato è il progetto Gasp (Gruppo autonomi soccorso precari), che si prefigge di affrontare questioni comuni quali l’assistenza sanitaria, la sicurezza sul lavoro, l’accesso al credito, uno stipendio decoroso e continuo.

Come Gasp proponiamo un manifesto per provare ad individuare dei punti, degli obiettivi e delle proposte comuni al più alto numero di persone e categorie lavorative.

il percorso di GASP è aperto a chiunque condivida la voglia e la necessità di fare rete e riflettere su tutele, diritti e alternative costruttive per il nostro futuro.

Il Coordinamento ha seguito le fasi di creazione di Gasp e partecipa attivamente alle sue iniziative, ribadendo l’importanza di far rete di fronte a problematiche comuni a categorie professionali diverse.

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I partecipanti del flash mob #letutelenosonoungioco , tenutosi sotto il palazzo del Consiglio Regionale del Piemonte e che ha visto la presenza anche del CPPP

Per ulteriori informazioni : La pagina Facebook di GASP

Lo psicologo nella residenzialità: quando il setting incontra il paziente

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Se l’immaginario comune potesse assumere sembianza di vignetta, alle parole stimolo “psicoterapeuta”,” psicoanalista”, “psicologo” apparirebbero moltissime nuvolette con un personaggio mediamente maturo, barba bianca, occhio torvo e lettino allungato. Questa foto, statica, congelata, impedisce tuttavia di cogliere le potenzialità e le sfaccettature di una professione complessa che imprescindibilmente da un metodo e da una teoria che guida l’azione ha il suo potenziale trasformativo in una relazione, di cui il professionista ha la responsabilità clinica. Il concetto di responsabilità clinica è molto importante dal momento che implica una conoscenza teorica, una conoscenza delle proprie dinamiche interne, ed una capacità di vicinanza affettiva ed emotiva autentica mediata da una distanza professionale, quella del pensiero. La responsabilità clinica implica che il professionista metta a disposizione il proprio bagaglio per l’evoluzione emotiva e relazionale dell’altro.

Nel testo il Setting in Psicoterapia di Zavanella si riprende un interessante e storica distinzione della psicologia clinica tra set e setting, laddove il set costituisce l’insieme degli elementi esterni che caratterizzano e fanno da contenitore allo svolgersi della funzione psicologica (ambiente, colore delle pareti, mobilio più o meno caratterizzato etc..) e il Setting riferito agli aspetti interni dello psicologo (bagaglio teorico, esperienziale, clinico, personale). Lo psicologo tiene insieme questi aspetti e li declina nella relazione conoscendone l’influenza.
Il setting in quanto interno, può essere portato dietro, come la casa di una tartaruga, e può essere utilizzato tenendo conto delle condizioni esterne e anzi integrandosi ad esso.
Il set e il setting non possono essere precostituiti ma devono essere flessibili e capaci di rispondere al paziente che stiamo trattando.

Nello specifico, quando lavoriamo con i pazienti psicotici, ci troviamo di fronte ad un’organizzazione di personalità che necessita un trattamento specifico e differente da quello ritenuto comunemente un setting “classico” ed “ortodosso”. Il paziente psicotico infatti utilizza un linguaggio corporeo, simbolico, analogico, spesso ossimorico, concatenato, che può essere letto e significato solo nella relazione del quotidiano. Il paziente parla di sé attraverso gli oggetti, attraverso il suo armadio, il suo comodino, la sua scheda sim, o una sigaretta elettronica che nonostante sia continuamente riparata continua a non funzionare. Nel fare le cose insieme si costituisce tra operatore e paziente un dialogo che dalla contingenza del”fare” piano piano permette di raggiungere la creazione di un codice comune. il paziente psicotico spezza, divide la sua storia, passato presente e futuro perdono la loro dimensione di continuità e diventano un buco nero. E’ compito dell’equipe curante tenere insieme i pezzi e, con la sua presenza strutturante, nutrire l’apparato per pensare, per dirla alla Bion.

L’equipe ha in questo lavoro una funzione fondamentale perché deve contenere la storia del paziente, deve essere la sua possibilità di sentire, di pensare, di immaginare. E deve essere in grado di rispecchiare le parti scisse del paziente senza assumere un atteggiamento difensivo.

Building-your-dream-home-300x300.jpgPer questi motivi, che potrebbero essere ulteriormente e abbondantemente esplicati, la terapia del paziente grave può esprimersi in un set che abbia caratteristiche primigenie di “casa” per consentire una ripartenza evolutiva. Calore, colore, mobilio casalingo e non medico, ritualità costanti e rassicuranti, costituiscono un contenitore entro cui è possibile allenarsi nel contatto umano, rispettando le reciproche e desiderate distanze o vicinanze.

La residenzialità è il contesto che permette un contatto quotidiano con la psicosi, rende possibile osservarla, pensarla e ripensarla, è il luogo ed il tempo in cui nascono e si sviluppano relazioni particolari che hanno come obiettivo la cura e la significazione della sofferenza.
Il lavoro diventa allora quello di riattivare e rivitalizzare quei processi interrotti dalla malattia, attraverso la differenziazione degli interventi (sanitari, educativi, psicologici) che integrati gli uni agli altri forniscono un quadro coerente e trasformativo per i pazienti.
Tutte le volte che consideriamo soltanto un aspetto riabilitativo e non l’interezza dei bisogni di questi pazienti, e che non riconosciamo la complessità dell’intervento che questa tipologia di utenza richiede, stiamo lavorando a favore della psicosi e della sua funzione divisoria e frammentante. Tutte le volte che non consideriamo gli aspetti psicologici della cura, come, in integrazione agli altri, fondamentali per l’evoluzione reale dei pazienti, li condanniamo al rischio della cronicità. Tutte le volte che i pazienti tornano indietro dobbiamo chiederci se abbiamo fatto qualcosa per impedirgli di andare davvero avanti.
Questa è la responsabilità clinica di tutti coloro che lavorano nella salute mentale.
Riconoscendo l’unicità di questo specifico set e setting di cura si evince la necessità di un’equipe di lavoro multidisciplinare, formata e al contempo essa stessa “curata” (attenzione al benessere degli operatori, manutenzione delle dinamiche interne, formazioni e supervisioni permanenti che preservano dal contagio, dall’autoreferenzialità e dalla cronicità).

social-work-lecture-series.jpgIn un periodo fortemente critico per ciò che riguarda la sanità piemontese, con ripercussioni a vari livelli, vale la pena chiedersi non solo quali aspetti organizzativi ed economici della residenzialità psichiatrica vadano legittimamente rivisti e rivalutati, ma cogliere l’occasione per differenziare ed identificare i fattori efficaci e non sostituibili per garantire la funzione terapeutico riabilitativa della cura che non è riducibile all’assistenzialismo, ma volta all’evoluzione e alla dignità dei pazienti e al riconoscimento della professionalità di chi lavora nella salute mentale.

Maria Laura Trifilò, psicologa psicoterapeuta, operatore di comunità

Silvia Veltri, psicologa, operatore di comunità.

LA PRATICA CLINICA NELLA RESIDENZIALITA’: STILE DI LAVORO O POSTI LETTO?

Il 21 novembre scorso è avvenuto il primo incontro successivo alle Giornate Basagliane. In esso varie realtà rappresentative di Associazioni, Professionisti, Servizi Psichiatrici e Sindacati hanno deciso di proseguire in modo sistematico ed organizzato il dialogo sulla psichiatria. L’obiettivo è quello di dare vita ad un contenitore dove i lavoratori della Salute Mentale insieme ad illustri nomi della storia della Psichiatria Piemontese, passata e presente, possano confrontarsi e costruire, in modo partecipato, proposte e nuove idee con l’obiettivo di creare un modello per la nostra Regione. 

Nella vivace cornice di discussione accesa dalle giornate Basagliane è sorta l’interessante iniziativa delle colleghe Maria Laura Trifilò e Silvia Veltri, che operano all’interno di una Comunità Alloggio. La loro proposta prevede la costruzione di un database di “buone pratiche” e modelli efficaci in psichiatria. Per realizzare tale progetto, le autrici dell’articolo qui sotto riportato invitanto tutti i colleghi che operano in servizi ben funzionanti a fornire un’accurata descrizione della struttura e del metodo di lavoro impiegato, enucleando i principi a cui esso si ispira. Iniziano l’opera con un bellissimo esempio.

Ritenedo il progetto meritevole del massimo sostegno, il CPPP offre la sua pagina come collettore di analoghe riflessioni, con l’obiettivo di sopperire dal basso alla drammatica assenza di studi e ricerche sul settore.
Perciò ci uniamo alle autrici e invitiamo vivacemente tutti i colleghi a proseguire il lavoro appena iniziato!

La salute mentale di un individuo o di un contesto relazionale, se attuato
attraverso un servizio professionale, orientato da una teoria dei
processi mentali e regolato da una contrattazione esplicita, è da
intendersi come psicoterapia (Barone, Bellia & Bruschetta, 2010).

L’articolo che viene citato in alto mette in luce un aspetto fondante della psicoterapia e cioè l’imprescindibilità di un pensiero che guidi l’azione. La psicoterapia può essere altro da quello che classicamente si intende e può avere luoghi diversi dalla stanza dello psicoterapeuta ma non può prescindere da un pensiero, da un senso che ne costituisce le fondamenta. La psicoterapia va pensata per il paziente e i pazienti non sono tutti uguali.

IMG_9724 (2)Ci troviamo adesso a parlare di residenzialità e di servizi di cura. Si parla di cura, di terapeuticità dei servizi. C’è chi vede i pazienti psichiatrici come individui senza speranza di miglioramento e quindi immagina come risposta a questo pensiero dei cronicari in cui garantire cibo e assistenza. C’è chi li reputa pericolosi, di una pericolosità angosciante perché incomprensibile ed in questo caso propone una residenzialità fatta di sbarre e isolamento territoriale. C’è chi invece vede la malattia psichiatrica come la risposta umana ad una sofferenza che supera la capacità  dell’individuo di farne fronte e che sfocia in una frammentazione. C’è chi coglie la complessità di una condizione esistenziale che affonda le sue radici nel mentale, nel familiare, nel sociale e pensa alla residenzialità come il luogo in cui poter lavorare a questi molteplici livelli a stretto contatto con il mondo.

C’è una lente dietro ad una pratica che con più o meno contraddizioni ne definisce il nucleo e le immagini predominanti.

In seguito alla risposta del Tar che ha bloccato la delibera 30 ci siamo trovati dentro ad una possibilità di cambiamento che se da una parte ridà forza ed energia al nostro lavoro dall’altra sembra bloccarci, dinanzi a tanta complessità. Troppe cose da fare. Troppe cose da definire. Ma poi questa delibera chi la riscrive?e se diciamo, ci esponiamo, saremo ascoltati?

Forse per essere ascoltati dobbiamo ascoltare. E se c è una cosa che viene richiesta espressamente ed imprescindibilmente dalla giunta regionale in merito ai servizi psichiatrici è quella di una definizione. Cosa fate? Cosa siete? Come lavorate?

A questa domanda si può rispondere in termini di posti letto, di ascensori più o meno presenti, di porte e di uscite di emergenza,  o si può rispondere con la descrizione di una pratica clinica e di un stile di lavoro.

Noi ci abbiamo provato. Abbiamo provato a descriverci. Questo scritto vuole essere un invito rivolto ai colleghi perché si impegnino nello stesso sforzo.

Ci piacerebbe leggere una descrizione dei servizi esistenti. Ci piacerebbe leggere degli stili di lavoro che stanno alla base di certi modi di funzionare.  Forse ciò permetterebbe di uscire dal linguaggio dei posti letto e potrebbe innescare un dibattito costruttivo volto a riflettere su cosa è importante salvare e su cosa non lo è, al fine di garantire ai nostri pazienti sevizi di cura, connessi ai loro molteplici bisogni. E forse questa potrebbe essere l’occasione per confrontarci davvero su cosa intendiamo per cura in psichiatria.

Partiamo quindi dalla descrizione dello stile di lavoro della comunità alloggio presso cui lavoriamo nella speranza che questo attivi un circolo virtuoso di pensiero e di parola. I membri  dell’equipe potranno contraddire o aggiungere aspetti in aperto, libero, confronto.

Sarebbe bello se si potessero sottolineare degli aspetti mancanti, che andrebbero integrati per migliorare il servizio.

COMUNITA’ ALLOGGIO

UTENZA:

La comunità alloggio in cui lavoriamo accoglie 10 pazienti con caratteristiche di eterogeneità sia rispetto alla sintomatologia (prevalentemente psicotica), sia rispetto al sesso e all’età (dai 20 ai 60 anni).  La caratteristica di eterogeneità è considerata vincente perché consente ai pazienti di entrare in contatto con una molteplicità di esperienze raccontate e vissute e li porta ad un confronto con differenti fasi di percorso.

Il numero definito in 10 quindi ridotto, si propone l’intento di creare un clima quanto più familiare, e di consentire la visibilità e la gestione delle dinamiche emotive e relazionali. Consente inoltre agli operatori in turno di poter fornire spazi individuali ai pazienti, e di poter garantire la qualità del tempo trascorso insieme agli utenti.

FORMAZIONE OPERATORI

Caratteristica fondante della nostra equipe è la multidisciplenarietà: psicologi, educatori, oss, 1 medico psichiatra, colf . Ciò permette di integrare differenti punti di vista e competenze e di mantenere un’attenzione integrata alla cura del luogo, alla cura del sé, alla cura delle dinamiche emotive e relazionali che emergono, partendo dal presupposto che per curare è necessario avere la competenze per vedere e per raccogliere le dinamiche in atto, in maniera tale che diventino motivo di crescita e non elementi perturbanti di un equilibrio.

Questo lavoro che invece di tacitare la follia, permette di riconoscere il suo statuto di sofferenza umana e di esperienza esistenziale, fornisce ai pazienti uno spazio di crescita: la possibilità di evolvere.

Strumenti fondamentali perché l’equipe possa svolgere questo difficile compito, sono: una mensile manutenzione dell’equipe attraverso gli incontri di supervisione; una formazione continua relativa agli aspetti clinici; uno spazio di confronto tra operatori sui macrotemi della salute mentale; riunione d’equipe settimanale per aggiornamenti sui percorsi dei pazienti, discussione delle situazioni critiche e ipotesi di strategie di   intervento; passaggi di consegne giornalieri di mezzora tra gli operatori che lasciano il turno e quelli che arrivano,  per evidenziare situazioni critiche e confrontarsi sul da farsi.

INSERIMENTI

I pazienti afferiscono dai CSM del dipartimento con l’obiettivo di reinserimento progressivo nel tessuto sociale. Si tratta quindi di pazienti che per condizioni cliniche necessitano di un seguimento adeguato o per quelle patologie il cui decorso verrebbe influenzato negativamente dalla permanenza nell’ambiente familiare.

Durante le prime fasi di conoscenza viene proposto un contratto di reciproco impegno tra il paziente e la comunità in cui si esplicita la comune responsabilità relativa al percorso di cura. Costituisce questo il primo passo perché il paziente possa sentirsi soggetto attivo del suo progetto.

Nelle fasi iniziali l’attenzione dell’equipe è dedicata alla raccolta di informazioni provenienti dai curanti o da figure di riferimento che hanno avuto in carico il paziente precedentemente. Successivamente, attraverso l’osservazione diretta degli operatori, il tentativo è quello di rivalutare o arricchire le precedenti immagini del paziente a rischio di cronicità.  Allo stesso tempo, l’osservazione è indispensabile per mettere in luce risorse e criticità dell’utente.

PROGETTO

La strutturazione del progetto individualizzato avviene attraverso il confronto tra i curanti, l’equipe, i familiari e i pazienti. Quest’ ottica multidimensionale è condizione necessaria per la riuscita del progetto. Consente infatti di tenere in conto le diverse variabili implicate nel contesto del paziente favorendo il suo cambiamento e quello della sua rete. Un ascolto privilegiato è rivolto alla storia che la persona ci racconta di sè, ai suoi vissuti e ai contenuti della sua sofferenza. Altrettanto importante è l’esperienza che il paziente fa in comunità nel contatto con gli operatori e con gli altri utenti e che diventa nuovo bagaglio di narrazione e oggetto di lavoro.

Il principale strumento di lavoro è la relazione con le sue diverse funzioni e a molteplici livelli:

Con l’operatore:

L’operatore è pensato come un professionista che nel suo zaino porta una formazione, una costante messa in discussione rispetto ai propri movimenti emotivi nel contatto con gli ospiti, ed una capacità di tenere un passo autenticamente impegnato e coinvolto nella relazione ed uno capace di riflessione sul processo. Si parte infatti dal presupposto che per un reale cambiamento sia necessario un incontro umano tra le parti coinvolte ma anche la consapevolezza di star svolgendo una funzione per l’altro volta ad una sua progressione.

A scopo descrittivo ne distinguiamo alcune:

funzione protesica ( l’operatore deve sostituirsi all’utente nello svolgimento di alcune mansioni)

funzione regolativa (l’operatore deve aiutare il paziente a modular comportamenti disfunzionali)

funzione confrontativa (l’operatore promuove nel paziente la messa in discussione di comportamenti disfunzionali)

funzione empatica (L’operatore si sintonizza con lo stato d’animo e il vissuto che il paziente porta consentendo così la creazione di una funzione emotiva condivisa).

Spesso un aumento negli interventi degli operatori delle ultime voci costituisce per il paziente importanti passi di progressione nel suo percorso.

Attività riabilitativa: l’operatore individua nelle risorse del paziente delle potenzialità da poter sperimentare in attività specifiche prevalentemente svolte all’esterno dalla comunità.

Diritto alla sperimentazione: a partire dal riconoscimento del paziente come soggetto in grado di rispettare regole di convivenza, la comunità pone come imprescindibili alcune poche regole lasciando poi un margine di sperimentazione al paziente finalizzato alla responsabilizzazione delle sue azioni.

Con il gruppo:

Il gruppo è pensato come un importante risorsa per contrastare l’autismo caratterizzante il paziente psicotico, favorire la condivisione delle esperienze e pian piano una possibilità di espressione emotiva. Per questo lavoriamo prevalentemente sulla stimolazione di

Regole di convivenza: volte ad un apprendimento di modalità per incontrare il mondo ma anche finalizzate ad un aumento della percezione dei confini propri e altrui.

Confronto tra esperienze simili o diverse

Mediazione delle conflittualità e supporto al riconoscimento delle dinamiche relazionali in atto.

Questo avviene nel quotidiano, lavorando in itinere sugli accadimenti e i vissuti del tempo che trascorre ma anche attraverso una riunione ospiti con cadenza settimanale.

con i familiari

Il rapporto con i familiari sia quando si esprime in un aperta conflittualità sia quando si esaurisce in una delega del paziente ai curanti, ha in sé elementi co-determinanti il malessere e la sofferenza del paziente. Si parte dal presupposto che il paziente non costituisce un’ isola di sofferenza ma si fa portavoce di un sistema familiare che soffre. Per questo rivolgiamo la nostra attenzione a

lavorare sulla qualità della comunicazione tra paziente e familiare

lavorare sulla conflittualità

lavorare sulla flessibilità delle immagini reciproche alle volte cristallizzate dal tempo o parziali

fare in modo che la famiglia diventi una risorsa

incoraggiare i rapporti con i servizi del territorio

lavorare sullo stigma sociale

Questo avviene nel quotidiano, mediando i contatti dei pazienti con i familiari ma anche nella presenza dell’operatore agli incontri ufficiali.

-con i servizi:

Gli operatori mantengono con i servizi un aggiornamento costante, un confronto di posizioni e osservazioni ed una collaborazione rispetto ai ruoli da assumere per favorire l’evoluzione del paziente.  Ciò è finalizzato a:

favorire nel paziente il riconoscimento progressivo delle proprie difficoltà (spesso negate) e  responsabilizzazione alla cura.

mantenere la continuità

fornire nuove chiavi di lettura

fornire spunti per immaginare possibilità di evoluzione

Per ciò che concerne i momenti di crisi (parentesi fisiologiche, spesso non prevedibili, ma allo stesso tempo occasione di rilettura del malessere e possibilità di crescita), le strategie di gestione adottate prevedono uno sguardo attento dell’ equipe e degli invianti nel tentativo di affrontare all’interno della struttura lo stato di acuzie. In primo luogo si riconosce al paziente il momento di difficoltà, offrendo un cosiddetto periodo di “mutua” durante il quale vengono pensate specifiche modalità di intervento (incremento di colloqui in ambulatorio, momentaneo sostegno farmacologico, l’esonero da alcune attività, il tavolo e il letto crisi per potersi distanziare dalle dinamiche della comunità sentendosi protetti e visti nel proprio disagio). In alcuni casi l’evitamento del ricovero (per taluni vissuto come possibilità di “stacco” e medicalizzazione detensivo) non è stato possibile. Per altri pazienti il superamento della crisi all’interno della comunità è stato, grazie alla collaborazione dei servizi, un’occasione per vivere la crisi con dignità, alimentando la fiducia nei curanti e la speranza e consapevolezza di poter affrontare le difficoltà in modo diverso e condiviso.

-con il territorio

Il contatti con il territorio si rivelano di fondamentale importanza perché consentono ai pazienti di connettersi con il mondo reale, di sperimentare modalità e strategie di contatto con il mondo in una situazione protetta, e di sperimentare e rafforzare le loro risorse e aree funzionanti. Fornisce inoltre al paziente la possibilità di provare a togliersi di dosso l’etichetta di malato psichiatrico e di pensarsi come individuo che vive un’umana sofferenza, in uno spazio ricco di potenzialità. Per questo lavoriamo perché il paziente faccia:

sperimentazione di luoghi nuovi e situazioni nuove (attività riabilitative)

rilettura dei propri luoghi

sperimentazioni di autonomie

modulazione degli stimoli esterni inizialmente indotta dagli operatori. Si lavora perché il paziente impari a riconoscere quando uno stimolo è eccessivamente forte e metta in atto delle strategie di protezione.

QUOTIDIANO

Il quotidiano è fatto di azioni, di cose che si fanno insieme a partire dal rifare il letto fino ai piatti della sera, ma anche di momenti in cui si sta vicini, in silenzio, in ascolto di cosa accade dentro, o momenti in cui si può provare a dire cosa sta capitando. Ci sono anche momenti in cui gli operatori fanno delle cose insieme e i pazienti osservano, vivono l’esperienza indiretta della collaborazione, del confronto, della presenza di persone che si stanno occupando di loro in un altro modo, e che sono in grado di mettere dei confini e delle regole, di strutturare i tempi, e di fare ordine nel caos.

Si parte dal presupposto che le azioni non sono terapeutiche di per sé ma lo sono quando hanno alla base un pensiero e un senso orientato ad un obiettivo che non può che essere individualizzato, ovvero specifico per ogni singolo utente. Per questo si limita la standardizzazione e si tende a personalizzare spazi e tempi.

Gli unici tempi standardizzati assumono funzione di rito (caffè, pasti, terapie, riunioni), che oltre ad avere un obiettivo ordinante hanno per i pazienti anche una funzione rassicurante e strutturante.

La presenza delle colf che si occupano della pulizia generale dei locali e della preparazione dei pasti, consente agli operatori di avere il tempo e lo spazio mentale per stare con i pazienti, raccogliere ciò che accade e lavorare sulle dinamiche emotive e relazionali. Nello stesso tempo fare delle cose con i pazienti (rifare il letto, preparare il caffè, riordinare la cucina a sera, avere attenzione e cura dei locali) fornisce la possibilità di veicolare messaggi simbolici di ordine, attenzione, struttura del sé ma consente anche agli operatori di entrare in una dimensione intima con l’utente che dice molte cose di se attraverso gli oggetti e il rapporto con essi (basti pensare all’armadio dei pazienti, ai loro comodini, agli oggetti in essi contenuti, ai ricordi). Gli oggetti costituiscono un elemento che media tra l’interno e l’esterno, tra il sé e l’altro ed è quindi importante veicolo di lavoro.

Il tempo insaturo, apparentemente vuoto costituisce un elemento chiave di lavoro. Può infatti essere utilizzato per l’osservazione di ciò che accade, per l’emergenza di nuove cose, per il pensiero dell’operatore su eventuali interventi o linee d’azione. Un attenzione è quindi rivolta al non riempimento del tempo.

Lo spazio è considerato un ulteriore elemento chiave, la cura e l’attenzione all’estetica, l’ambiente quanto più familiare, la non presenza di mobilio o presidi medici, favorisce la creazione di un clima interno oltre che esterno, di condivisione su un piano umano prima che medico e di dignità di persona e di sofferenza.

Si sceglie di limitare al massimo gli spazi chiusi. L’apertura consente infatti uno spazio mentale e fisico di incontro tra la regola e l’accettazione di essa. La possibilità di lavorare su cosa e permesso e cosa non lo è, invece di fornirlo a priori, consente un esperienza di introiezione della regola ed un lavoro sulle motivazioni e mondi sottostanti alla fatica di rispettarla.  Permette inoltre al paziente di sperimentarsi come soggetto su cui si investono energie e su cui si appoggia una fiducia di riuscita.

All’interno dell’equipe si individuano due operatori di riferimento per ogni paziente. Le funzioni di questa figura sono molteplici: raccordo e contenitore della storia, dei momenti critici, delle evoluzioni del paziente; referente e narratore di tutto questo in equipe; supporto del paziente e alleanza con le sue posizioni e richieste.

Una importante funzione di triangolazione a molteplici livelli permette al paziente di sperimentare diverse posizioni, non sentirsi mai solo nella propria, e abdicare ad altri funzioni che lui non riesce a svolgere ma necessarie alla sua cura. Consente inoltre di uscire dall’impasse in situazioni in cui la rigidità del paziente si manifesta in tutta la sua forza. Questa funzione è svolta dall’operatore in turno non direttamente coinvolto nello scambio con il paziente (in turno c’è sempre una minima presenza di due operatori), dal medico (presente in comunità nelle situazioni più critiche e nelle riunioni d’equipe o comunque disponibile nella reperibilità telefonica), dal medico di riferimento dell’ambulatorio.

Compito della cosiddetta “residenzialità leggera” è quello di aiutare i pazienti a rileggere la propria storia, costellata di sofferenza e caoticità, lavorando su una progressiva scoperta di quelle risorse, che per quanto carenti e nascoste, potranno consentire all’utente di trovare una dimensione adatta a sè. Tutto questo può avvenire tramite un concetto di cura che comprenda aspetti terapeutici e riabilitativi. Diritto imprescindibile di ogni malato, ma prima ancora di ogni cittadino.  Ci auspichiamo che tutto questo non venga spazzato via per il bene del paziente, di chi se ne prende cura e della società civile a cui tutti noi apparteniamo.. con le nostre difficoltà, le nostre fragilità, la nostra voglia di cambiare…in meglio…

Silvia Veltri, Psicologa, operatrice di comunità.

Maria Laura Trifilò, Psicologa Psicoterapeuta, operatrice di comunità.

Cosa è rimasto delle Giornate Basagliane?

volantinooraDue giorni intensi, pieni di dibattiti, discussioni, suggestioni e qualche nota polemica, indispensabile condimento di qualsiasi incontro aperto al rischio di un confronto a tutto tondo. Anche se a ben vedere un vero e proprio “tutto tondo” purtroppo non c’è stato, vista la  rumorosa assenza della Regione.

Una delibera molto utile, ad ogni buon conto, dato che per la prima volta è stato possibile ritrovare in un unico fronte di opposizione tutte le diverse frange, le diverse voci, i diversi interessi della psichiatria, raccogliere ecumenicamente in un unico consesso familiari, esperti, operatori del settore, sindacati, enti gestori e non da ultimo qualche utente, coraggioso portavoce di chi per vari e comprensibili motivi fa più fatica ad articolare e dar voce alle proprie ragioni, pur essendo il maggiore interessato dalla riforma. Uno schieramento variegato, unito dal tentativo di difendere importanti diritti sul punto di essere cassati: diritto di poter continuare ad abitare “a casa propria” e di non essere smistato via come un pacco; diritto di ricevere cure adeguate anche senza estrarre, con sicura esibizione di forza, il bancomat-colt che risolve ogni problema (a chi ce l’ha); diritto a condizioni “sostenibili” di lavoro (bisognerebbe dire “buone”… ma tant’è); diritto a veder riconosciute e non umiliate le proprie competenze; diritto a progettare e a gestire una buona psichiatria; diritto ad un uso della scienza volto a promuovere nuove possibilità evolutive, e non a difendere interessi di parte o a fornire forbite razionalizzazioni alla rottamazione di diritti fondamentali come quello alla salute.

Vari attori tutti schierati a difendere la possibilità di continuare a vivere, abitare, lavorare, gestire, curare …

Il provocatorio intervento che ha concluso la prima giornata, quello del famoso psichiatra basagliano Beppe Dell’Acqua, a detta del quale tutte le strutture residenziali rappresenterebbero in fondo residui manicomiali da abbattere, ci ha riportato con nostalgia al momento del glorioso movimento che ha portato la psichiatria, e non solo quella italiana, ad un fondamentale punto di non ritorno. Certo, a più d’uno sarà apparso piuttosto riduttivo considerare come unica via di cura quella dell’ambulatorio aperto 24 ore, azzerando con un colpo di spugna altre importanti tradizioni coeve alla psichiatria basagliana come la Comunità  terapeutica di stampo inglese o la Politica di settore francese; avrà provato un certo fastidio per l’indiscriminata equazione residenzialità psichiatrica = manicomio, sulla base della quale è negata ogni differenza tra le diverse strutture esistenti sul territorio, soprattutto in un momento in cui tante residenze psichiatriche ben funzionanti rischiano l’estinzione e tanti utenti sono su punto di perdere il tetto sopra la testa. Eppure, un orecchio romanticamente affezionato al glorioso passato ma anche attento nel fare distinzioni e soprattutto calato nella realtà attuale non potrà che aver colto anche con una certa simpatia le provocazioni di chi, comunque, continua a spingerci a riflettere su domande centrali e mai del tutto risolvibili, come: cos’è la “malattia mentale”? cos’è la “psichiatria”? che rapporto c’è tra follia e realtà, tra malattia e società, tra diritto alla cura e politiche sociali, tra bisogno di cura e libertà?

Detto tutto ciò, cosa resta delle Giornate Basagliane?

Non solo il ricordo di due belle giornate, ma soprattutto la consapevolezza di quanto è importante continuare a porsi questi interrogativi declinandoli nella dimensione concreta delle attuali politiche sanitarie e dell’imminente riforma della residenzialità psichiatrica.

Per chi è interessato ad affrontare questi temi, resta un appuntamento, sabato 21 novembre alle ore 14.30.

Potremo incontrarci per raccogliere spunti e idee, cercando di capire se può essere utile continuare ad incontrarsi ancora: per cercare mezzi e strumenti utili ad affrontare la situazione attuale, oppure per perseguire obiettivi di più lunga durata, forse costituendoci come un osservatorio permanente sulla psichiatria, o altro ancora che speriamo di poter scoprire insieme. Insomma, sarà un’occasione per incontrarci con più calma, aggregare idee, visualizzare risorse disponibili e forse aprirsi alla possibilità di perseguire obiettivi comuni.

L’incontro avrà luogo, naturalmente, presso il Caffè Basaglia!

Delibera Residenzialità Psichiatrica. Intervista a Gabriella Semeraro

Oggi diamo parola a Gabriella Semeraro della segreteria CGIL Regionale della Funzione Pubblica Piemonte. Ecco l’intervista:

La regione Piemonte ha approvato da poco una delibera – D.G.R. n. 30-1517 del 3 giugno 2015 – che mette mano alla residenzialità psichiatrica regionale, apportando grandi novità e cambiamenti.

1) Ne era a conoscenza? Se si, attraverso quali canali è stato informato?

Attraverso associazione familiari ANCI e Sindacato Confederale CGIL

2) Cosa pensa nel merito dei contenuti della delibera? Dal suo punto di vista di politico quali pensa che saranno le possibili conseguenze?

Sicuramente è un testo in linea con le disposizioni nazionali ed utile al superamento del piano di rientro. Detto questo il provvedimento non mette in risalto la peculiarità Torinese e Piemontese che negli anni ha permesso di creare servizi innovativi e funzionali alle diverse patologie di utenti

3) L’approvazione della D.G.R. ha portato con sé numerose polemiche, molte delle quali sono relative al come si è giunti alla sua stesura ed alla sua approvazione. Che pensiero ha al riguardo?

Sicuramente è criticabile la modalità con cui si è arrivato all’approvazione del testo. Non c’è stato nessun confronto preventivo con le OO.SS, le parti datoriali le associazioni di rappresentanza degli utenti ma soprattutto con i Comuni i quali con questa delibera si troveranno a dover sostenere costi non previsti per quanto riguarda la tariffa delle SPR3

4) Preso atto dell’approvazione della delibera, pensa che essa sia da mantenere così com’è o sia necessario introdurre cambiamenti ed integrazioni? In quest’ultimo caso quali modifiche apporterebbe?

Sicuramente integrazioni che permettano in primo luogo la garanzia dei posti di lavoro è una responsabilità politica. La formazione per tutelare coloro che sono privi del titolo specifico attraverso percorsi didattici differenziati